EUROPANAZIONE

ECONOMIA

STATO IMPRENDITORE E NEOLIBERISMO, LE CREATURE MITOLOGICHE DEL NOSTRO TEMPO

FONTE: https://www.progettoprometeo.it/stato-imprenditore-neoliberismo/amp/

Sarebbe bene ricordare a Conte che è proprio grazie a questo sistema economico anche orientato al profitto che oggi ci sono 200 (duecento!) vaccini in fase di valutazione, di cui sette nella fase 3, 2 dei quali hanno già annunciato un altissimo grado di efficacia. È proprio in funzione del profitto che le aziende stanno sì procedendo velocemente ma comunque con tutte le cautele del caso, perché l’esistenza di un alto rischio per la salute dei potenziali vaccinati equivarrebbe ad una pietra tombale sulla vita di queste “mostruose” big pharma. Sarebbe bene anche ricordarlo ad Arcuri, fulgido esempio di uomo dello Stato (imprenditore) morale che persegue la giustizia sociale a partire dalle mascherine.

“[…] negli ultimi decenni è successo che il capitalismo sì orientato ha progressivamente abbandonato queste intuizioni (l’obbligo morale dello stato di estirpare la disoccupazione, considerando il lavoro come spazio di realizzazione della vocazione sociale dell’uomo) radicate nella nostra tradizione, e quindi si è avviluppato in una prospettiva neoliberale. Però, chiaramente questa prospettiva si è rivelata inadeguata ad affrontare le crisi più recenti che stiamo attraversando. […] questo obiettivo ha prodotto la distruzione del valore d’impresa; cioè la massimizzazione del profitto di breve periodo da parte dei responsabili, la finanziarizzazione di tutto quello che è il tessuto produttivo. […] oggi possiamo invece affermare, ma ci ha aiutato la crisi del 2007-2008, ci aiuta oggi questa pandemia, che è una straordinaria occasione per rimeditare il nostro agire in materia di politica economica e sociale. […] l’economia non può dissociarsi dagli obiettivi della giustizia sociale. Quindi un vecchio modo di intendere il capitalismo è al tramonto, il modo che sin qui è risultato predominante.”

Queste sono alcune dichiarazioni rilasciate dal premier Conte il 27 settembre, che sembrano lasciar presagire l’inizio di una nuova era, un’era di rivoluzioni che ci affrancheranno da un vecchio e ostile mondo. Un mondo nel quale lo stato avrà l’obbligo morale di estirpare la disoccupazione (non vi ricorda nulla a proposito di povertà?), ed in cui l’uomo verrà finalmente elevato alla sua dimensione di piena dignità e non più non più considerato secondo una visione spregevolmente cinica ed economicistica (estratto non riportato). È tempo insomma di nuovi paradigmi. Di paradigmi che perseguano la giustizia sociale (sì, è Conte e non la Ocasio-Cortez).

Ma andando ad analizzare le parole di Conte è facilmente riscontrabile un’inversione del legame causa-effetto. Lui dice che questa pandemia (ma già la crisi del 2007-2008) rappresenta l’occasione per rimeditare, in sintesi, il nostro sistema. Escludiamo l’ipotesi che tale affermazione intenda che l’attuale sistema economico è stata une delle concause dello sviluppo e della diffusione della pandemia, perché altrimenti sconfineremmo in campi legati alla valutazione della sanità mentale più che a quella politico-economica. Se questa invece intende che la pandemia è stata l’ennesima riprova dell’inadeguatezza strutturale del nostro sistema economico, anche a fronteggiare shock di tale natura, allora bisogna precisare alcuni elementi. In primis è necessario ricordare che le performance delle economie di tutto il mondo sono state il risultato di misure di contenimento imposte agli agenti economici da parte dei vari governi. Non si può negare l’imprescindibilità di tali provvedimenti, che sicuramente potevano essere pianificati con più raziocinio ed attuati con maggior tempestività, ma al contempo non si può affermare che i crolli del PIL e di altri indicatori economici in tutto il mondo siano il risultato dell’incapacità delle naturali dinamiche dei nostri sistemi di libero mercato di rispondere alla pandemia. Sarebbe a dir poco miope.

Anzi, se si vuole essere totalmente sinceri, sono stati proprio gli agenti economici privati in Italia e nel mondo i primi a cercare e sviluppare il più tempestivamente possibile metodi alternativi per non arrestare le proprie attività e per adattarsi più dinamicamente alle nuove condizioni al fine di riportare ai precedenti livelli, o quantomeno mantenere accettabili, le loro performance produttive. Cosa che invece non sembra essere avvenuta, ad esempio, all’interno della PA italiana, una delle branche del futuro Stato-padre che le parole di Conte lasciano presagire. Leggendo le parole di Pietro Ichino, giuslavorista fra i più apprezzati in Italia, emerge che per molti dipendenti pubblici lo smart-working sia equivalso ad una sospensione del lavoro (a stipendio invariato) e che solo per alcuni sia stato un cambio di modo di lavorare, con addirittura un aumento di mansioni in qualche caso. Questa considerazione non depone di certo a favore del dinamismo della PA italiana, anzi.

Ma ora spostiamo la lente sul nostro paese e per vedere se effettivamente “il capitalismo avviluppato in una prospettiva neoliberale” stia veramente provocando “la distruzione del valore d’impresa”. Se guardiamo ad un articolo pubblicato nella rubrica Econopoly de Il Sole24Ore risalente al 2018 (la situazione è solamente peggiorata) leggiamo tutta una serie di dati che smentiscono la visione di Conte. Solo considerando i dati certi, si scopre che lo stato produce in situazione di monopolio il 49,7% del PIL; se a questo aggiungiamo quanto prodotto dalle 10.500 aziende partecipate dallo stato centrale e locale si arriva ad una quota vicina al 70% del PIL nazionale (qualuno ha detto neostatalismo?).

