KULTURA

ROY CAMPBELL. L’ARAGORN DEL SUDAFRICA

Irrequieto, vitalista, sempre fuori dal coro. Nemico dell’establishment culturale, poeta soldato contro tutti i totalitarismi. La storia del più grande poeta sudafricano, tra Tolkien e Eliot, tra gli zulu e la Waste Land. Un cavaliere errante della letteratura, inedito, infrequentabile, indimenticabile.

FONTE: https://www.lintellettualedissidente.it/copertine/roy-campbell/

Le traduzioni (come le mogli) sono di rado fedeli, se possiedono una qualche bellezza. (Roy Campbell)

Di questa sua massima non doveva preoccuparsi, almeno in italia, Roy Campbell, dato che le sue opere sono così fedeli da essere ridotte al puro testo originale. Autore inedito, di cui non sono presenti traduzioni ufficiali in italiano, la sua opera è racchiusa parzialmente nel testo dei “Collected poems”, caduto in disgrazia e dimenticato dalla buona critica, menzionato solo come traduttore in alcune antologie illuminate, forse per quella frase di Borges per cui i testi di Baudelaire e San Juan de la Cruz da lui tradotti son ben superiori agli originali. Un oblio disarmante, data la statura del dimenticato, data la caratura delle sue opere, tra le più significative del modernismo. Campbell era, ed è, il maggior poeta sudafricano del Novecento.

I suoi contemporanei si dividevano tra chi lo odiava ad oltranza, per le sue critiche alla cultura dominante, tramite stroncature al freudismo e al marxismo che pullulavano nei circoli e per l’esperienza nella guerra civile spagnola. Poi c’era chi lo amava, idolatrava, sosteneva e lo credeva uno dei più grandi poeti in lingua inglese del novecento. Per Evelyn Waugh, era un ” grande, bello, semplice e dolce selvaggio”, e per Laurie Lee “uno dei nostri ultimi grandi poeti d’azione pre-tecnocratici che, come D’Annunzio e Byron, non erano solo gli autori di testi squisiti ma la cui poesia faceva parte di un impegno fisico con la vita”. Era ammirato da TS Eliot, che lo pubblicò e che vedeva nel “Flaming Terrapin” il fratello del suo “The Waste Land”, dai Sitwell, che lo idolatravano, e da tutta una serie di scrittori e artisti di matrice conservatrice o cattolica; da padre Martin D’Arcy e Wyndham Lewis a Charles Tomlinson e Augustus John. I fascisti come Oswald Mosley e William Joyce lo volevano come idolo, i collaborazionisti lo cercarono come megafono, ma lui prese sempre le distanze, considerando il fascismo, come il comunismo, una delle peggiori piaghe del Novecento. Per Tolkien era un eroe senza tempo, una figura unica, di moderno crociato, di cavaliere errante che funse da prototipo per Aragorn del signore degli anelli. Ma chi è realmente Roy Campbell? 

Campbell è uno scrittore di origine scozzese nato in Sudafrica, a Durban nel 1901. Vive, studia e si forma nelle colonie inglesi, legge soprattutto gli autori elisabettiani, i filosofi più in voga come Darwin, Nietzsche (da cui riprende il vitalismo) ed entra in contatto con i nativi: gli zulu. Con gli zulu Campbell stringerà sin dall’infanzia un rapporto di amicizia e solidarietà, vedendoli “come fratelli” e non come un popolo colonizzato. La frequentazione con il mondo dei nativi lo porta a conoscerne la lingua, imparò a parlare Zulu quasi subito dopo aver imparato a parlare inglese. “Gli Zulu sono un popolo altamente intellettuale”, ha scritto Campbell nel primo volume della sua autobiografia.

Hanno un linguaggio molto bello, un po’ampolloso e molto decorato. Il suo effetto su di me può essere visto in The Flaming Terrapin […] Provano un enorme piacere nella conversazione, analizzando con la massima sottigliezza e brillantezza. (Roy Campbell)

Imitandone i modi di parlare, innestando le sonorità della tradizione zulu  nelle sue prime poesie, di ambientazione sudafricana, e nel suo primo poema.

