EUROPANAZIONE

HISTORIA MAGISTRA VITAE

IL CINEMA DEL VENTENNIO E LA STORIA DI LUISA FERIDA E OSVALDO VALENTI

«La cinematografia è l’arma più forte» è la nota affermazione di Mussolini, che già nel 1922 riconosceva un’importanza fondamentale alla settima arte per il consolidamento del regime fascista e vedeva nel cinema non solo uno strumento propagandistico delle conquiste dello Stato totalitario, ma anche un mezzo per l’organizzazione del tempo libero e dei divertimenti del popolo italiano.

Questa era anche la convinzione di un altro grande rivoluzionario del XX secolo e cioè di Lenin.

Nel 1931 il Duce varò una legge volta a penalizzare l’importazione di film stranieri a favore della produzione nazionale affidando a Luigi Ferri, amico di Galeazzo Ciano, la Direzione generale della cinematografia finalizzata proprio allo sviluppo dei prodotti italiani e in quegli anni furono girati film che avrebbero fatto la storia del cinema tricolore come Scipione l’africano e Luciano Serra pilota.

Con la “Legge Alfieri” del 1939, che concedeva importanti finanziamenti alle produzioni nazionali, si proseguì sulla strada della promozione del cinema italiano a discapito di quello straniero. Nel 1935 un grande incendio distrusse gli studi della società Cines, situati presso la Basilica di San Giovanni a Roma e nello stesso anno la società fu acquistata dalla SAICS di Carlo Roncoroni. L’anno successivo Roncoroni acquistò 600.000 mq lungo la via Tuscolana e, il 30 gennaio 1936 con la posa della prima pietra, iniziarono i lavori che in soli quindici mesi portarono alla nascita di Cinecittà, inaugurata il 28 aprile 1937 da Mussolini e Giacomo Paulucci di Calboli presidente dal 1933 dell’Istituto Luce. Cinecittà, edificata secondo lo stile razionalista, con i suoi 73 edifici e i 21 teatri di posa divenne il complesso cinematografico più importante d’Europa in grado di rivaleggiare con Hollywood.

Tra i vari sottogeneri di film che si girarono nel ventennio fascista di particolare importanza fu quello dei “telefoni bianchi”, un genere di commedia rivolta all’intrattenimento e priva di ogni riferimento intellettualistico o di critica sociale. 

Diversi attori e attrici divennero in breve tempo popolari presso il grande pubblico e sono da segnalare certamente Amedeo Nazzari, Rossano Brazzi, Clara Calamai (il primo seno nudo del grande schermo italiano apparso ne La corona di ferro diretto da Alessandro Blasetti nel 1941), Gino Cervi, Valentina Cortese, Vittorio De Sica, Doris Duranti (che si legò sentimentalmente ad Alessandro Pavolini), Luisa Ferida e Osvaldo Valenti il cui sodalizio lavorativo e affettivo li portò ad una tragica morte successivamente alla fine ufficiale della guerra civile. 

Valenti nacque il 17 febbraio 1906 a Costantinopoli da una famiglia benestante mentre Luigia Manfrini Farnè, il vero nome di Luisa Ferida, era originaria di Bologna dove venne al mondo il 18 marzo 1914. 

Inizialmente Valenti si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ma non portò a termine gli studi e nel 1928, rompendo i legami con la famiglia, andò a Parigi per tentare la carriera di attore. Luisa Ferida invece fece le prime esperienze teatrali a Castel San Pietro nella filodrammatica cittadina con Ciro Galvani mentre Valenti interpretò il suo primo film, Cinque a zero, nel 1932 con la regia di Mario Bonnard. 

L’attrice bolognese lavorò a Milano sempre in teatro nelle compagnie di Ruggero Ruggeri e Paola Borboni e conobbe Francesco Salvi che la introdurrà nell’ambiente cinematografico romano e nel 1935 la Ferida fece il suo debutto con il film La freccia d’oro. In quello stesso anno Salvi e Ferida si innamorarono e andarono a vivere insieme a Roma.

