EUROPANAZIONE

POLITICA

DEMOCRAZIE LIBERALI E SITUAZIONI DI EMERGENZA: UN PROBLEMA APERTO

Le democrazie liberali o parlamentari si strutturano sul presupposto concreto dell’esistenza di una “società civile” (civil society, come la denomina Adam Ferguson nel XVIII secolo, Burgerliche Gesellschaft secondo la terminologia utilizzata da Hegel e da Marx) la cui modalità di interazione è il dialogo razionale e, quindi, la razionalità persuasiva (la retorica, per usare la terminologia di Aristotele). Questo tipo di interazione non è proprio delle sole società industrializzate, ma è reperibile anche in modelli sociali arcaici (la pòlis ateniese e Roma repubblicana, a esempio); esso esige una cultura del dialogo e dell’argomentazione persuasiva comune a tutti i soggetti sociali come alternativa al conflitto armato tra fazioni (in Atene le stàseis, in Roma le res novae): nelle società arcaiche tale cultura si nutre di pratiche e di consuetudini, nella società industrializzate essa si fonda sull’obbligo della scolarizzazione e con il long life learning, l’apprendimento sociale permanente.

Un aspetto centrale di tale interazione  è il processo di selezione della classe politica che dovrà agire al livello rappresentativo come maggioranza governativa (attraverso il voto); un altro aspetto, altrettanto importante è la dialettica maggioranza-minoranza nella produzione delle leggi a opera di Camera e Senato (in Italia). Mentre un sistema come la “Repubblica di Weimar” disponeva del noto articolo 48Art. 48 – “Se un Land non adempie gli obblighi impostigli dalla costituzione o da una legge del Reich, il presidente può costringervelo con l’aiuto della forza armata. Il presidente può prendere le misure necessarie al ristabilimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, quando essi siano turbati o minacciati in modo rilevante, e, se necessario, intervenire con la forza armata. A tale scopo può sospendere in tutto o in parte la efficacia dei diritti fondamentali”. In questo modello, il Presidente era eletto direttamente. Com’è noto, proprio l’articolo 48 permise che si aprisse la strada alla democrazia diretta etnica instaurata, poi, dalla NSDAP. Le costituzioni liberali, per tutelarsi dal rischio di un “rovesciamento legale”, non dispongono di articoli analoghi all’articolo 48 della costituzione di Weimar. Questo prudente evitare di aprire le maglie che favorirebbe il passaggio di norme in grado di attuare il “dispotismo della maggioranza” formalmente  mina la capacità di decidere e di agire con la tempestività che ogni situazione di emergenza richiede. Ma, al di là di queste considerazioni formali, va ricordato che, sostanzialmente, in Italia si sono trovate vie per amministrare le emergenze in modo indiscutibilmente efficace: lo dimostra la legislazione sull’ordine pubblico in Italia 1975-1982, di dubbia costituzionalità, ma di indubbia efficacia; analogo discorso andrebbe fatto per la ex Repubblica Federale Tedesca: si ricordi il caso di Stammheim, 17 ottobre 1977. Questo mostra che, quando sono in gioco interessi vitali di minoranze appoggiate da maggioranze, in un determinato quadro militare (il quadro della NATO) i vincoli della democrazia parlamentare vengono agevolmente superati. In altri termini, l’interazione parlamentare è scavalcata in modo tale da configurare analogie con modelli totalitari (per lo meno sul piano del metodo di gestione di certe emergenze (non di tutte le emergenze). I sistemi monopartitici si prestano, solitamente, come fedeli interpreti della maggioranza (se non della totalità) e la catena burocratica di comando per l’esecuzione delle disposizioni decise è meno soggetta a negoziazioni, a dialettiche di fazione delle catene burocratiche di comando operanti nelle democrazie liberali.

Fin qui siamo sul terreno dell’ovvio.