Il mondo sudafricano, nelle poesie dell’autore appare selvaggio, vitale, animato. I personaggi degli scenari africani sono rappresentati nella loro istintività, come forze genuine e spontanee, libere dalle catene della modernità, che gli permettono di esprimersi nella loro potenza originaria, violentemente, crudelmente, candidamente, lontano dagli stereotipi della poesia coloniale. Esempi eccellenti sono “The Serf” e “The Zulu Girl”.

In The Serf, il protagonista è un bracciante, “il servo”, visto mentre ara i campi, quasi in una visione

La sua pelle nuda avvolta nella nebbia torrida/Che sbuffa di fumo intorno agli zoccoli pazienti,/L’aratore guida, un lento sonnambulo,/E attraversano il verde i suoi solchi cremisi”. L’aratore  è mostrato in una forza che è antica come la natura, pura esplosione vitale, in cui il servo acquisisce una dignità antica, romantica, di fusione col mondo naturale di cui è una parte e una espressione, capace di sovrastare il mondo moderno, un mondo debole e moribondo: “ Sulle zolle rovesciate e sui fiori che cadono,/La pazienza senza tempo e scontrosa del servo/Quello si sposta il più vicino alla nuda terra/E abbatte palazzi, troni e/torri. (The Serf, Roy Campbell)

Immagine di vitalismo che è anche il centro di The Zulu Girl, in cui la protagonista, una ragazza madre, giovane, ma già donna, rappresenta un ideale di un mondo originario, lontano da finzioni e contaminazioni:

Il suo corpo incombe su di lui come una collina

all’ombra della cui ombra giace un villaggio,

o la prima nuvola così terribile e immobile

che porta il raccolto imminente nel suo petto. (The Zulu Girl, Roy Campbell)

Gli zulu di Campbell, sono lontani dai colonizzati di Kipling e del suo fardello dell’uomo bianco, non sono il Friday di Robinson Crusoe, sono uomini che hanno un rapporto più puro e spontaneo con la terra, che sono dei vinti, colonizzati dagli europei, ma non subumani o popoli inferiori. Essi mantengono una profonda integrità:

La ferocia frenata delle tribù sconfitte,/la cupa dignità della loro sconfitta.

Roy Campbell

Tale visione di fratellanza porterà l’autore a scagliarsi contro l’establishment del suo tempo attraverso la rivista “Voorslag”, primo giornale bilingue, in cui intellettuali conservatori afrikaners si riunivano per criticare le misure della divisione razziale, denunciando una società che viveva di “parasitism” alle spalle dei nativi, che li sfruttava e trattava non come sudditi, ma come schiavi.

Non abbiamo scuse per il nostro parassitismo sul nativo e prima ce ne rendiamo conto più siamo sicuri per il nostro futuro. Siamo una razza senza pensatori, senza leader, senza nemmeno un’aristocrazia fisica che lavora sulla terra. Lo studio della moderna antropologia dovrebbe essere incoraggiato in quanto ci darebbe un senso migliore della nostra posizione nel albero genealogico di Homo sapiens – che è tra i rami più bassi: si potrebbe anche risvegliare noi farci valere in qualche modo meno ignobile di reclinabile beatamente nel paradiso di un droghiere e nutrendosi del lavoro degli indigeni.

Roy Campbell

L’esperienza di “Voorslag”, a cui parteciperà anche il romanziere Tory Laurens van der Post (autore di The Seed and the Seeder, da cui verrà tratto Furyo di Nagisa Oshima) del 1926-27 è una profonda critica al sistema coloniale che porterà l’autore alla scrittura di “Wayzgoose”.

