EUROPANAZIONE

ESTERI E GEOPOLITICA

CONTE CHIAMA BIDEN: STORIA DI UN VASSALLO E DI UN PATRONO

Conte al Senato parla di Biden come se fosse un vecchio amico, in una dichiarazione che nasconde tutta la subalternità del paese. Storia di un vassallo e di un patrono.

FONTE: https://www.progettoprometeo.it/conte-biden-senato-italia-america/

“L’Italia in questo momento può giovarsi di una forte sintonia con l’indirizzo politico dell’Unione Europea, guardiamo poi con grande speranza alla presidenza Biden, con lui ho avuto una lunga e calorosa telefonata. L’agenda della nuova amministrazione è la nostra agenda – ha aggiunto – È importante lavorare per rinnovare le istituzioni internazionali.” G. Conte

Conte e Biden

19 gennaio 2021. Al Senato italiano va in scena l’ultimo atto della crisi di governo innescata da Matteo Renzi. Giuseppe Conte prende la parola alle 9.44 del mattino e parla. Parla un po’ di tutto: Il Recovery, la UE, la responsabilità, la pandemia. Parla, tra le altre cose, di politica estera. E qui, in linea con l’approccio allo scenario internazionale del governo che presiede, fa anche un po’ di confusione. L’agenda di Biden è la nostra agenda, ma lo è anche quella della UE. E poi, gran finale, anche quella della Cina non è da disprezzare. Insomma, 3 vettori che vanno in direzioni opposte, ma a noi Italiani queste direzioni piacciono tutte.

In condizioni normali, qualcuno lo farebbe notare, ma nel Bel Paese la grammatica strategica (specie trai leader) è archeologia da Prima Repubblica, terribilmente démodé. La radiografia della dichiarazione di Conte rivela molto della condizione (esistenziale) del paese. E’ l’appello disperato del cliente al patrono, candida riprova condizione di subordinazione strategica dell’Italia, provincia Mediterranea dell’Impero americano. E c’è anche del personale: Conte vuole mondare il prima possibile l’onta l’endorsement trumpista sotto cui nacque il secondo mandato dell’avvocato del popolo. E, se i simboli non sono mai casuali, lo fa in un momento che fotografa perfettamente la distanza siderale, in termini di governabilità, tra Roma e Washington.

A Roma il governo rischia di cadere, come accade circa ogni 400 giorni in Italia. Non mancano la consueta compravendita di poltrone e i salti carpiati da uno schieramento all’altro. Dall’altro lato dell’Atlantico si sta allestendo l’inaugurazione del presidente Americano: un evento che avviene con regolarità geometrica ogni 4 anni dal 1933 il ventesimo giorno dell’anno. Due governabilità diverse, per due destini diversi. Destini, come al solito, scritti nella geopolitica e che si estrinsecano nelle forme di governo. Un breve confronto trai due sistemi politici rende l’idea dello scostamento tra una nazione pienamente storica e sovrana e una post-storica in condizione di semi-vassallaggio.

Dietro Conte e dietro Biden: i sistemi a confronto

Per stare sul tetto del mondo, serve un governo stabile. E l’esecutivo americano, al netto dei fuochi artificiali di Capitol Hill, è stabile per definizione. L’esecutivo, infatti, è il Presidente. Il Presidente non può decadere se non dietro il procedimento di messa in stato di accusa (impeachment) – evenienza mai verificatasi nel corso della storia americana. Il Potus, come rappresentate del potere esecutivo gode di ampi poteri: può bloccare le leggi proposte dalle camere con il veto (superato solo nel 5% dei casi), coordina la politica estera, emana gli ordini esecutivi. E poi ci sono le Camere, inquadrate in un bicameralismo paritario simile al nostro ai fine del processo legislativo. Presidente e Parlamento sono due istituzioni che godono di ampi poteri e si controbilanciano. E nel caso del governo diviso, quando Parlamento e Presidente sono di due colori diversi, l’empasse è superato, almeno in politica estera, da ampi poteri delegati al Dipartimento di Stato e alle agenzie strategiche.

In Italia, al contrario, capo dello Stato e capo del Governo sono figure separate. Da una parte il primo ministro presiede il governo, dall’altra il comandante in capo resta il Presidente della Repubblica, che gode di poteri molto limitati – evidenti solo quando la macchina istituzionale entra in crisi e genera le crisi di governo a cui siamo tristemente abituati.

Ma la differenza maggiore riguarda il vettore per arrivare all’interno delle istituzioni. L’attuale legge elettorale italiana adotta un sistema misto, sbilanciato in favore del proporzionale. Solo il 37% dei rappresentanti è eletto in collegi uninominali. Al netto della correzione della soglia di sbarramento, la rappresentanza parlamentare assomiglia più fedelmente all’esito elettorale e favorisce l’insediamento di una moltitudine di partiti tra le aule dei palazzi romani. E’ un modello che spinge al consensualismo tra le diverse fazioni, data l’incapacità del sistema di fabbricare maggioranze stabili.

