EUROPANAZIONE

POLITICA

LE IDEOLOGIE NELLE SFIDE DI OGGI

Perché oggi non esiste opposizione al Mondialismo ma solo diverse velocità per il medesimo progetto

Tra i tanti luoghi comuni vi è la convinzione che le ideologie siano morte con la caduta del Muro di Berlino e l’entrata nell’Era Globale.

Non è esatto. Intanto è opportuno distinguere tra le Idee (e quindi Idee del Mondo, Sentimento del Mondo e Concezioni esistenziali) e le ideologie che sono le formule schematiche e meccanicistiche in cui comprimere le Idee e dietro cui ammassare partigiani.

Le ideologie non sono morte ma sono slittate nella nuova normalità  della nuova comunicazione, delle nuove forme sociopolitiche, animandola mediante espressioni ibride in cui è comunque possibile riconoscere le componenti.

L’attualità è quella del capitalismo speculativo e della connessione interpersonale distante, impalpabile, non plastica, a-sociale e dis-sociale. Nella realtà odierna dominano, convivendo in simbiosi, due espressioni ideologiche delle sovversioni comunista e capitalista: la trozkista e l’azionista (o social-liberal) che sono il cemento della Open Society e delle communities social. E che sono la predominante culturale del Gran Reset.

Poi esistono delle scuole ideologiche di amministrazione, delle forme di mediazione per il controllo e la gestione, le quali variano dall’orleanismo (liberalismo di destra) alla socialdemocrazia, oggi ridimensionata e ridotta al cosiddetto ordoliberismo.

Assistiamo ad un’azione di avanguardia, di pungolo, di movimento, di élite, che è quella trozko-azionista che individua figure mitizzate nei Soros, nei Zuckerberg, nelle Kamala Harris, e ad una gestione istituzionale che media tra le avanguardie mondialiste e le situazioni locali e pertanto si modera e si stempera, oscillando tra orleanismo e residui di stato sociale.

Un’impasse da già vissuto

A tutto questo si è pensato di opporre il popolo, con il cosiddetto populismo. 

Ne è scaturita la mitizzazione di una massa, oggi implosa e sradicata, nonché delle virtù della plebe, con tanto di esaltazione della democrazia, nella pretesa che, opponendo il volgo all’oligarchia, il primo avrebbe la meglio. Tutto ciò risulta grottesco a chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia, oltre che della natura umana. La demagogia della plebe urbana in rivolta contro i patrizi non ha mai prodotto nulla di più di disastrosi Masaniello; solitamente, rafforza le oligarchie, non le indebolisce. La forza di un popolo, cosciente di sé (quindi non massa, quindi non democrazia) si afferma in quelle forme che storicamente sono note come cesarismo e che nell’età contemporanea si prese a definire come bonapartismo.

Tutte le rettifiche sono state apportate con questo segno e in questo modo.

Paradigmatici i percorsi del bonapartismo e del legittimismo rispetto alla Rivoluzione Francese. Il primo riuscì a produrre un’ardita sintesi degli opposti e a riaffermare, verso il futuro, i principi fondamentali che il terrorismo aveva liquidato, il secondo, nella pretesa improponibile di annullare la storia e di ripartire dal 1788, riuscì invece nell’impresa di diventare una minoranza parlamentare di un regime liberale, una volta la Restaurazione effettuata, e di offrire titoli nobiliari ai banchieri, compreso quel Rothschild che Napoleone aveva invece mandato in galera.

Oggi ci troviamo alla medesima impasse. Ma privi di bonapartismo, perché il populismo dei nostri giorni sbandiera una specie di legittimismo in salsa ventesimo secolo anche se poi si accomoda regolarmente a governare in modo liberal (alter/liberal su un paio di argomenti).