“Wayzgoose” è del 1928, si tratta di un poema di natura satirica maturato dopo il soggiorno londinese, in cui l’autore critica il razzismo dei coloni e l’ipocrisia degli intellettuali progressisti e conservatori che hanno la bocca piena di libertà ed uguaglianza mal masticata e tollerano la segregazione razziale. 

Nel 1918, Campbell lasciò il suo nativo Sud Africa e andò in Inghilterra per studiare a Oxford.

Stava già lavorando alla straordinaria poesia che avrebbe fatto la sua reputazione: The Flaming Terrapin, una visione apocalittica delle fonti nascoste della vita, pubblicata nel 1924. L’Inghilterra in cui Campbell è venuto, con tutto l’amore nostalgico per la patria che l’Impero in generale, e il Sud Africa in particolare, “ispirato nei suoi figli, era molto diverso dall’Inghilterra la cui anima era stata registrata nei racconti fanciulleschi di Kipling. (Roger Scruton)

Sono gli anni del confronto con i classici, come John Donne e Omero, in cui studia e si innamora di Dante. Alle letture classiche si accompagnano le frequentazioni col mondo dell’imagismo e del vorticismo, le principali avanguardie britanniche. Conosce Wyndham Lewis e TS Eliot, con cui stringe un forte rapporto di amicizia e stima. Influenze, le loro, che si ritroveranno nel suo primo grande poema, del 1924: “Flaming Terrapin”. Poema modernista, che però non abbandonò i ritmi e gli schemi della lirica tradizionale, spesso paragonato, dallo stesso Eliot, alla Waste Land, che si presenta come una allegoria umanistica del ringiovanimento dell’uomo, del ritorno alle sue fonti originarie, contro il mondo dell’incertezza e dello smarrimento dopo la fine del mondo vittoriano. Il libro precede la conversione finale di Roy e Mary Campbell al cattolicesimo, ma coincide con la loro immersione nelle controversie sociali e letterarie di “London Bohemia” (vividamente descritta nell’autobiografica di Campbell Light on a Dark Horse)”. Quasi dall’oggi al domani, Roy Campbell, ancora solo ventiduenne, è stato balzato tra le fila degli illustrissimi di lettere inglesi, il suo lavoro è stato discusso nello stesso respiro e con la stessa riverenza di quello di TS Eliot. Entrambi i poeti, ed entrambe le poesie, mostravano una ribellione embrionale contro il cinismo prevalente, nato dall’angoscia del dopoguerra, che afflisse le giovani generazioni negli anni successivi alla carneficina della prima guerra mondiale.

Alla fine entrambi i poeti avrebbero rifiutato la superficialità e il mutamento sabbie del cinismo moderno per il sicuro fondamento del cristianesimo tradizionale. (Joseph Pearce)

Come Eliot, Campbell riconosce il cinismo e il vuoto della società moderna, mischiando sonorità zulu ad uno stile modernista, rinchiuso in schemi classici. In cui il poeta attraverso il recupero del vitalismo della natura può ritornare all’armonia col mondo, scoprirsi vitale, dietro le pose della società:

La vita è un corridoio polveroso”, dico,

“Chiuso a entrambe le estremità”. Ma al di là della pianura, 

il Vecchio Oceano ringhia e agita la sua criniera grigia,

scalpitando le rocce in tutta la sua vecchia agitazione

o sollevando pigramente una cresta bianca Le

sue pallide piume di schiuma per far bruciare la luna –

Poi nelle mie vene sento tornare nuova linfa (Roy Campbell)

La natura suscita nel poeta una connessione originaria, che oltre i limiti della condizione umana, lo carica di vitalità lo rende una forma errante dell’eterno, violentemente, spiritualmente, come un richiamo stregato, in cui Campbell si riconosce nell’archetipo, nel simbolo dietro la maschera delle apparenze:

Anche se i tempi cambieranno e le ere tempestose si susseguiranno,

io sono l’antico cacciatore delle pianure

Passa il mondo: sono il sognatore che resta,

l’Uomo, netto contro l’ultimo orizzonte. (Roy Campbell)

