EUROPANAZIONE

HISTORIA MAGISTRA VITAE

RISORGIMENTO. GIOVANI RIBELLI PERCHÉ SENZA UNIFORME DI CORTE

FONTE: https://internettuale.net/4314/risorgimento-giovani-ribelli-perche-senza-uniforme-di-corte

Quando l’Italia era divisa in numerosi Stati (con sorprendenti somiglianze con questa Italia divisa in Regioni) c’erano pochi pazzi scatenati che sognavano l’unificazione in una sola nazione. La maggioranza della popolazione era analfabeta e aveva altro da pensare, mentre i nobili, tranne qualche esaltato, avevano come unico obiettivo una migliore sistemazione con il padrone di turno. Atteggiamento, questo, riscontrabile anche oggi tra i grand commiss ed i big manager sgomitanti qualunque sia il colore del governo in carica.

C’è un dialogo tra il principe di Metternich, cancelliere dell’Impero austriaco, ed un nobile lombardo (tale Paolo de Capitani de Scalve), che è particolarmente illuminante. Il testo fu pubblicato nel 1950 da don Franco Arese Lucini, conte di Barlassina, ed è consultabile in Archivio storico lombardo.

Siamo nel 1832 e Metternich, com’è noto, non è benevolo nei confronti degli italiani (https://internettuale.net/3072/storia-e-storie-litalia-espressione-geografica) e perciò replica alle lamentele del suo interlocutore senza nulla concedere.

La questione di fondo sono le mancate gratificazioni alla nobiltà lombarda.

«Non c’è a Vienna – lamentava de Capitani – una carica di qualche importanza che sia affidata ad italiani. Quattro milioni e mezzo di sudditi non hanno nella capitale nemmeno un magistrato…Si dovrebbero almeno utilizzare in Germania degli italiani».

E, per quanto riguarda i giovani, faceva notare de Capitani, «ancora non è stata concessa un’uniforme di corte per la nobiltà, altra ragione per non comparirvi. I giovani non hanno voglia di indossare l’abito francese…».

Premesso, faceva rilevare il Cancelliere austriaco, che «quando si giudica un paese, occorre anzitutto vedere la sua posizione geografica, poi la sua storia, poi le sue tendenze morali», la realtà è che «in Italia ci sono due tendenze, una prodotta dallo spirito rivoluzionario che vorrebbe un regno comprendente tutta l’Italia, e l’altra dell’antico spirito italiano di sovranità locale, di principati divisi, di indipendenza parziale. Si direbbe che questo spirito provenga dalle antiche repubbliche. Potremmo dirlo una passione municipale, o quasi di prerogative di famiglia. Tra voi c’è, per di più, una specie di nepotismo».

Ah!, questo tanto odiato Metternich aveva l’occhio lungo. Un giro per le redazioni dei giornali, tra i set televisivi e cinematografici, nei Consigli d’amministrazione di società pubbliche, semipubbliche e private, nelle presidenze di enti grandi e piccoli, e vi si trovano ripetuti gli stessi nomi. Il nepotismo è un tratto essenziale del made in Italy e ad un austriaco ligio ai princìpi della meritocrazia la cosa non andava giù.

In più, sottolineava Metternich, «nel vostro carattere c’è una sorta di suscettibilità che rende quasi impossibile dirigere il vostro spirito pubblico». E spiegava: «Mai i lombardi sono stati più austriaci che durante il Regno d’Italia, mai sono stati più contrari all’Austria che sotto il nostro governo».

Uno spirito sopravvissuto ai secoli. Quegli stessi che fanno grandi fatiche a mettere in piedi un governo, poi si mettono al lavoro per farlo cadere. Nel caso di Conte & soci, questo “spirito di suscettibilità” è sospeso perché la maggioranza di coloro che okkupano il Parlamento sa (con la caduta del governo e nuove elezioni) di non avere alcuna possibilità di riguadagnarsi la medaglietta.

La colpa è dei “padroni”, sosteneva de Capitani, giacché «al tempo dei francesi si è urtato lo spirito pubblico come attualmente si urta l’amor proprio nazionale. Che necessità c’è di far occupare ogni posto notevole da tirolesi e da sudditi di altre province?». E concludeva: «Devo dire che, poiché i nostri giovani sono scoraggiati, essendo loro precluse tutte le porte, accade talvolta ch’essi si lascino trascinare dai frondisti. C’è stato del risentimento quando sono state allontanate dalla corte un certo numero di dame che dapprima vi erano state ammesse; siccome erano le più giovani, le han seguite i giovani cavalieri…».

La moda era importante, ma era anche questione di donne. Almeno per i giovani italiani dell’Ottocento. E del Novecento. Oggi, il dato è incerto.

Giuseppe Spezzaferro

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