EUROPANAZIONE

HISTORIA MAGISTRA VITAE

CAVOUR. IL NAZIONALISMO FA BENE ALLE MASSE

«Le disgrazie d’Italia sono di vecchia data. Noi non cercheremo di rintracciare nella storia le loro numerose fonti. Un simile lavoro, fuori posto qui, sarebbe peraltro superiore alle nostre forze. Ma crediamo di poter stabilire come cosa certa che la causa prima di esse deve essere attribuita all’influsso politico che da secoli gli stranieri esercitano tra noi, e che i principali ostacoli che si oppongono a che noi ci liberiamo da questa funesta influenza sono, anzitutto, le divisioni intestine, le rivalità, direi quasi le antipatie che animano le une contro le altre le diverse frazioni della grande famiglia italiana…». Scriveva così, centosettantacinque anni fa, Camillo Benso conte di Cavour sulla “Revue Nouvelle”. L’articolo intitolato “Des chemins de fer en Italie” (lui parlava e scriveva in francese, la sua lingua madre; usava l’italiano quando interveniva in dibattiti parlamentari) indicava l’importanza delle ferrovie per l’Italia nell’ottica dell’indipendenza nazionale.

«La storia di tutti i tempi – scriveva il padre, con Mazzini e Garibaldi, del sabaudo regno d’Italia – dimostra che non c’è popolo che possa raggiungere un alto grado d’intelligenza e di moralità senza che si sia fortemente sviluppato il senso della sua nazionalità. Infatti, la vita intellettuale delle masse si muove entro un cerchio di idee assai ristretto». 

E insisteva: «Tra le idee ch’esse possono acquisire, le più nobili e le più elevate sono certo, dopo quelle religiose, le idee di patria e di nazionalità». 

Adesso che non c’è più la religione a fare da mastice (anche i papi non sono più italiani), ci sono i mondiali di calcio e qualche bandierina da sventolare di tanto in tanto negli altri sport. Ci sarebbe anche da ridire sulla “nazionale” di calcio che è doc soltanto sulla carta bollata. È rimasta la scarsa “vita intellettuale delle masse”, per cui alcuni politicanti puntano ancora sul “nazionalismo” per beccare consensi. Il fatto è che se le masse erano delle caprette ai tempi di Cavour, oggi sono del tutto irrecuperabili: la loro insipienza è cresciuta insieme con l’illusione di essere intelligenti. Non c’è muro asinino più invalicabile di quello costruito da chi ignora i propri limiti (oltre a tutto il resto). Degli intellettuali manco a parlarne. Basta un film impiantato su forzature della fisica fake Einstein (dimensioni parallele, viaggi nel tempo avanti e indietro e simili amenità) per farli gridare al genio e agitarsi come pappagalli sul trespolo della comunicazione. Ben vengano le quarte, le quinte e le seste dimensioni per chi ha bisogno di coprire una esistenza poco soddisfacente con fantasticherie “scientifiche”. Sì, è questa la tragedia vera. Invece di sognare l’Europa, per esempio, questi credono nell’avatar (ovviamente quello di Hollywood, mica l’induista) perché lo dice la “scienza”. Non accorgendosi che, in questo mondo, l’autentica superstizione è quella scientifica. Comunque, torniamo a Cavour. 

«Se ora – prevedeva lo statista piemontese – le circostanze politiche del paese impediscono a queste idee di manifestarsi o imprimono ad esse una direzione funesta, le masse resteranno annegate in uno stato di deplorevole inferiorità. Ma non è tutto: in un popolo che non può essere fiero della sua nazionalità, il sentimento della dignità personale esisterà solo come eccezione in pochi individui privilegiati». 

E concludeva (l’articolo è del 1° maggio 1846): «Le popolose classi che occupano le posizioni più umili della sfera sociale, hanno bisogno di sentirsi grandi dal punto di vista nazionale per acquistare coscienza della loro dignità». Più chiaro di così…

Giuseppe Spezzaferro

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