L’opera porterà il successo all’autore, il plauso di T.E. Lawrence che la definì “magnifica”, l’entrata nella società letteraria inglese, verso cui non nutrirà mai stima.  Il ritorno in Sudafrica e l’attività giornalistica lo porteranno alla ribalta come autore modernista di una satira pungente, ostile al colonialismo e all’ipocrisia razzista. L’immagine della sua terra natia che emergerà anche in “The Adamastor” (1930), in cui verranno raccolte “The Serf”, “The Zulu Girl”, ma anche “Horses on the Camargue” e “Autumn”, poesie fondamentali per capirne lo stile.

“The Adamastor” è la prima raccolta di Campbell, in cui si innestano i temi cardine della sua poesia, attraverso scenari che esaltano la natura, in un richiamo ad una vita essenziale, selvaggia e violenta, ricca di momenti candidi e duri, mitica, paganeggiante. In “Autumn”, l’autore esprime la sua passione per l’autunno, allegoria di ciò che è duraturo, in quanto mostra la precarietà delle cose, annunciando una promessa di vita e fertilità, rappresentata dal vino:

Amo vedere, quando le foglie se ne vanno

la chiara anatomia arriva, 

l’inverno, il modello dell’arte,

che uccide tutte le forme di vita e di sentimento,

salva ciò che è puro e sopravviverà. (Roy Campbell)

Un inno alla sostanza contro le forme e gli eccessi e alla vitalità che trova seguito in “Horses on the Camargue”, che sono una allegoria della libertà, di una natura ribelle e atemporale, in cui i cavalli bianchi, simili a “fantasmi sospinti”, scelgono una vita “sconfinata”, liberi da ogni costrizione e cavaliere. Puri e selvaggi come la natura, rappresentati come il simbolo della poesia di Campbell, una poesia tra modernismo e primitivo, originale e originario. In un mondo ascetico e vitalista tra le assenze dello spiritualismo cristiano e le atmosfere paniche pagane. Stile che riprenderà nelle sue opere successive.

Lo scrittore sposatosi nel 1922 con la moglie Mary, da cui avrà due figli, vivrà con lei in situazioni precarie, tra disoccupazione e alcolismo, numerosi trasferimenti tra il Galles e il Sudafrica, passando per le campagne inglesi fino a trasferirsi a Sissinghurst, nel Kent, dove i Campbell sono vicini di casa di vita Sickville-west, membro di uno dei più importanti gruppi-salotto culturale del tempo: il Bloomsburygroup. Dalle frequentazioni con il Bloomsbury group proviene l’astio verso gli intellettuali inglesi, dove si incontravano autori come Woolf, Auden, Keynes. Un ambiente, inquinato da marxismo e progressismo, da slanci cosmopoliti ed anti patriottici, fatti di buonismi, ipocrisie e promiscuità. Astio aumentato non solo dalle idee differenti, ma soprattutto dal tradimento della moglie Marie con Vita Sackville-West (già amante della Woolf). Col ricordo di queste esperienze viene pubblicato il poemetto “The Georgiad” (1931), in cui viene stroncata l’intelligencja britannica, malata di falsi miti di progresso, una casta che in nome di una visione umanitari sta vive una vita privilegiata, anticipando la figura del radical chic di Tom Wolfe; i bloomsbury sono “gli spazzini delle lettere”, un grande bluff di “Di intellettuali senza intelletto/E gente asessuata i cui sessi si intersecano …”.

Allontanatosi dalle campagne di The Georgiad si trasferisce in Provenza e poi in Sspagna. È in Provenza che nasce “Flowering Reeds”(1933), in cui tra il rodano e i campi di lavanda viene descritta una natura magica:

Il rullante Rodano del tempo,

Che trasporta le nostre rovine al mare. (Roy Campbell)

Ispirato dall’opera di Baudelaire, di cui diverrà un traduttore, l’opera del periodo provenzale è segnato da una maggiore attenzione alle corrispondenze, riprendendo alcune suggestioni del primo simbolismo.