Un nuovo patto

Nell’era globale non sono sicuramente la democrazia né il nazionalismo giacobino a poter lanciare la sfida al Mondialismo, lo è l’Idea d’Impero,  sulla base di un nuovo patto tra un centro e il popolo che acquisisce coscienza, disciplinandosi gerarchicamente e non sbraitando. È indispensabile una sintesi tra universalismo e identità, in una nuova forma di cesarismo.

Perfino i rappresentanti delle istituzioni hanno capito l’antifona. Non mi riferisco solo a chi appartiene comunque a un modello socioculturale diverso da quello in cui viviamo noi qui, modello più “arretrato” e quindi più agevole per le rettifiche, ovvero non solo agli Erdogan o ai Putin. Perfino Macron, con il suo neogollismo, sta esplorando la strada di una nuova espressione ibrida che è quella di una strana alleanza tra orleanismo e bonapartismo. Se vogliamo individuare dei modelli che l’Eliseo oggi scimmiotta dobbiamo vagare tra Luigi Filippo Orléans e Napoleone III.

Dalle opposizioni, invece, soltanto desolazione.

Il populismo è demagogia spiccia, con bagni di folla che si consumano esclusivamente nel lamento comune dei perdenti della Globalizzazione e nella promessa di ribaltare tutto con il voto miracoloso. Si alimenta di slogan trinariciuti e dell’esaltazione degli ignoranti e degli incompetenti. I 5 Stelle sono emblematici di come il populismo, demagogico e non cesarista, si sia espresso nelle peggiori forme delle insorgenze dei frustrati.

Il legittimismo dei piccoli borghesi

Poi c’è il sovranismo, ovvero la fuga all’indietro nello spazio, nel tempo e fuori dalla dimensione satellitare. Come potenzialità storica si trova al palo e con i piedi piantati nelle sabbie mobili, esattamente come il legittimismo due secoli fa. A peggiorare il quadro sta però il fatto che se il legittimismo non aveva alcuna possibilità di affermarsi per la sua incapacità di attualizzazione storica, si rifaceva comunque ad una concezione diversa da quella democratica, in quanto si fondava sui principi, sui valori e sui canoni dell’Ancien Régime.

Il sovranismo di oggi oppone, non solo alla Globalizzazione ma anche alle sue alternative, prima tra tutte l’Europa, la difesa di uno stato-nazione giacobino (ironia della sorte…) e alla post-democrazia non un cesarismo ma la difesa del parlamentarismo. In quanto difensore di alcune prerogative esistenziali ed economiche della borghesia bottegaia, il sovranismo, che è giacobino nelle concezioni dello Stato, è invece girondino nella visione della gestione politica.

È riuscito nella straordinaria impresa di traslare la mentalità incapacitante del legittimismo (di cui ha assunto solo la sclerosi psicorigida) nella difesa esclusiva quanto sterile degli interessi e della mentalità dei piccolo-borghesi. Cerca di andare avanti, cioè, nell’Idea del Mondo dominante, ma a piccoli passi per non smarrirsi troppo, con cautela.

Insomma la cosiddetta opposizione altro non è se non la retroguardia lamentosa di un Unicum nel quale i trozko-azionisti, da avanguardie, dettano leggi a chi le applica. Le opposizioni fanno semplicemente da cinghia di trasmissione verso i ceti sconfitti e da valvola di compensazione: altro non potrebbero.

Perché finora è un Niente

Ecco perché non se ne esce. Se non si parte da tutt’altra Weltanschauung per lanciare una sfida imperiale, tradizionale – ma nel futuro – e ri/voluzionaria, non ribellistica, non si conclude niente. 

La retroguardia del Mondialismo (sovranista o populista che sia), occupando lo spazio del malcontento, nella sua inconcretezza e nella sua appartenenza alla concezione dell’esistenza main stream (intrisa di aids culturale, psicologico e sessuale), resterà la stampella perfetta delle avanguardie sovversive.

Una vera e propria “opposition introuvable”, per fare il verso all’analogo fallimento di duecento anni fa.

Noi cerchiamo dei Napoleone.

Graniele Adinolfi

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