Il 3 ottobre 1938 vede il matrimonio tra Fanny Musso e Osvaldo Valenti, sempre nella capitale, ma solo dopo un anno l’unione naufraga quando l’attore e la Ferida si incontrano sul set di Un’avventura di Salvator Rosa diretto da Blasetti. Tra i due scoppia l’amore. Francesco Salvi muore nel 1941 e in quell’anno i due attori e amanti recitano in due grandi film La cena delle beffe e La Corona di ferro, entrambi sempre per la regia di Blasetti.

Luisa Ferida è nominata miglior attrice al Festival del Cinema di Venezia nel 1942, ma quell’anno è funestato dalla morte precocissima di Kim, il figlio dei due, dopo solo cinque giorni di vita, e nel 1943 Osvaldo e Luisa lasciano Roma per un soggiorno in Umbria dove la Ferida rimarrà di nuovo incinta (ma il figlio che porta in grembo non nascerà mai in seguito ad un aborto spontaneo) e Valenti subirà minacce in seguito al 25 luglio con all’approvazione da parte del Gran Consiglio del Fascismo dell’Ordine del Giorno presentato da Dino Grandi che provocò la caduta del regime.

Alla fine di gennaio 1944 Valenti e Ferida si trasferiscono sulla città lagunare dove si stava organizzando la cinematografia della Repubblica Sociale Italiana e il 22 febbraio si ha l’inaugurazione degli stabilimenti Cines alla Giudecca, il Cinevillaggio, dove i due attori interpretano il loro ultimo film della loro carriera: Un fatto di cronaca di Piero Ballerini. Nell’aprile Valenti, che non è stato mai iscritto al Partito Nazionale Fascista, si arruola nella Xa Flottiglia MAS con il grado di tenente e successivamente viene trasferito a Piacenza e si occupa del reperimento del carburante, poi a Milano dove prende alloggio all’Hotel Continetal: ad agosto sarà raggiunto dalla compagna e dalla madre di lei. Alla fine del mese Osvaldo Valenti incontra Pietro Koch che ha costituito un nucleo speciale di polizia repubblicana e frequenta “Villa Triste” di via Paolo Uccello dove Koch sevizia i prigionieri, ma è documentato1 che Valenti aiutò alcuni partigiani e le assurde calunnie rivolte a Luisa Ferida di aver danzato senza veli per eccitare i torturatori sono privi di ogni fondamento perché le testimonianze sono discutibili. 

Questa falsità fu determinata dal fatto che una delle amanti di Koch, la soubrette Daisy Marchi e la segretaria della “banda” Alba Giusti Cimini si spacciarono per l’attrice approfittando della penombra delle celle e ciò costerà la vita a Luisa Ferida mentre la Marchi e la Giusti Cimini non ebbero alcuna conseguenza. 

L’attività della banda Koch fu fermata quando, il 24 settembre, la Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti” lo arrestò in conseguenza della decisione di Mussolini su sollecitazione e le proteste del cardinale Ildefonso Schuster. 

Prima della metà dell’aprile 1945 Valenti si incontra con il capo partigiano delle Brigate Matteotti Nino Pulejo per una proposta di collaborazione, ma qualche giorno dopo Radio Bari diffonde la notizia della condanna a morte della coppia Ferida-Valenti per la frequentazione di “Villa Triste” e le false accuse di sevizie nei confronti dei partigiani prigionieri. Il 20 aprile i due vengono portati in una cascina a Baggio sotto la sorveglianza dei partigiani della Divisione Pasubio guidati da Giuseppe “Vero” Marozin. 

