EUROPANAZIONE

SPIRITO ANTIMODERNO

FIABE DEL SOLSTIZIO. O’ PRESEPE

FONTE: https://electomagazine.it/fiabe-del-solstizio-o-presepe

Ricordo Eduardo… Edoardo de Filippo, per i più giovani. Il figlio del grande Scarpetta e fratello dell’immenso Peppino. E di Titina…

Era un grande attore anche lui. Ma non un mattatore come il fratello, che riempiva la scena appena vi faceva ingresso. Uno dei pochi, anzi il solo a poter dividere la scena con Totò. Senza sparire.

Eduardo era diverso. Più umbratile. Melanconico. Un Pulcinella triste e un po’ sulfureo. Ma era un autentico drammaturgo. Di razza. Grande, grandissimo non so dire. E non mi azzardo. Ma dopo Pirandello è stato uno degli ultimi alfieri del Rinascimento teatrale del nostro ‘900. Dopo tanti, troppi nomi dimenticati… Rosso di San Secondo, lo sventurato Marcello Gallian, Ugo Betti, Diego Fabbri… Ma basta così.

Questo non è un articolo di letteratura sul nostro teatro. È una storia, se preferite una fiaba, sul Presepio. Più esattamente su O’ Presepio, come diceva Eduardo nel suo dramma più famoso: “Natale in casa Cupiello”. Non il suo migliore, a mio avviso. Visto che gli preferisco di gran lunga “Le voci di dentro” e “Questi fantasmi”. Ma il più famoso sì, indiscutibilmente. Quello che tutti, nella mia generazione, hanno visto almeno una volta. Anche quelli che a teatro non ci andrebbero neppure sotto minaccia delle armi. O di un DPCM di Conte…

Il fatto è che, un tempo, sotto Natale, la RAI lo trasmetteva sempre. E allora vi era un solo canale… Mica potevi cambiare. Quello c’era e quello ti beccavi. E ti andava ancora bene, perché il Venerdì Santo era il turno di “Maria Stuarda”. Roba da seppuku. Da taglio delle vene per lungo…

Comunque mi risulta sia anche il dramma eduardiano più conosciuto all’estero. A Londra fu interpretato nientepopodimeno che da Lawrence Olivier… E sinceramente mi sono sempre chiesto come. Perché nella scena madre, il protagonista sul letto di dolore, Eduardo, diceva con voce strozzata al figlio degenere “Te piace o’Presepe?” ed era un’emozione tutta plebea. E tutta napoletana.

Ora ve lo immaginate sir Olivier? Tutt’altro fisico, altra presenza. Perfetto per Enrico V sul campo di Azincourt… o per Hamlet sugli spalti di Elsinore… Ma lì, in quel basso dei quartieri spagnoli? E che diceva “Do you like the Presep?” con profondo accento oxbridge… Sinceramente, non è cosa…

Comunque, oggi mi è tornato in mente Eduardo perché… faceva freddo ed era una giornata bigia. E tutti si lamentavano, qui a Roma, ché non è clima da Natale, che qui si è abituati a temperature più miti. Al sole…

Già, a Roma – non so da voi- di questo ci si lamenta… Del tempo atmosferico. Non di…. Vabbè lasciamo stare, altrimenti qualcuno dice che la butto sempre in politica, e che ogni scusa torna buona per prendermela con Conte, Speranza, Boccia e Bergoglio. Per tacere del Muto di Portici… visto che siamo in tema napoletano…

Comunque, a me questo clima ha messo, invece, addosso una sorta di allegria. Allegria malinconica, ma pur sempre allegria. Ed ho rivisto, con gli occhi della memoria, Eduardo entrare in scena, all’inizio del dramma. Con una giacca da camera – come si usava un tempo- tutta lisa. E stringendosi intorno alle spalle uno scialletto. Che usava anche quello, e gli uomini non si preoccupavano di passare per effeminati… perché mica esisteva il riscaldamento centrale, e la legna per le stufette costava assai…

Dunque, Eduardo entrava così abbigliato in cucina. Che era la stanza ove si viveva. La più calda per via dei fornelli. Il salotto e il tinello, se c’erano, venivano tenuti chiusi. E aperti solo per le grandi occasioni. Matrimoni, battesimi, funerali soprattutto…

Dunque… Eduardo entrava. Rabbrividiva, si stringeva ancor di più nello scialle e diceva

“Questo Natale si presenta proprio come Dio comanda.”

Già. Perché Natale è sempre sinonimo di freddo. Neve. Paesaggi nordici. E poco importa che l’ambientazione del Presepe dovrebbe, a rigor di Storia, essere mediorientale. E che i pastori non vanno al pascolo in inverno. Nel Presepe, quello tradizionale, quello di Eduardo, la neve ci doveva stare. E con i Pastori.

E poi, come mostra la commedia, la preparazione era cosa lunga. Richiedeva tutto Dicembre. Perché bisognava ridipingere le statuine sbiadite. Rigorosamente di terracotta e fatte a mano, da artigiani. Un tesoro di famiglia, che si trasmetteva attraverso le generazioni… Mica sta roba di plastica usa e getta, Made in China. Dove il Presepio manco sanno cosa sia.

E il muschio era vero. Raccolto nei boschi e sugli argini dei fossi. E fatto essiccare sulla stufa, così che assumeva tutta una gamma di sfumature. E le montagne, poi, le si faceva in casa. Con carta da giornale ridipinta.

Un rito che richiedeva tempo. E lavoro. Intorno al quale si svolgeva, in un’atmosfera diversa, sospesa e incantata, la vita ordinaria. Con le sue piccole miserie. E grandi drammi. Come ci racconta, appunto, De Filippo.

E le Statuine avevano ruoli, talvolta nomi precisi. E una precisa simbologia. Occulta, ma che parlava al cuore di uomini semplici. Come il nostro Cupiello… Benino o’dormiente. I giocatori all’osteria. Il pozzo. Il Castello con le guardie. Tutto aveva un significato. Nulla doveva essere arbitrario. Lasciato al caso.

Penso a questo, guardando, sul web, la fioritura di Presepi strampalati. Intellettuali e astratti, stupidamente alla moda. Al Presepe allucinato di Piazza San Pietro. A quelli, un po’ ovunque, politicamente corretti a norma di DPCM, con mascherine e distanziamento… Penso a come reagirebbe Eduardo /Cupiello vedendoli. Probabilmente si stringerebbe ancor più nel suo scialle. E poi, lascerebbe partire un solenne pernacchio.

Andrea Marcigliano