EUROPANAZIONE

POLITICA

ANTIAMERICANISMO E DIFESA DELL’OCCIDENTE

Le recenti elezioni presidenziali statunitensi, con la contestata proclamazione di Joe Biden come presidente eletto, ripropongono il ruolo egemone degli U.S.A. sullo scenario internazionale; Donald Trump durante la sua discussa presidenza ha avuto almeno il pregio di non intervenire militarmente in ulteriori conflitti armati, cosa di non poco conto per un Paese che viene definito da sempre come il “gendarme del mondo”, ad eccezione dell’uccisione del generale iraniano Soleimani, ordinata dal presidente degli Stati Uniti e compiuta il 3 gennaio di quest’anno in territorio iracheno mediante droni decollati dal Quatar.

I noti e tragici avvenimenti culminati nell’attacco alle Torri Gemelle del World Trade Center di New York City dell’11 settembre 2001 e il conseguente attacco americano all’Afghanistan del 7 ottobre dello stesso anno deciso dall’Amministrazione di George Bush Jr., dove dopo dieci anni dall’invasione, il 2 maggio 2011, le forze armate stars and stripes hanno condotto un’incursione ad Abbottabad, vicino Islamabad in Pakistan, uccidendo, nel suo rifugio, il leader di al-Qāʿida, Osama Bin Laden, pongono serie riflessioni sulla politica di penetrazione dell’americanismo. 

Questo aspetto è già sedimentato nell’Occidente europeo ancora prima dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con la sconfitta delle forze armate dell’Asse, si è ampiamente diffuso anche in Oriente con i ben noti fenomeni del mondialismo, della globalizzazione liberalcapitalista e anche di matrice “progressista”.

L’11 settembre ha rappresentato quindi una reazione delle forze militanti e jihadiste dell’Oriente tradizionale e del fondamentalismo islamico a tale processo di appiattimento ed omogeneizzazione spinto dagli interessi economico-finanziari statunitensi sostenuti dalle lobby sioniste internazionali che fomentano, tra l’altro, il conflitto palestinese – israeliano da sempre.

E’ importante definire ora il concetto di americanismo anche nei suoi aspetti culturali: esso costituisce l’incarnazione del materialismo capitalistico e liberale, dell’economicismo che tutto domina ed è prevaricatore sui valori spirituali ed eroici propri delle tradizioni delle più importanti culture e religioni delle stirpi indoeuropee e della civiltà continentale in particolare, di origine greco-romana, sulla quale si innestano quelle germaniche e gallico-celtiche.

Esso si manifesta con la mondializzazione, la cui più sciagurata conseguenza è rappresentata dall’immigrazione di massa delle popolazioni allogene in Europa, come previsto più di quattro decenni fa da Jean Raspail – scomparso il 13 giugno 2020 – nel suo Il campo dei santi1, in seguito dell’oggettivo stato di povertà e di guerra dei paesi del Terzo e del Quarto Mondo provocato dalla politica scellerata delle multinazionali che badano solo al loro profitto.

Evidentemente il problema epocale delle migrazioni extraeuropee non si risolve con l’apertura indiscriminata delle frontiere e dal business dell’accoglienza, sfruttato dalle Organizzazioni Non Governative di stampo “progressista” e clericale per i loro scopi non troppo occulti, ma foraggiato dal filantropo di religione ebraica e formazione liberale, multimiliardario, George Soros ideatore e leader dell’Open Society Foundation. 

La questione si può dirimere con una reale cooperazione degli stati ricchi e quelli poveri, in loco, per un aiuto concreto scoraggiando lo sradicamento dei popoli sottosviluppati con la conseguente perdita dei punti di riferimento del migrante (famiglia, ambiente sociale, relazionale, usi e costumi), che talvolta, lo portano a commettere dei gravi reati in una comunità nella quale non riesce ad integrarsi e che giustamente destano un grande allarme sociale tra la popolazione autoctona.

Le recenti rivolte razziali dei Black Lives Matters possono essere considerate il fallimento del melting-pot propagandato come panacea di tutti i mali dai mezzi di comunicazione di massa dei globalisti di ogni latitudine e longitudine.

Tuttavia la cooperazione non può essere ovviamente svolta dalle singole nazioni, ma con il contributo effettivo ed operativo dell’Europa.

La difesa dell’Occidente europeo, della sua storia, della sua identità, delle sue tradizioni di civiltà e cultura non può prescindere da una ferma opposizione a questo fenomeno disgregatore della comunità nazionale e del Vecchio Continente. 

Inoltre la diffusione di questo comportamento è veicolato da due aspetti diversi tra di loro ma complementari: il ruolo predominante degli U.S.A. nella N.A.T.O. con la presenza di ben 59 basi militari atlantiche sul suolo italiano, di cui 10 americane (base militare presso l’aeroporto di Napoli-Capodichino, base aerea di Aviano, Camp Darby di Pisa-Livorno, base navale di Gaeta, Caserma Ederle a Vicenza, Camp Del Din sempre a Vicenza, Carney Park a Gricignano di Aversa, stazione radio di trasmissioni navale di Niscemi, base aerea di Sigonella, base aereonautica di San Vito dei Normanni) con personale statunitense, per un totale di 12.902 tra militari e dipendenti delle forze armate (dati al 30 settembre 2019) e dai modelli culturali imposti dalla televisione privata e, purtroppo, pubblica, che in nome dell’audience, si allinea con essa.

Se il ruolo dell’Italia all’interno dell’Alleanza Atlantica è ridotto a quello di poco più di servo nei confronti degli yankee, si deve rilanciare l’idea di un esercito comune europeo, in alternativa a quello controllato dagli americani e fondamentalmente asservito ai loro interessi e alla loro volontà estranea alle necessità europee e, tanto meno, italiane. 

Questo aspetto va poi di pari passo alla concezione puramente economica dell’Unione Europea, formata da tecnoburocrati che si intromettono nella politica interna degli stati sovrani, anziché ispirata a una politica che guidi e diriga l’economia da sempre sostenuta dalle forze nazionaliste autenticamente rivoluzionarie. 

L’altro fatto che coinvolge più direttamente la società italiana è quello di una televisione, e più in generale dei media mainstream, di gran parte di ciò che si legge su Internet e sulla stampa allineata, come nel caso dei gruppi editoriali FIAT & RCS. 

Una TV pubblica che propone programmi e trasmissioni sempre più modellate sui palinsesti di quella privata di Silvio Berlusconi, che smaccatamente ripropone un americanway of life di dissolutezza morale ed edonistica, propagandata dalla maggior parte dei film di produzione hollywoodiana, oltreché incoraggiante un deleterio consumismo.

Infine, non per cadere nella solita polemica, come spiegano questo ultimo aspetto alcune forze politiche “sovraniste”, utile idioti di Berlusconi, tuttavia sempre più marginale nell’attuale panorama della politica tricolore, convertitesi al sistema liberaldemocratico del pensiero unico politicamente corretto e della “fine della storia” preconizzata da Francis Fukuyama2?

Franco Brogioli

Note:

1. Edizioni di Ar, Padova, 2016.

2. La fine della storia e l’ultimo uomo, UTET, Torino, 2020.

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