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MARIO DRAGHI. COSÌ MATTARELLA COMMISSARIA IL PARLAMENTO

FONTE: https://internettuale.net/4404/mario-draghi-cosi-mattarella-commissaria-il-parlamento

Stavolta ce l’ha fatta a tirar fuori il coniglio dal cappello. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è arrivato, da buon vecchio democristiano di sinistra, a fare ciò che aveva in mente da anni. Raccontava il vecchio usciere di Palazzo Bolognetti, sede della Democrazia Cristiana in Piazza del Gesù, che le riunioni dei maggiorenti del partito duravano a volte fino all’alba per evitare lacerature visibili e che molti alla fine cedevano per stanchezza (o dissanguati, diceva lui ridendo). Mattarella ha provato fin dal giorno dopo le elezioni a varare un suo governo. La scelta di Matteo Salvini di fare un accordo con i Cinquestelle prese tutti di sorpresa. Chi mai avrebbe potuto immaginare cani e gatti intorno alla stessa ciotola? Mattarella dovette dare la propria benedizione a quell’accrocco, perché l’alternativa era il ritorno alle urne (con sicura stravittoria del centrodestra, come poi dimostreranno le amministrative successive). Consumata la miserabile luna di miele, Salvini provò a costringere il Quirinale a sciogliere il Parlamento. Clamoroso errore di valutazione. Chi aveva convinto il lèder maximo leghista che far cadere il governo avrebbe fatto riaprire le urne? Non lo sapremo mai, ma è certo che quella decisione non fu partorita da un solo cervello.

Mattarella benedisse giocoforza il nuovo ibrido (oggi è una bella parola ecologista, ma resta un frutto bastardo) e così il presidente del Consiglio giallo-verde Giuseppe Conte si trasformò nel capo di un governo giallo-fucsia. L’odio tra il Pd e il M5s fu vinto dalla comune voglia di fermare l’avanzata del centrodestra. Ha fatto più schifo il governo giallo-verde o quello giallo-fucsia? Ci sono abissi dove la luce non arriva e poco importa se l’uno sia più o meno profondo dell’altro.

A mettere in crisi, il bisConte è stato Matteo Renzi allorché si è reso conto di essere destinato al cimitero degli elefanti insieme con i Weltroni e i Rutelli (a proposito, un errore dovuto alla fretta ha fatto scrivere Monti invece che Draghi, ma era chiaro che il riferimento fosse al “nuovo” Mario, visto che il “vecchio” si sta organizzando per il Quirinale). Renzi ha riguadagnato la visibilità perduta contando sul fatto che i padroni di casa Pd-M5s avrebbero evitato di rimettersi in mano a Mattarella. Ridare la palla al Quirinale sarebbe stata la fine per il governo giallo-fucsia. Erano i numeri a dirlo e la campagna acquisti – se anche fosse andata in porto – sarebbe stata comunque bocciata dal capo dello Stato. Invece quel bel cervellone di Zingaretti, faccia-da-poker, s’è detto servito… ed è stato servito come calcolato da Renzi (https://internettuale.net/4401/governo-poker-zingaretti-si-dice-servito-mah).

Mattarella non vedeva l’ora di tornare al progetto primigenio: commissariare un Parlamento incapace di uscire dalla palude della propria inadeguatezza. Un governo degno di questo nome deve avere un progetto e una serie di obiettivi chiari. Conte, purtroppo per l’Italia, non poteva da povero Re Travicello controllato a vista dagli azionisti di maggioranza. Ha fatto di tutto, il tapino, per stare al timone da solo. La terribile influenza, con il suo carico quotidiano di morti (qui ci sarebbe molto da dire, ma rimandiamo ad altra occasione) l’ha favorito: l’emergenza (sanitaria, ambientale, terroristica…) è sempre stata una mano santa per gli incapaci. Se Roma si allaga per un po’ di pioggia, è perché c’è stata “una bomba d’acqua” e non perché nessuno si preoccupa di ripulire i tombini e gli scarichi. Comunque, i versi imparati da bambini (in altri tempi, adesso fanno imparare versucoli transgenici) affiorano alla memoria quasi per miracolo. Poetava Giuseppe Giusti: «Calò nel suo regno / con molto fracasso; / le teste di legno / fan sempre del chiasso: / ma subito tacque, / e, al sommo dell’acque, / rimase un corbello: / il Re Travicello…». Nota per chi avesse poca dimestichezza con la lingua forbita: “corbello” sta per “coglione”.

Sperava sul serio il presuntuoso avvocato del popolo di sfangarsela anche stavolta? di essere l’indispensabile corbello per qualunque pene?

Sergio Mattarella, prevedendo l’inconsistenza numerica della cosiddetta maggioranza, ha regalato un sprazzo di visibilità ad un politicante aspirante lèder (qui, come sopra, non vuol dire ladro in bolognese, ma capo; un tempo lèder maximo era espressione sfotticchiante i comunisti di fede castrista) e gli ha fatto fare qualche giro di walzer. Roberto Fico ha interpretato coscienziosamente il ruolo dell’esploratore come s’addice alla terza carica dello Stato (comprendi l’importanza? – ripeterebbe Alberto Sordi alla radio -) e poi è tornato a Monte Cavallo per confermare che il Pd di Zingaretti non l’aveva data vinta a Renzi.

Per non andare troppo per le lunghe (i pezzi lunghi non li legge nessuno): Mario Draghi è il Monti di turno. Le precedenti esperienze di governi guidati da mammasantissima partoriti dai cosiddetti “poteri forti” non sono state, diciamo così, all’altezza delle aspettative. Se Draghi fa la stupidaggine di provarci sul serio, sarà un altro elefante al cimitero. E di questo parleremo in una prossima nota.

Giuseppe Spezzaferro

  1. Neromonterosa

    Eccellente disamina, favolosa l’ironia nel pezzo

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