EUROPANAZIONE

ATTUALITA'

UNA LETTURA MAOISTA DEL CREPUSCOLO DI TRUMP

Nel 1937, Mao Zedong pronunciava una conferenza, poi rivista e inclusa nelle sue opere dottrinarie, intitolata semplicemente Sulla contraddizione. Si tratta di uno scritto che, letto in chiave strategica, può fornirci importanti chiavi di interpretazione per leggere il crepuscolo del trumpismo e tutto ciò che ci sta intorno.

Secondo il Grande Timoniere, dunque, «nel processo di sviluppo di una cosa complessa esistono numerose contraddizioni, tra cui vi è necessariamente una contraddizione principale; la sua esistenza e il suo sviluppo determinano o influenzano l’esistenza e lo sviluppo delle altre contraddizioni. Per esempio, nella società capitalistica le due forze in contraddizione, il proletariato e la borghesia, formano la contraddizione principale. Le altre contraddizioni, quali ad esempio la contraddizione fra la classe feudale rimanente e la borghesia, la contraddizione fra la piccola borghesia contadina e la borghesia, la contraddizione fra il proletariato e la piccola borghesia contadina, la contraddizione fra la borghesia non monopolistica e la borghesia monopolistica, la contraddizione fra la democrazia borghese e il fascismo borghese, la contraddizione fra i paesi capitalistici, la contraddizione fra l’imperialismo e le colonie, ecc., sono tutte determinate, influenzate da questa contraddizione principale».

Non ha molto senso, ovviamente, mettersi qui a spiegare quanto il riduzionismo classista, la rigidità della dialettica e l’approccio generale marxista siano limitati (anche se, sia detto per inciso, l’approccio materialista andrebbe attraversato, non negato, come di solito si tende a fare a destra). È lo schema concettuale che è rilevante. Per Mao, «in ogni processo, se in esso esistono numerose contraddizioni, ve ne è necessariamente una principale, che ha una funzione determinante, decisiva, mentre le altre hanno una posizione secondaria e subordinata. È quindi necessario, nello studio di ogni processo, che sia complesso e contenga più di due contraddizioni, fare ogni sforzo per trovare la contraddizione principale. Una volta trovata questa contraddizione principale, è facile risolvere tutti i problemi […] Ma migliaia di studiosi e di uomini d’azione non comprendono questo metodo; e perciò essi si muovono letteralmente nelle tenebre, non riescono ad afferrare il nocciolo della questione e non possono quindi trovare il metodo per risolvere le contraddizioni».

L’idea dell’intuizione con cui «è facile risolvere tutti i problemi» è ovviamente una semplificazione ingenua. Resta tuttavia vero che l’individuazione della «contraddizione principale» costituisce un passaggio fondamentale per una prassi analitica rivoluzionaria. E torniamo appunto a Trump e al suo scontro con i colossi del big tech. Si tratta di uno scontro reale? Sì. Ma è uno scontro interno al sistema. Così come la ricerca di autonomia social di chi in queste ore sta migrando verso piattaforme marginali, create da qualche milionario repubblicano poco «in fase» con le utopie fanatiche di Zuckerberg e soci. Quella tra Twitter e Parler o tra Trump e i la Silicon Valley sono contraddizioni reali, ma secondarie. Scrive ancora Mao: «Ma in ogni contraddizione, sia essa principale o secondaria, i due aspetti contraddittori si possono trattare come fossero uguali? No, neanche questo è possibile». Questo è un punto cruciale. Quando capitalismo e comunismo si alleano per sconfiggere i fascismi, la contraddizione principale emerge anche visivamente in modo plastico. Questo non significa che comunismo e capitalismo siano la stessa cosa o che le loro schermaglie siano apparenti. L’approccio maoista ci insegna a tenere insieme unità e differenza del nemico. 

Inserirsi nelle contraddizioni secondarie è giustissimo. A patto che si sia coscienti di quello che si sta facendo. In soldoni: coprire uno spazio politico social su piattaforme «alternative» come Gab, Parler, Vk o altre è sacrosanto. Comprendere che la censura contro Trump è pericolosa anche per noi, quale che sia la nostra opinione su Trump e il livello di organicità o disorganicità al suo progetto, è essenziale. Tutto questo diventa però un boomerang se ne facciamo la solita occasione per costruire narrazioni consolatorie e incantatorie su presunti «spazi di libertà» e su fantasiosi «vendicatori dei popoli oppressi». In questo modo a) non ci si impegna più per costruire reali spazi di libertà; b) non ci si impegna per approntare un progetto politico degno di questo nome, dato che il progetto arriverebbe bello e fatto dall’estero e basterebbe mettersi sulla sua scia; c) ci si consegna armi e bagagli a un mondo che può scaricarci, o peggio, usarci quando lo desidera. 

Resta solo da definire quale sia la contraddizione principale dei tempi presenti. Essa esiste, e in azione nella trama della realtà, produce effetti, ma non ha un nome. Non ha un nome perché non riesce ad affiorare in superficie e a farsi scontro politico vero e proprio, anche a causa delle interferenze delle contraddizioni secondarie che occupano la scena e vengono continuamente scambiate per la contraddizione principale. Essa esiste ed è radicata nel conflitto degli immaginari, incardinata in poli geografici e geofilosofici opposti, in guerre economiche non dichiarate. Essa esiste, ma molti di quelli che dovrebbero darle un nome «si muovono letteralmente nelle tenebre».

Adriano Scianca

Lascia una risposta