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CENTRAFRICA. ANCHE I CASCHI BLU DELL’ONU VIOLENTANO LE DONNE

FONTE: https://internettuale.net/4340/centrafrica-anche-i-caschi-blu-dellonu-violentano-le-donne

Nella République Centrafricaine le elezioni di domenica scorsa per eleggere il presidente e la nuova assemblea parlamentare si sono svolte come si prevedeva: seggi elettorali bloccati, uccisioni e risultati a tutt’oggi sconosciuti. L’attuale presidente Faustin Archange Touadéra ha il sostegno dell’Onu e degli stranieri interessati a sfruttare le ricchezze del Paese (https://internettuale.net/4324/centrafrica-uccisi-da-guerra-e-fame-tra-oro-e-diamanti).

Per rendere più efficace la resistenza antigovernativa, i tre gruppi armati più forti hanno costituito una coalizione battezzata CPC, The Coalition of Patriots for Change, che ha così sotto controllo vaste aree del Centrafrica occidentale. Da notare la parola-chiave “change”; il cambiamento ha sostituito nella propaganda politica la consumata dizione “nuovo”. In quasi tutte le parti del mondo, Italia inclusa, non si tratta più di vendere “novità”, ma di presentarsi come alfieri del “cambiamento”. Cambiare è oramai la condizione naturale dell’esistenza: tutti vogliono cambiare e soffrono perché non possono. Dai ceti politici, allora, discende sul capo di queste miserabili masse di “vorrei-ma-non-posso” il verbo che cambierà la loro vita. Va da sé che per cambiare realmente occorrono qualità non comuni e perciò non cambia alcunché spostando parlamentari da destra a sinistra, da sopra a sotto, e fondando gruppi movimenti partiti all’insegna del cambiamento. Ma torniamo a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, città divisa tra musulmani e cristiani, divisione che non è all’origine del conflitto, checché ne dicano i santoni dell’informazione fedeli follower del “conflitto di civiltà”. All’origine, ci sono colpi di stato, tentati, realizzati, inventati; ci sono cinesi, russi, americani e francesi (per citare i più grossi) che si fanno la guerra per interposta persona; ci sono diamanti e oro, e chissà cos’altro, che attirano sfruttatori da tutte le parti. Gli abitanti di queste aree sanno a malapena come scavare un pozzo per l’acqua, combattono con la fame tutti i giorni per tutta la vita e non hanno modo di impiantare miniere. Tutt’al più, possono imparare a scavare al servizio dei bianchi o dei gialli.

Da Bangui, dunque, la commissione elettorale fa sapere che il 14% circa dei seggi è stato chiuso dai ribelli. Nelle città di Bambari, Carnot, Nola (nella parte occidentale) sono stati registrati attacchi armati. Il fatto è che tutti d’accordo – governo, Onu, Paesi esteri – hanno escluso dalle elezioni non soltanto l’ex presidente Francois Bozizé, accusato di crimini e di aver complottato un golpe (e destituito proprio da un colpo di stato sette anni fa), ma anche molti candidati suoi amici. In campo è rimasto l’ex primo ministro Anicet Georges Dologuele, sponsorozato anche dal partito di Bozizé, “Kwa Na Kwa” (in sango, lingua ufficiale insieme con il francese, significa “lavoro solo lavoro”). Il CPC, inoltre, è stato accusato di crimini di guerra da Human Rights Watch (una ong piuttosto ramificata e potente, con sede a New York). Un’accusa che in Africa, e non soltanto lì, la si può lanciare, senza paura di sbagliare, contro tutte le truppe combattenti, governative e non. Pare che di crimini (stupri, soprattutto) si siano resi colpevoli anche i caschi blu. In Centrafrica, per esempio i caschi blu sono soldati del Burundi e un’altra potente nonché ramificata ong (“AIDS-Free World”) li ha accusati di violenze sessuali. Il fatto è che i burundesi sono il nerbo della MINUSCA (Missione Multidimensionale Integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in Centrafrica) e perciò resteranno dove sono. Probabilmente negli attacchi contro di loro (giorni fa ne sono stati uccisi altri tre e due feriti ), c’entra poco la guerriglia e molto la vendetta di qualche padre, marito, fratello.

La situazione, come ha dichiarato Denise Brown, vice rappresentante speciale dell’ONU a Bangui, è instabile, dice lui, in diverse comunità nell’Ovest del Paese. Da ciò non è azzardato evincere che il Centrafrica è spaccato in due.

Giuseppe Spezzaferro

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