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ESTERI E GEOPOLITICA

CAUCASO. UNO SFORZO COMUNE PER SALVARE I KHATCHKAR

Pare che nel Caucaso abbiano smesso di spararsi. Azeri e Armeni hanno sottoscritto un cessate il fuoco. Da qui alla pace, il cammino è lungo perché nel profondo di una guerra per rivendicazioni territoriali è tuttora alimentato il fuoco di antichi rancori e di odio etnico. 

L’alt alle armi nella regione del Nagorno-Karabakh/Artsakh consente ora di contare vittime e danni materiali. A rischio c’è soprattutto il patrimonio artistico-culturale.

La guerra è per definizione una pratica di distruzione. L’obiettivo è stato sempre distruggere le forze nemiche, senza esclusione di colpi. A pagare lo scotto più pesante sono la popolazione civile e i suoi insediamenti. Nel corso della seconda guerra mondiale, le azioni contro i civili si sono fatte più distruttive per “convincere” la popolazione ad abbandonare i propri capi. I bombardamenti a tappeto hanno ottenuto il risultato prefisso in Italia e non in Germania o in Giappone. La bandiera del Sole Nascente fu ammainata soltanto dopo le stragi provocate dalle bombe atomiche americane. Grazie alla resa incondizionata dei generali italiani, comunque, il Colosseo e i Fori, gli archi e gli obelischi, le fontane e le piazze… insomma Roma si è salvata. Un generale americano aveva, infatti, programmato un bombardamento a tappeto: quello su San Lorenzo fu una sorta di prova generale.

Roma è stata salvata dalla vigliaccheria e dal tradimento; della serie: a volte le pessime azioni causano buoni risultati.

Se un militare yankee programmava senza scrupoli la distruzione di Roma, figuriamoci se ufficiali e soldati armeni, azeri e alleati vari possano avere scrupoli nel risparmiare un monumento o una chiesa se questo farebbe segnare un punto a favore.

L’ennesimo groviglio balcanico non è chiaro nemmeno ai protagonisti. Un esempio per tutti: questo Stato autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian ha due nomi, entrambi ufficiali perché decisi da un referendum. Nemmeno nel nome sono compatti, per cui lo possiamo chiamare senza sbagliare “Repubblica dell’Artsakh” oppure “Repubblica del Nagorno Karabakh”. La popolazione non sa decidere come chiamarsi una volta per tutte e gli addetti ai lavori si perdono nei meandri di differenze storiche, culturali ed etniche. Disegnare una carta d’identità è complicato. Gli appositi studi sono una goduria per gli appassionati e, se facciamo mente locale sulle differenze nostre tra calabresi e veneti, sardi e abruzzesi, sulle infinite varietà dialettali, enogastronomiche e feste rituali, ci viene più facile intuire cosa succede in quella parte del Caucaso.

Gli addetti ai lavori contano in più di 4 mila i monumenti artistico-storico-religiosi dell’area in guerra. 

Il “Centro studi e documentazione della cultura armena” ha chiesto l’intervento dell’”Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo” affinché aiuti l’Armenia a proteggere il patrimonio monumentale e i siti archeologici del Karabakh e di alcuni distretti circostanti. Già sono stati distrutti molti “khatchkar”, le croci di pietra che sono una sorta di marchio di fabbrica dell’arte armena. Riusciranno le nazioni coinvolte direttamente e indirettamente nel conflitto ad imporre la salvaguardia dei monumenti? Ci si strappa i capelli per un albero tagliato o una mucca macellata e proteggere i prodigi artistici creati dall’uomo non interessa più di tanto.

Giuseppe Spezzaferro

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