Inoltre, tutti conosciamo l’accanimento terapeutico nei confronti di Alitalia, per la quale è stata decisa la creazione di una nuova società dal nome ITA (Italia Trasporto Aereo), sulla legittimità della quale sono stati sollevati dubbi, e questo ha del paradossale, niente meno che dai socialisti rumeni all’interno del parlamento europeo. Ultima ma non per importanza, è l’attività di acquisizione senza sosta che sta portando avanti cdp nel solco della strategia dello Stato imprenditore-innovatore. Investimenti in Tim, OpenFiber ed Euronext, per non parlare di tutti gli investimenti in altri settori, come quello turistico-alberghiero che di questi tempi tutto è fuorchè proficuo. Non scordiamoci poi delle dichiarazioni illuminate del ministro della cultura che ha auspicato la creazione di una Netflix italiana della cultura di matrice ovviamente pubblica, attraverso la RAI. È legittimo chiedersi che tipo di Netflix abbia in mente Franceschini visti i disarmanti risultati dell’emittente nazionale, che senza il canone imposto in bolletta sicuramente farebbe la stessa fine di Alitalia.

Ora, alla luce di questi dati e di queste considerazioni, l’unica cosa che viene spontanea è chiedere a Conte dove viva. In Italia non c’è alcuna traccia di quel neoliberismo avviluppato e avviluppante che vede l’uomo solo nella cinica prospettiva di homo economicus (testuali parole) e che ha ridotto il lavoro a semplice fattore di produzione di reddito e non ad attività di realizzazione sociale (sembra un bignami di Marxismo per conferenze stampa) e che fallisce nell’obiettivo ultimo di estirpare la piaga della disoccupazione.

Conte fa finta di non sapere che la perfezione non è di questo mondo e che la disoccupazione, come tutti gli altri mali che lo affliggono non può essere estirpata, e che in paesi molto meno dirigisti e corporativisti di noi, o più neoliberali per mantenere il suo linguaggio, i tassi di disoccupazione sono molto più bassi dei nostri perché la flessibilità del mercato è di gran lunga superiore. Flessibilità che permette la riallocazione efficiente di tutte quelle risorse che si liberano nel processo di distruzione-creativa che opera naturalmente in un sistema economico inserito all’interno di una cornice che stabilisca delle “regole del gioco” non troppo vincolanti per la libertà di azione dei suoi operatori, e la certezza di alcuni elementi imprescindibili come la tutela della proprietà privata; diritto che in Italia viene messo in discussione da pantomime come quella per le autostrade in cui si è parlato di esproprio.

Proprio il tema della disoccupazione si allaccia perfettamente a quello della giustizia sociale che Conte auspica venga perseguita indefessamente nel suo modello di Stato. Una delle definizioni di economia e proprio quella di scienza per l’allocazione efficiente di risorse in un mondo nel quale queste sono scarse. Ora, al di là di questa esemplificazione, solo in presenza di grande disonestà intellettuale o ignoranza si potrebbe incolpare l’economia di essere troppo poco morale o ingiusta. Questa non è né morale né immorale, se proprio si volessero usare queste categorie allora sarebbe più giusto parlare di amoralità dell’economia (la fisica non è tacciata di immoralità). Le scelte che operano le aziende non vengo fatte secondo criteri di giustizia o ingiustizia, ma secondo criteri di legati ad efficienza ed efficacia.

Il profitto tanto demonizzato non è altro che una misura dei risultati ottenuti, dell’approvazione dei consumatori, e quindi della qualità dell’operato di ogni singolo agente economico. Basta, solo questo e nulla più. Non può esistere una definizione assoluta di moralità del profitto. Qual è il limite oltre il quale quest’ultimo o uno stipendio si possano definire immorali? Quello di un metalmeccanico? Quello di un calciatore? O lo stipendio mediano fra tutti gli stipendi possibili? E perché non un euro in più o un euro in meno? Le risposte ancora non ci sono pervenute e probabilmente non ci perverranno. E dunque, parlare di economia che persegua la giustizia sociale è pura propaganda, è pura malafede ideologica, è pura disonesta intellettuale. Se l’economia perseguisse la giustizia sociale, allora la chiameremmo beneficienza (ma anche questa ha bisogno di soldi).

Sarebbe bene ricordare a Conte che è proprio grazie a questo sistema economico anche orientato al profitto che oggi ci sono 200 (duecento!) vaccini in fase di valutazione, di cui sette nella fase 3, 2 dei quali hanno già annunciato un altissimo grado di efficacia. È proprio in funzione del profitto che le aziende stanno sì procedendo velocemente ma comunque con tutte le cautele del caso, perché l’esistenza di un alto rischio per la salute dei potenziali vaccinati equivarrebbe ad una pietra tombale sulla vita di queste “mostruose” big pharma. Sarebbe bene anche ricordarlo ad Arcuri, fulgido esempio di uomo dello Stato (imprenditore) morale che persegue la giustizia sociale a partire dalle mascherine.

Se Conte vuole smantellare il capitalismo neoliberale vada altrove dove ce n’è, perché in Italia non ve n’è quasi traccia. Al massimo, se proprio vuole uno stato moralmente superiore, può cimentarsi nel rifondare quello che già abbiamo, lasciandolo immutato nelle dimensioni, ma cercando di votarlo alle buone intenzioni. Anche se tutti sappiamo dove conducono le strade che sono lastricate di buone intenzioni.

Enrico Ceci

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