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YUKIO MISHIMA: L’ESTETA A CAPO DEL TATENOKAI

FONTE: https://www.progettoprometeo.it/yukio-mishima-tatenokai-seppuku/amp/

Nel corso dei successivi vent’anni Yukio Mishima scrisse 34 novelle, 50 opere, 25 libri di storie brevi, e almeno 35 libri di saggistica: il tutto mentre posava per i fotografi, recitava nei film e si apprestava a diventare la figura letteraria più importante del suo Paese. La sua visione politica era fortemente di destra, un conservatorismo radicato nel passato della sua nazione piuttosto che negli stilemi occidentali, lontano dall’emulazione del fascismo europeo e del nazionalismo che avevano condotto la sua nazione in guerra

Fu nominato tre volte al Premio Nobel per la letteratura; era un abile bodybuilder, un soldato addestrato, un esperto spadaccino, modello, attore e cantante. Ciascuno di questi aspetti è impressionante, due o tre sono fuori dal comune, messi assieme rappresentano una volontà di potenza quasi superumana, un Übermensch in salsa nipponica che si vuole al di sopra dei comuni mortali.

Chi era Yukio Mishima?

Tuttavia, Yukio Mishima aveva anche un lato oscuro: tormentato, in gioventù, da una nonna disturbata con pretese aristocratiche; i suoi primi lavori nascosti, per la vergogna, da un padre prepotente; quasi sicuramente omossessuale o bisessuale, il modello parziale della generazione post-bellica di un Giappone occidentalizzato ma, nel profondo, troppo affezionato all’epoca imperiale per lasciarsela alle spalle in toto. Il ragazzo era complicato.

Nato a Tokyo nel 1925, Kimitake Hiraoka (Yukio Mishima era uno pseudonimo) apparteneva a una famiglia di ceto medio-alto, che un centinaio di anni fa avrebbero servito signori feudali, ma nel Giappone di allora erano la classe dei burocrati governativi. Appena nato fu portato via da sua nonna, Natsu, la nipote di un Daimyo (un potente signore feudale) e moglie di un ricco ufficiale. Natsu era incline a scatti violenti e melanconici: applicò un regime rigoroso all’infanzia di Yukio, permettendo solo alla madre di vederlo, nei tempi stabiliti per le sessioni misurate di allattamento al seno. La compagnia di altri ragazzi, gli sport e anche la luce del sole erano proibiti, così Yukio trascorreva le sue giornate giocando con le bambole delle cugine.

Negli anni successivi, quando le ristrettezze di sua nonna vengono meno, subentrano gli atteggiamenti del padre, preoccupato che Mishima non fosse abbastanza “mascolino”. Nel mirino, ovviamente, la passione del ragazzo per la scrittura (apparentemente Hiraoka senior non aveva mai sentito parlare di Hemingway, Mailer o qualcuno dei cosiddetti “ragazzi letterari” che univano l’amore per la scrittura con scotch e scazzottate). Nonostante l’interferenza del genitore, Yukio continuava a scrivere, e ben presto le sue storie brevi apparvero su prestigiose riviste letterarie. Una delle prime storie, La sigaretta (1946), descriveva l’impatto emotivo e il bullismo subito dai membri del club di rugby della scuola perché apparteneva alla società letteraria.

La sua prima novella, Confessioni di una Maschera (1949), lo consacrò alla fama nazionale.  La trama aveva diversi riferimenti autobiografici: come Mishima, il protagonista era un bambino malaticcio, piccolo, e psicologicamente fragile, ma profondo ammiratore della forza mascolina e della bellezza. Inoltre, egli rivelava nei primi capitoli la sua omosessualità e nel Giappone anteguerra ciò equivaleva ad una sentenza di morte. La speculazione sulla sessualità di Yukio lo accompagnarono nel corso della sua vita, dando voce a diversi pettegolezzi d fondo: si sposò ed ebbe dei figli, ma frequentò anche dei gay bar (forse per avere spunti sui propri personaggi) oltre a fotografarsi in pose omoerotiche, a torso nudo ed oliato, coperto al minimo da un perizoma o come San Sebastiano martire Cristiano trafitto dalle frecce.