Il 21 Marozin incontra Sandro Pertini, che a nome del C.L.N.A.I, ordina di fucilare immediatamente i due attori ma il comandante partigiano tenta uno scambio con i tedeschi per la liberazione di cinque compagni catturati dalle SS a Baveno però la trattativa fallisce. “Vero” incontra Sandro Faini, autorevole esponente delle Brigate Matteotti, che dispone di processarli subito per formalizzare la condanna a morte ed eseguirla; il processo farsa per l’assoluta mancanza di prove a carico dei due prigionieri si svolge nella notte nella cascina Monzoro e alcuni giorni dopo Marozin e i suoi rubano denaro, vestiario e gioielli a Luisa e Osvaldo.

 Il 28 aprile i giornali della sera annunciano l’avvenuta fucilazione e Pertini chiede conferma a “Vero” che però prende tempo e trasferisce la coppia a Milano presso la sede della Pasubio, in via Guerrazzi 14. Il 29 si diffonde la notizia che non sia stata ancora fucilata. Il futuro Presidente della Repubblica Italiana telefona per ben tre volte a Marozin per far eseguire la sentenza dicendogli: «fucilali, e non perdere tempo!» e ciò avviene in una notte di pioggia il 30 aprile 1945 alle 23.35 in via Poliziano 15. Quando i partigiani esaminano i cadaveri dei due attori notano che Valenti stringe in un pugno una scarpina di lana azzurra: è quella di Kim che portava sempre con sè.

In seguito dalle testimonianze della madre Lucia Pasini Manfrini, si scoprirà che Luisa era incinta all’ottavo mese quando venne ammazzata, ma ciò non bastò a fermare la furia omicida dei partigiani. I corpi riposano vicini al Cimitero del Musocco del capoluogo lombardo al campo X, il campo dell’onore, dove è seppellito un migliaio di ragazzi e ragazze della RSI che non sono riusciti a sfuggire alla mattanza.

Durante il procedimento penale che si svolse contro Marozin egli ammise: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente. Ma era con Valenti. La rivoluzione travolse tutti.»

Negli anni Cinquanta la madre di Luisa Ferida chiese al Ministero del Tesoro la pensione di guerra e fu necessaria un’indagine dei Carabinieri che stabilirono che: «la Manfrini dopo l’8 settembre 1943 si è mantenuta estranea alle vicende politiche dell’epoca e non si è macchiata di atti di terrorismo e di violenza in danno della popolazione italiana e del movimento partigiano» e la ottenne.

Nel 2011 a Milano, dopo le solite polemiche sollevate dalla sinistra e dall’Anpi, era stata apposta una targa in suo ricordo – poi rimossa – su cui era scritto: «Profondo è l’odio che l’animo volgare nutre contro la bellezza».

Diversi libri raccontano questa tragica vicenda e anche il cinema che ha reso popolare i due attori trucidati ha raccontato la loro storia: il primo è Gioco perverso, un film per la televisione, diretto da Italo Moscati, andato in onda nel 1993 e vide in Fabio Testi e Ida Di Benedetto i protagonisti, mentre il secondo e più recente è Sanguepazzo, in cui Luca Zingaretti interpreta il ruolo di Osvaldo Valenti e Monica Bellucci quello di Luisa Ferida, con la regia di Marco Tullio Giordana. Presentato fuori concorso nel 2008 al Festival di Cannes e vincitore dei premi Nastro d’Argento del 2009 per i migliori costumi e del Ciak d’Oro sempre in quell’anno per la migliore sceneggiatura e ancora per i migliori costumi.

Il gruppo musicale neofolk genovese Ianva ha dedicato una canzone all’attrice, vigliaccamente assassinata, presente nell’album del 2008 Italia: Ultimo Atto2.

Note:

1.Odoardo Reggiani, Luisa Ferida e Osvaldo Valenti. Ascesa e caduta di due stelle del cinema, Spirali, Milano, 2001. 2a. ed. Spirali, Milano 2007.

2. Antica Fonografia Il Levriero

Franco Brogioli

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