EUROPANAZIONE

ESTERI E GEOPOLITICA

IN INDIA LA RELIGIONE È AFFARE DI STATO

Il bello della democrazia è che puoi imporre qualsiasi cosa, se hai la maggioranza (e anche se non ce l’hai, ma questo succede soltanto in Italia). Comunque, questa è la democrazia, si potrebbe dire parafrasando “questa è la stampa” di Humphrey Bogart in un celebre film. Leggi liberticide protette dallo scudo democratico (l’antico scudo DC ne aveva approfittato soltanto per le leggi antifasciste per non essere accusata di complicità dal PCI) sono dappertutto la norma.

L’ultima arriva dall’India, che, come tutti sanno (dopo la brutta telenovela dei nostri marò), è una repubblica parlamentare federale, per cui ciascuno dei 29 Stati (e non citiamo i 7 Territori, incluso quello della capitale Nuova Dehli) gode di ampia autonomia legislativa. Ebbene dal Madhya Pradesh (dove soltanto l’hindi è lingua ufficiale) è stata ha varato una nuova legge, che nella dizione inglese si chiama “Madhya Pradesh Freedom of Religion Ordinance 2020”. Stando al titolo dovrebbe trattarsi di norme relative alla libertà di religione. Ma questo è un altro tratto caratteristico della democrazia: il titolo della legge non c’entra con il testo (e anche qui in Italia i governativi sono maestri) e infatti leggiamo che i cittadini intenzionati a convertirsi, cioè ad abbandonare la religione indù, dovranno presentare domanda all’amministrazione distrettuale con 60 giorni di anticipo sulla cerimonia di conversione. La stessa legge proibisce anche le conversioni di massa. Le pene arrivano fino a 10 anni di reclusione.

Il governo del Madhya Pradesh (a proposito: è una maggioranza nazionalista) spiega la legge per impedire le conversioni ottenute con «matrimonio, lusinghe, influenza indebita o con qualsiasi altro mezzo fraudolento».

La legge consente (e nelle precedenti leggi non era contemplato) la riconversione alla religione parentale cioè all’induismo di persone che se ne erano allontanate: una sorta di rilettura legislativa della evangelica pecorella smarrita.

L’obiettivo ufficiale è frenare le conversioni all’Islam. I musulmani sono pressappoco il 6% della popolazione, mentre il 90% è induista. La lotta al terrorismo jiadista si fa anche proibendo i matrimoni misti, ma l’immediato effetto collaterale è una batosta all’evangelizzazione cristiana. Da sempre, è dovere di ogni cristiano convertire al vero dio fino al martirio se necessario.  

Padre Maria Stephan, portavoce della Chiesa cattolica locale, ha dichiarato all’agenzia Ucanews: «Questa legge è di parte ed è contro i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione Indiana». E ha spiegato: «Adesso, se una scuola di una minoranza religiosa offre istruzione o lavoro gratuiti a una persona bisognosa, i suoi responsabili potranno essere accusati di tentata conversione». Che in effetti è la verità. Ne sappiamo qualcosa al Sud, dove per secoli si fuggiva dalla fame entrando in seminario (e, nel Novecento, diventando carabiniere).

Con la nuova legge, nello Stato del Madhya Pradesh per essere processati e condannati basterà il sospetto di avere convertito con lusinghe o con la forza qualcuno.

Autodifesa dell’identità nazional-religiosa? Con internet? i bit-coin? con l’inglese lingua obbligatoria sui mercati internazionali? Ci sono altri Stati a maggioranza nazionalista come il Karnataka e l’Uttar Pradesh, che varano leggi a protezione dell’Induismo. E c’è qualcuno che rimpiange le caste e i roghi dove si immolavano le mogli sul cadavere del marito; se non fosse tragico, ci sarebbe da ridere. Vengono in mente i fan del Medioevo, i quali s’immaginano a cavallo per la caccia con il falcone senza pensare nemmeno per un attimo di poter essere, invece, servi della gleba. In India, ci sono i nostalgici del maharaja e della poligamia abolita nel 1955. Viene tristezza a pensare che nel mondo c’è un sacco di gente che, nonostante le lezioni della Storia, è più che convinta della forza delle proibizioni fatte per legge.

Giuseppe Spezzaferro

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