La parentesi della Provenza si esaurisce in poco tempo, portando i Campbell a trasferirsi in Spagna trasferendosi nel 1935 a Toledo. A Toledo, convertito al cattolicesimo, si appassiona alla corrida, in cui vede il simbolo della condizione umana, dell’uomo che combatte tra le forze del destino. È presente quando scoppia la guerra civile spagnola, a cui inizialmente non prende parte. Nel 1936 pubblica “Mitraic Emblems” in cui si mostra l’evoluzione della poetica di Campbell, riscontrabile nell’evoluzione della figura del sole. Sole che nella prima parte dei due “Mitra speak” è l’essenza della visione vitalista della natura luogo di ritorno dell’uomo, mitica e paganeggiante, come nel Flowering Reeds, ad una natura diversa. Il sole non è solo il simbolo della natura primaria di Campbell, la cui allegoria è il dio mithra, ma diventa il tramite il nesso con il divino, soprattutto nelle poesie del periodo spagnolo, forse il più intenso, in cui il sole è il ponte del divino. In “To the Sun”, il sole è il ponte per cristo:

Oh lascia che il tuo globo splendente si offuschi

Di Cristo lo specchio e lo scudo,

Affinché io possa guardare attraverso di te  Lui. (Roy Campbell)

I primi sonetti, scritti in Provenza, mostrano il poeta brancolare con un paganesimo mitico, assaporando l’irrazionale, l’oscuro dall’ancora più oscuro. È la “verità” mitraica sussurrata con il segreto misterico l’affermazione della fede senza ragione. Nei sonetti successivi, scritti dopo l’arrivo di Campbell in Spagna, il cristianesimo emerge trionfante, non tanto per sconfiggere il mitraismo quanto per dargli un senso. Le Sevent Sword, che rappresentano le forme della vita tramite la visione mitraica, assumono il senso del riflesso della condizione umana, la morte, il mare, l’annientamento, non contrastando le suggestioni del periodo provenzale, ma rivelandone l’anima nascosta. In questi sonetti successivi il sole non è più un dio da adorare, ma solo un simbolo del Figlio, il vero Dio, che dà al sole il suo significato e il suo scopo.

Oltre al tema religioso fa ingresso il tema della morte, le ambientazioni della guerra civile, dove la città medievale di toledo è lo scenario di una guerra santa apocalittica tra il mondo dello spirito e il mondo della devastazione, dove i soldati e i civili sono come cristo, immolati per i peccati del mondo. Durante gli scontri tra nazionalisti e repubblicani, la città viene presa in ostaggio dalle forze repubblicane. Vengono bruciate chiese e monasteri, alle croci e i simboli sacri, sono sostituite le icone di Marx e Stalin. Vengono trucidati preti e suore, i loro monasteri cosparsi da cupe vampe. Nella casa dei Campbell vengono ospitati i monaci carmelitani, dove nascondo i manoscritti di San Giovanni de la Croce e gli ultimi resti della biblioteca del monastero. La casa dei casa dei Campbell viene perquisita, trovano testi di Goethe e Dostoevskij, inizialmente lo vogliono arrestare perché “Goethe è tedesco e tutti i tedeschi sono nazisti”, ma lui si difende mostrando i fratelli Karamazov, rispondendo “ma lui è russo e i russi sono tutti comunisti”. Si salva, i manoscritti sono al sicuro. Giorni successivi scopre i cadaveri dei 17 monaci, con la scritta fatta col loro sangue sillabante: “così colpisce la cheka”. Alla fine, 12 vescovi, 4.184 preti, 2.365 monaci e circa 300 suore erano stati assassinati dalle forze repubblicane anticattoliche.