Nel corso dei successivi vent’anni Mishima scrisse 34 novelle, 50 opere, 25 libri di storie brevi, e almeno 35 libri di saggistica: il tutto mentre posava per i fotografi, recitava nei film e si apprestava a diventare la figura letteraria più importante del suo Paese. La sua visione politica era fortemente di destra, un conservatorismo radicato nel passato della sua nazione piuttosto che negli stilemi occidentali, lontano dall’emulazione del fascismo europeo e del nazionalismo che avevano condotto la sua nazione in guerra. Il Bushido, il codice d’onore del Samurai, è fondamentale nel pensiero Mishima: imbracciarlo significava rifiutare il militarismo industrializzato, iniziato durante il periodo Meiji (1867).

I suoi critici lo dipingevano come uno strano figuro di estrema destra, simile a quelli che in quegli anni guidavano attorno a Tokyo su furgoni-altoparlanti per diffondere i sermoni sulla perdita dell’onore e dei valori tradizionali. Anche la figura dell’Imperatore aveva un posto nel pensiero nazionalista di Mishima, nonostante avesse denunciato l’Imperatore Hirohito, colpevole di aver dichiarato di non essere un semidio dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale. Nella tradizione giapponese gli imperatori sono discendenti di Amaterasu, la Dea del sole. Per Mishima tale rinuncia costituiva un tradimento verso quegli uomini che avevano combattuto per un “Dio vivente”. Egli dichiarò che Hirohito avrebbe dovuto abdicare quando la guerra era perduta: ciò fece arrabbiare i conservatori più tradizionali.

Dopo l’eclissi del suo pensiero politico dovuto al grande successo letterario, Mishima decise di passare all’azione: si arruolò nella Forza terrestre di autodifesa, ricevendo l’addestramento militare di base. Un anno dopo, nel 1968, formò un gruppo che chiamò Tatenokai – “la società degli scudi“, reclutando un centinaio di giovani, per lo più studenti universitari, che si allenavano nel karate e nelle tattiche militari (ebbero il permesso di addestrarsi a fianco della Forza terrestre di autodifesa). (L’articolo continua sotto l’annuncio)

Il 25 novembre del 1970 Mishima e tre membri del Tatenokai entrarono nel quartier generale delle forze di autodifesa a Tokyo, con il pretesto di visitare il comandante Kanetoshi Mashita. Una volta dentro presero in ostaggio l’ufficiale e si barricarono nel suo ufficio. Vestendo un’uniforme artigianale, Yukio Mishima si sporse dal balcone che si affacciava su un cortile dove i soldati si stavano allenando e cominciò a tenere un discorso. Era il suo grande momento: il successo che aveva ottenuto con le sue opere era nulla rispetto a ciò che stava facendo. Aveva intenzione di cambiare il Giappone, al fine di restaurare l’onore perduto da quando erano approdate sull’isola le “navi nere” dei primi commercianti europei.

Non fu ascoltato, al contrario, alcuni lo derisero: decise di ritirarsi nei locali del comandante e, dopo essersi inginocchiato, estrasse lo yoroi-dōshi, un lungo pugnale affilato. Il Seppuku, spesso chiamato “Hara-kiri”, è un modo straziante di morire, anche quando viene eseguito correttamente. Nonostante i film occidentali lo descrivano come l’atto estremo di un samurai caduto in disgrazia, che si impala sulla propria spada (e muore all’istante), in realtà consiste nell’affondare venti centimetri di lama nel proprio addome, tagliando da destra a sinistra, allo scopo di far cadere i propri intestini. Ad un certo punto un altro Samurai, detto kaishakunin, si occupa della decapitazione del suicida durante l’agonia.

I membri del Tatenokai che accompagnarono Mishima durante il blitz non eseguirono il Seppuku in maniera corretta. Mishima fece la sua parte, tagliandosi lo stomaco, ma il suo kaishakunin, Masakatsu Morita, non riuscì a decapitarlo e, dopo alcuni tentativi, passò la sua spada a un altro membro del Tatenokai, Hiroyasu Koga, il quale eseguì l’atto estremo. Mishima sarebbe stato vivo fino al colpo finale. Lo stesso Morita si pugnalò allo stomaco e Koga, un Kendo professionista, non riuscì a compiere il gesto fatale. Si dice che ora viva come sacerdote scintoista, sull’isola di Shikoku.

Non è chiaro se il “golpe” fosse solo un pretesto per ottenere un nobile suicidio, rispetto ad un risultato ottenibile con farmaci e alcool. Di certo il mondo ha perso un talento monumentale. Nei momenti prima della sua morte, egli compose un Jisei, un poema di morte:

“Nella notte, soffia un’angusta tempesta

Sussurrando “l’essenza di un fiore giunge alla fine”

Precedendo coloro che esitano”

Cristiano Ruzzi

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