EUROPANAZIONE

POLITICA

NARRAZIONE, FAVOLA, MITO: LA REALTÀ FUORI DALLE BOLLE SOCIAL

Alla vigilia delle elezioni americane mi sono ritrovato a rientrare nella mia bolla social dopo un certo periodo di assenza. La concomitanza di questo insignificante evento personale con un fatto globale che ha acceso discussioni in tutto il mondo mi ha messo di fronte a un fenomeno ben noto, ma che a volte tendiamo a dare per scontato: la creazione di bolle sociologiche saturate da narrazione onniesplicative. A lato di un contesto mediatico mainstream che dava per certa la vittoria di Joe Biden e che riteneva semplicemente inconcepibile una riconferma di Donald Trump, esisteva una bolla social in cui tutti, ma proprio tutti, davano per scontata la vittoria del repubblicano, non mettendo neanche in conto che potesse spuntarla il democratico. Non sto parlando semplicemente di previsioni, che possono essere più o meno azzeccate, ma di certezze apodittiche, impregnate di considerazioni morali e di pregiudizi antropologici. Narrazioni, per l’appunto. Quella antisovranista è piuttosto nota: è lo sguardo delle élite liberal sul popolo dei «deplorevoli» che non viene compreso e spesso viene schifato. Nei media di destra tale pregiudizio è spesso preso di mira. Esiste però anche una narrazione pregiudiziale di marca opposta, che legge il mondo con altrettanti stereotipi e non è meno limitante nella decifrazione della realtà. Nello specifico, il luogo comune di una sinistra «alla frutta» che ormai trionfa solo «nelle Ztl». Scopriamo così che negli Usa esiste una Ztl abitata da 74,5 milioni di persone. Non affronto qui la questione dei brogli, perché laterale al mio ragionamento e perché credo che i brogli, peraltro consustanziali alla democrazia, siano stati minori di quello che viene comunque raccontato dai trumpiani di casa loro e di casa nostra. Ma tale sopravvalutazione serve ad aggiungere un altro tassello: se la sinistra vince con la truffa, perché farsi domande su se stessi, sul proprio progetto, sui propri errori e su ciò che si vuole? È la versione speculare alla bufala degli hacker russi: perché la sinistra si dovrebbe scomodare a ragionare sui consensi di Salvini quando è noto che il leghista prende voti solo grazie agli algoritmi forniti dal Cremlino? Sono forme di autorassicurazioni uguali e contrarie. 

Ma non divaghiamo, non è di Biden e Trump che voglio parlare, bensì delle narrazioni, appunto. Da qualche tempo, la parola va di moda. Il concetto, tuttavia, è ben più antico, diciamo antico quanto l’uomo stesso. Non c’è bisogno di scomodare l’etnografia per sapere che tutti i popoli, da sempre, hanno avvertito il bisogno di raccogliere le loro esperienze in delle «storie». L’uomo, come spiegava Nietzsche, non vive di fatti, ma di interpretazioni. E le interpretazioni sono sempre delle storie. Narrare significa mettere in prospettiva la realtà. Con internet, tuttavia, il fenomeno è esploso. È diventato di moda lo storytelling. Anziché renderci più freddi e distaccati, come vorrebbero delle analisi sociologiche superficiali, la tecnologia ci ha reso più assetati di storie. E allora, che tu sia un politico, un pubblicitario o un avvocato, non spiegarmi le tue ragioni: raccontami una storia. Coinvolgimi. Fammi entrare in empatia con te e con la tua battaglia. 

La narrazione al tempo delle bolle social, tuttavia, si perverte in qualcosa d’altro. Diventa favola. La favola è una specifica fonte di narrazione in cui la verità non conta nulla, conto solo l’effetto. E l’effetto deve essere quello di tranquillizzare, di addormentare, puntellare un’esperienza del mondo bambinesca, che non è in grado di assimilare argomenti razionali e ha quindi bisogno di far ricorso a degli archetipi pre razionali: il bosco incantato, il principe azzurro, il lupo cattivo etc. L’infanzia è per l’appunto una bolla, che viene poi squarciata al momento dell’uscita del bambino dall’età infantile («infante» è peraltro, etimologicamente, colui che non parla: cioè colui che non può raccontare storie, può solo ascoltarle, che ha un rapporto passivo con la narrazione). Ecco, la mia impressione è che nelle bolle social proliferino delle narrazioni favolistiche che hanno l’unica funzione di alimentare pregiudizi già in essere e rafforzare quel surrogato di comunità che è appunto l’insieme degli stessi utenti che si rimpallano vicendevolmente sempre gli stessi argomenti. Il modo in cui certa destra ha raccontato la parabola di Trump si presta particolarmente a questa analisi, anche perché qui gli elementi bambineschi erano legioni: pensiamo solo a quanto dei deliri di QAnon è comunque passato nelle «analisi» lette in giro, che se non accettavano tutte le idiozie di quel racconto cospirazionista, comunque ne assumevano molti elementi, a cominciare dalla visione puramente stregonesca e pedosatanista di tutto il mondo liberal in blocco.

Quanto questo sia malsano, almeno per coloro che ambiscono a comprendere e trasformare l’esistente, è appena il caso di dirlo: la favola tende a relegare chi la ascolta in uno stato di minorità. È ora di squarciare la bolla e di accedere all’età adulta, quindi. «Ne plus se raconter d’histoires», diceva il marxista Louis Althusser. Che, tuttavia, era un materialista, quindi poteva ben credere che esistessero i fatti, le verità sottratte alle narrazioni. Noi che non lo siamo e comprendiamo bene il profondo valore simbolico delle storie, delle narrazioni, come possiamo sottrarci alle narrazioni favolistiche? Semplice: tornando ad assumere una mentalità mitica. Non proveremo neanche a dare qui una definizione generale del mito. Per Giorgio Locchi, il mito era l’espressione originaria di una tendenza storica nuova. In quanto tale, il mito si presenta nella storia con una potenza significante fortissima che riesce a tenere insieme l’unità dei contrari, anche perché costretta a parlare il linguaggio del mondo che vuole conquistare, e a strutturare attorno a sé una comunità. In altre parole, tra mito e comunità avviene in modo autentico, carnale, rivoluzionario esattamente quello che, in modo fittizio, disincarnato e reazionario, avviene tra favola e bolla. Ma, laddove la favola rassicura, il mito mobilita, dove la favola impaurisce, il mito entusiasma. Forse se tutto un mondo ha smesso di comprendere la realtà è anche perché si è accontentato delle favole che gli servivano per semplificare il mondo e delle bolle in cui parlarsi addosso, scambiando l’eco per consenso. La favola, inoltre, viene assunta passivamente, come abbiamo visto, mentre il mito va assunto positivamente, creativamente, da protagonisti. Ci serve, disperatamente, un mito.

Adriano Scianca

  1. Neromonterosa

    La narrazione del Mito, delle Favole, delle Fiabe fa entrare in una dimensione emotiva, quasi onirica ma al tempo stesso fortemente legata alla realtà

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