Decide allora di entrare in guerra, lo fa dalla parte dei carlisti, i monarchici cattolici spagnoli, combattendo contro i comunisti spagnoli, festeggiando alla vittoria di Franco con il poema “Flowering Rifle”. A fine guerra tradurrà l’opera del santo in inglese, mostrando la propria maestria artistica come traduttore, donando nuova forza a quelle poesie teologiche, tenendo fede ad un vecchio voto, fatto al santo durante le perquisizioni della guardia repubblicana. Traduzioni che fecero vacillare l’agnosticismo di Borges. Vicinanza al cristianesimo e alla parte dei nazionalisti che gli valse l’infondata accusa di fascismo. Non era né un falangista né un fascista Campbell. Aveva rifiutato la corte della British Union of Fascists, dicendosi autore libero e contro tutti i fascismi rossi e neri, condannò il supporto di Franco all’asse. Per gli scrittori inglesi fu però apostrofato sempre come fascista, nonostante si fosse arruolato volontario contro i tedeschi, ferito in guerra per la libertà d’Europa, mentre altri scappavano nei più sicuri States e nonostante l’appoggio al patto Molotov von Ribbentrop. Dirà di lui Tolkien al figlio Christopher:

Dopo aver dato rifugio ai padri carmelitani a Barcellona – invano, furono catturati e massacrati, e R.C. ha quasi perso la vita. Ma ha preso gli archivi carmelitani dalla biblioteca in fiamme e li ha portati attraverso il paese rosso. […] Tuttavia non è possibile trasmettere l’impressione di un personaggio così raro, sia un soldato che un poeta, e un cristiano convertito. In che modo, a differenza della sinistra, i “panzer di velluto a coste” che sono fuggiti in America […]. (J.R.R. Tolkien)

Dopo la guerra visse da esiliato tra Portogallo e Spagna, traducendo i manoscritti di San Juan de la Cruz, Federico Garcia Lorca, a cui dedicò la poesia On the Martyrdom of F. Garcia Lorca: “Non solo ha perso la vita a causa di colpi assassinati: ma con un’accetta e un coltello è stato poi tradotto”. Amico di Orwell e compagno di bevute di Dylan Thomas, da entrambi è stato valutato come uno dei più importanti poeti della letteratura del Novecento. Pubblicò inoltre le raccolte Talking Bronco (1948), sulla sua esperienza nella guerra civile, il rapporto con San Giovanni della Croce, in cui sono presenti alcune sue traduzioni. Pubblicherà due sue autobiografie in vita, in cui mito e durezza si mescolano, mostrandoci Campbell come un cavaliere oscuro del suo tempo. La sua figura non smetterà di animare la scena dopo la seconda guerra mondiale, come quando picchiò Spender, poeta comunista che sparlava della lotta ai fascismi. Spender sanguinante rispose: “È un grande poeta; è un grande poeta. Dobbiamo cercare di capire”. Insistitendo, per finire la sua lettura di poesie, fino all’ultimo insieme a Laurence van der Post si mobilitò per sensibilizzare il mondo riguardo l’atteggiamento deplorevole nei confronti della popolazione di colore, durante l’apartheid, condividendo battaglie che gli portarono le antipatie di molti suoi contemporanei. 

Morì in un incidente stradale a Setubal nel 1957, di ritorno dal Portogallo. Autore contro che accusò le meschinerie e i divieti del mondo moderno, ricco di una farsesca intollerante permissiva morale, fatta da uomini di cartapesta, più nevrotici che idealisti, ma con la nevrosi dell’idealismo. Figura a cui dedicò la poesia dei collected poems, to a contemporary:

Around the galleries you frame,

Forbid to smoke or spit,

Dark repetitions of the same

Derisive demon sit—

Far in the pit his faces glimmer,

Shirt-fronted in the stalls,

His myriad spectacles a-shimmer

Confront the lighted halls:

One Hydra throngs the loaded stands,

One Argus gives the glance,

One Briareus claps the hands

When down the stage the dance,

Trumpeted on by fiery lights

With fanfares of phlogiston,

Tarantulates in scarlet tights

For flashing arms to piston.