Tradotto: spinge a creare coalizioni che si reggono sull’interesse elettorale inclini all’implosione nello spazio di pochi mesi. Gli States, al contrario, adottano a qualsiasi livello il sistema maggioritario uninominale, come da tradizione anglosassone (le eccezioni sono rarissime). I collegi elettorali sono assegnati tutti con sistema maggioritario a turno unico. E’ un modello che favorisce, in maniera simile a quando si vede in Inghilterra, una dinamica bipartitica/bipolare che produce molto più facilmente maggioranze stabili: chi vince più collegi ha più seggi, chi ha più seggi ha in mano il processo legislativo.

Postilla: il sistema americano è democratico?

Si potrebbe obiettare che il sistema americano non sia pienamente democratico. D’altronde, è il concetto fondamentale che si vuole affibbiare al maggioritario. Si sacrifica parte della volontà cittadina sull’altare dell’efficienza. Tuttavia, si impone una considerazione. Fin troppo spesso in Italia, quando si assiste ad un’azione o una dichiarazione deprecabile di un personaggio politico impopolare, si sente dire “ma quello, chi lo ha votato?”. Nella maggior parte dei casi, non li ha votati nessuno. Le liste elettorali sono bloccate, vale a dire che sono decise dai partiti. E i partiti hanno gioco facile ad inserire, tra un nome ed un altro, quelli di figuri che mai e poi mai potrebbero competere col proprio nome in una corsa elettorale. Magari sono lì perché la dirigenza ha visto in loro qualcosa che noi comuni mortali non vediamo – magari hanno invece contrattato con il partito la candidatura in cambio di ben più secolari vantaggi.

In America non è così. Per chiunque abbia intenzione di correre per uno scranno pubblico, che sia quello di senatore, governatore o presidente, bisogna passare per le primarie. Ogni singolo rappresentante del corpo cittadino è legittimato dal voto popolare. Se, ad esempio, si vuole essere eletti al Congresso bisogna prima vincere una competizione interna al partito e poi, col proprio nome e la propria faccia (visto che si tratta sempre di collegi uninominali), bisogna prendere più voti del candidato dell’altro partito. Certo, un partito può adoperarsi perché le primarie siano vinte da un candidato benvoluto dalla cupola, ma solo in maniera indiretta (con endorsement o campagne di finanziamento). Tuttavia, dalla volontà popolare non si scappa. Joseph Crowley era un ricco e potente politico democratico che aveva vinto molte primarie di fila ed era in parlamento da decenni, ma un giorno gli elettori democratici decisero che avrebbero preferito un altro candidato e alle primarie votarono la semi-sconosciuta Alexandria Ocasio Cortez. Crowley non ci potè fare nulla (se non dedicarle una canzone per complimentarsi). La delibera su quale prassi sia più democratica, se quella italiana o quella in stars and stripes, la lasciamo a chi ci legge.

Clienti o alleati?

Insomma, per stare sul tetto del mondo serve un esecutivo stabile. Per averlo non è necessario abdicare alla democrazia, come dimostra il numero di competizioni elettorali a cui può partecipare un cittadino americano, ben più alto rispetto a quello dell’omologo italiano. Per il Bel Paese, inquadrato nel rigido sistema centro-provincia che dà corpo all’egemonia americana, questa non è una necessità strutturale. Avendo abdicato comodamente alla geopolitica e avendo adottato una Costituzione parlamentare e consensualista – entrambe variali figlie della sconfitta militare ad opera dell’egemone – l’Italia gode (o soffre) di un sistema politico che scongiura a priori la sua ascesa a potenza strategica. Il risultato è che in mancanza della volontà per riformare la sgangherata macchina decisionale, si prendono abbagli all’esterno e non si governa all’interno.

Tuttavia, se la subordinazione del Bel Paese all’interno dell’Occidente a guida americana è condizione incontrovertibile ed inalterabile (come dimostra il naufragio del nostro goffo avvicinamento a Pechino), al contempo non impone al paese di modellare la propria azione sulla figura del cliente in cerca della questua del patrono. Né l’Eliseo né il Bundestag mettono in discussione l’allineamento transatlantico (almeno, nell’immediato), ma si adoperano per ritagliarsi un ruolo di maggiore influenza, un feudo, all’interno dell’Impero. Lo fanno grazie a sistemi politici che esprimono con regolarità esecutivi stabili, che permettono piani di lungo respiro tanto in politica estera quanto all’interno dei confini nazionali. E, almeno nel caso francese, lo fanno grazie a riforme costituzionali ponderate in base a questa necessità. L’Italia non sarà mai l’America, ma provare, almeno, ad essere la Francia (partendo da una riforma radicale del sistema politico), sarebbe un bel tentativo.

Francesco Dalmazio Casini

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