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MOZAMBICO. LA GUERRA DEL GAS E DEI RUBINI

FONTE: https://internettuale.net/4320/mozambico-la-guerra-del-gas-e-dei-rubini

Nel nord del Mozambico a pagare il prezzo più alto degli scontri tra ribelli e truppe governative è la popolazione civile. Niente di nuovo. Le masse di profughi, i campi ospedale stracolmi di feriti, i bambini che muoiono di fame, le donne violentate e uccise sono i “danni collaterali” (come direbbero a Washington) di ogni conflitto. Guerre, guerriglie, colpi di stato: gran parte dell’Africa non trova pace. Ciascuna transizione da colonia a stato sovrano, già difficile di per sé, è insanguinata per i conflitti tribali etnico-religiosi e/o per il possesso delle ricchezze del sottosuolo. Nella regione settentrionale di Cabo Delgado c’è di tutto e di più.

Dieci anni fa al largo delle coste venne scoperto uno dei più ricchi giacimenti di gas dell’Africa. L’Eni informa che già «nel 2006 abbiamo acquisito una partecipazione nel bacino offshore di Rovuma, dove abbiamo scoperto risorse supergiant di gas naturale nei giacimenti Coral, Mamba e Agulha, stimate in 2.400 miliardi di metri cubi di gas in posto. Coral South è il primo progetto di sviluppo a gas in Mozambico in acque profonde. Eni è operatore del blocco con il 34% di partecipazione. A maggio 2019 il Governo del Mozambico ha approvato il piano di sviluppo del progetto Rovuma LNG per la produzione, liquefazione e commercializzazione di gas naturale da tre giacimenti del complesso Mamba». Sul sito dell’Eni, sono descritti tutti i passi, quelli ufficiali s’intende, per sfruttare il gas del Mozambico. Il fatto che queste ricchezze non cambino di una virgola le condizioni della popolazione locale (che resta una delle più povere dell’Africa) forse potrebbe essere la ragione della nascita di gruppi armati.

Un’altra risorsa che causa scontri armati è quella dei rubini nel territorio di Montepuez. Qui, una società britannica ha l’esclusiva dello sfruttamento e, con l’aiuto delle truppe governative, elimina i minatori indipendenti. Le autorità hanno anche sgomberato interi villaggi per difendere i diritti britannici (e le royalties, legali e sottobanco).

Nel Nord del Mozambico, sono al lavoro anche bande di bracconieri a caccia di elefanti per il loro avorio e organizzazioni cinesi che abbattono foreste per esportarne il legno.

È, dunque, un’area particolarmente tormentata. I media danno la colpa a “milizie jihadiste”. Probabilmente, si è innestato anche uno scontro religioso, ma è troppo facile puntare il dito contro i “guerrieri di Allah” e ignorare le enormi responsabilità di governi e multinazionali che lucrano a mani basse ignorando le miserabili condizioni della gente.

Sulla spiaggia di Paquitequete, a circa 5 km da Pemba, si ammucchiano a migliaia i profughi in attesa di imbarcarsi (il viaggio via mare dura tre giorni e molti muoiono nel tragitto). Negli ultimi tre anni, si contano 600 mila persone in fuga (soltanto a Pemba ce sono circa 150 mila).

Non si contano i villaggi bruciati. Sono gli jihadisti gli incendiari? Di certo, sgomberare l’area per consentire alle multinazionali (soprattutto a quelle minerarie) di lavorare senza fastidi è un obiettivo anche governativo. Dietro i politici, comunque, ci sono boss locali che si arricchiscono ogni giorno di più. Mentre la gente campa di pesca e coltivando, dove possibile, orticelli autarchici, gli occupanti stranieri fanno affari d’oro, a volte leciti e a volte illegali.

Quella che i media definiscono “insurrezione jihadista” sta impegnando anche le truppe regolari della vicina Tanzania (https://internettuale.net/252/in-africa-si-vince-al-calcio-massacrando-gli-albini) . L’occupazione in agosto del porto di Mocimboa da Praia (prezioso per le aziende esportatrici) è stata un duro colpo e il governo si prepara alla riconquista.

Giuseppe Spezzaferro

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