Their breasts ballooned with lust and song,

The fat sopranos kick—

Nor does one false manœuvre wrong

That strict arithmetic;

Upon a simultaneous heel

Your sorrows learned their drill,

To kick as high, as swiftly wheel,

And sing as falsely shrill. (Roy Campbell)

Recentemente riscoperto da filosofi come Russel Kirk e Roger Scruton, come una delle vette del modernismo, dimenticato “per ideologia, nient’altro”. Il poeta sudafricano Uys Krige lo ha descritto come “il più poetico dei poeti” e lo ha creduto un perfetto esempio di come il vero artista potesse, ignorando tutti gli ostacoli, dedicare la sua vita alla propria arte. Lui un fedele amante della vita e un caldo odiatore delle ipocrisie e dei perbenismi, un soldato, un marinaio, un cacciatore, un torero, un vecchio cowboy, un critico, un traduttore, un campione della religione, un grande e muscoloso eroe carlyliano, un sudafricano, uno scozzese e un latino racchiusi in una cornice gigantesca; un cantante di canti marinari, un maestro di schizzi a matita, un alto conservatore, un grande bevitore, un grande chiacchierone, uno degli esseri più feroci e gentili viventi… è il suo potere di amare e odiare che conferisce ai suoi versi la sua forza invariabile e il suo frequente splendore, lo splendore di una poesia viva degli scontri nell’animo umano e nel mondo… sparato e squarciato, picchiato e bruciato in due terribili guerre e varie faide private. Un eroe romantico che difese il sacro e la fede, mentre dilagavano l’odio per il trascendente, per il vitale. Prototipo perfetto per quell’allegoria di Cristo che è Aragorn Granpasso, un eroe che tiene accesa la fiamma della fede mentre fuori infiamma la bufera. Tra fede e guerra, tra vitalismo e ascetismo, modernista ed originario. Un autore contro che può essere così raccontato nella poesia Making a poet:

“In every herd there is some restive steer

Who leaps the cows and heads each hot stampede,

Till the old bills unite in jealous fear

To hunt him from the pastures where they feed.

“Lost in the night he hears the jungles crash

And desperately, lest his courage fail,

Across his hollow flanks with sounding lash

Scourges the heavy whipcord of his tail.

“Far from the phalanxes of horns that ward

The sleeping herds he keeps the wolf at bay,

At nightfall by the slinking leopard spoored,

And goaded by the fly-swarm through the day.”

“In ogni mandria c’è un manzo irrequieto

Chi salta le mucche e testa ogni fuga precipitosa,

Finché le vecchie fatture si uniranno in gelosa paura

Per cacciarlo dai pascoli dove si nutrono.

“Perso nella notte, sente il fragore delle giungle

E disperatamente, per timore che il suo coraggio venga meno,

Attraverso i suoi fianchi incavati con frustate sonore

Flagella la pesante corda della sua coda.

“Lontano dalle falangi di corna che guardano

Le mandrie addormentate tiene a bada il lupo,

Al calar della notte dal leopardo furtivo viziato,

E pungolato dallo sciame di mosche per tutto il giorno”. (Roy Campbell)

Come il Restive Steer anche Campbell scelse la via solitaria dell’artista, contro i tappeti rossi e neri degli intellettuali organici. Lui un intellettuale aristocratico e popolare, tra le image della letteratura modernista e gli schemi eterni della tradizione inglese. Campbell un poeta contro i formalismi, i conformismi totalizzanti. Oltre le passarelle della cultura dominante, che alle folle omologate oppone il passaggio ribelle verso il bosco. Un cavaliere oscuro che rimane immobile contro un treno verso l’inferno:

I scorn the goose-step of their massed attack

And fight with my guitar slung on my back,

Against a regiment I oppose a brain

And a dark horse against an armoured train. (Dedication to Roy Campbell)

Francesco Subiaco

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