E sul piano dell’ovvio continueremo. Chiedendoci: perché i sistemi monopartitici si sono sgretolati in Europa (Russia inclusa), mentre non mostrano crepe rilevanti in Cina e in Corea del Nord (per fare solo due rilevanti esempi)? Ma osserviamo subito che il “regno dell’algoritmo” (cioè l’automazione delle procedure informative e comunicative) è in grado di disciplinare la dimensione oggettiva della vita sociale molto più in profondità di quanto lo possa qualsiasi modello totalitario di natura meramente politica. La nostra vita, con internet, è soggetta a pratiche autoritarie che passano inosservate, ma che una riflessione attenta può portare alla luce. Come ha scritto Renato Curcio “La colonizzazione internettiana del nostro immaginario del resto è un processo circolare e ricorsivo che fa leva proprio sulla nostra iniziativa” (R. Curcio, L’impero virtuale, Sensibili alle Foglie, 2015, p. 7). Il comando totalitario passa per il sociale e lascia intatta la “crosta” politica. Ne risulta una realtà socialmente totalitaria e politicamente liberale: tratto caratteristico delle società occidentali. Ovviamente, senza toccare minimamente la dittatura di classe che opera indisturbata e poco visibile. Fino alla pandemia da Covid-19. Colpendo la socialità, quest’ultima ha portato alla luce disuguaglianze rispetto alle quali tutti i sistemi di ’microcredito’ si stanno rivelando palliativi insufficienti. Nella contingenza della pandemia, la fondamentale differenza fra “Oriente” e “Occidente” si è configurata in questi termini: a Oriente esecutivi che riescono a modellare drasticamente i comportamenti ‘virtuosi’ in grado di ostacolare la diffusione del contagio. A Occidente, la frammentazione e l’intreccio degli interessi hanno portato a una frammentazione delle azioni dell’esecutivo, con conseguente frammentazione dell’incidenza sulle pratiche della quotidianità. Perché? Perché i sistemi politici occidentali sono “liberal-totalitari” e modelli come quello cinese sono “totalitari”? A occidente i competitors si contendono lo spazio virtuale  attraverso le leggi e in Cina i competitors si contendono lo spazio nel Partito? Perché due modelli ugualmente – e inevitabilmente – tecnocratici mostrano diversità in termini di efficienza nel rapporto fra scopo e mezzi? Si potrebbe obiettare che non esiste un modello occidentale né un  modello orientale, ma sarebbe un’obiezione corretta e scorretta al tempo stesso: il discorso che qui si sta facendo oppone non tipologie politico-organizzative nel dettaglio (e qui avrebbe senso distingue fra sistemi federali e sistemi centralistici), ma oppone le dinamiche di base proprie delle due tipologie politico-organizzative (decentramento decisionale in talune materie e accentramento decisionale in tutte le materie). Ma perché il processo decisionale mostra maggiore compattezza in Cina e minore compattezza negli U.S.A.?

Perché la modernità in Cina non si è sviluppata nei termini di una dinamica progressiva di differenziazione sociale (concetto elaborato, a suo tempo, da Georg Simmel nell’opera  La differenziazione sociale. Ricerche sociologiche e psicologiche, 1890, soprattutto, per quanto riguarda il presente tema, nel cap. III), ma nei termini di una brusca intensificazione dell’industrializzazione, nel periodo post-Mao, che non è stata preceduta da alcuna individualizzazione del vissuto caratteristico, invece, del rapporti psico-sociali a partire dal XV secolo, almeno,  e che ha raggiunto, in ambito etico il culmine con la “legge individuale” e con quella che Zygmunt Bauman (Le sfide dell’etica, 1993) ha denominato “l’etica post-moderna”. Potremmo dire che, a occhio di occidentale e di non-sinologo, la società cinese nel suo complesso determina i comportamenti individuali, mentre da “noi” sono i comportamenti individuali a determinare qualitativamente la struttura e la natura della società. L’individualismo non ha una grande storia in Cina. Lo  stesso organicismo di Marx (derivato da Hegel) cristallizzatosi nel ‘marxismo-leninismo’ di Mao si è innestato su di una base taoista, come rilevato, a suo tempo, da Claudio Mutti (Maoismo  e tradizione, 1973) e ha perpetuato un vissuto collettivo poco favorevole allo sviluppo dell’individualismo e, dunque, delle strutture socio-politiche liberali (come ha rilevato anche Federico Rampini nel suo libro Occidente e Oriente, 2019). Siamo di fronte a un modello organicistico, oppure a un modello totalitario, quando abbiamo sotto gli occhi la realtà cinese? Suggerisco di considerare la domanda almeno parzialmente impropria. Qualsiasi modello in cui l’individuo non sia il centro (economicamente, socialmente, politicamente ed eticamente) della dinamica complessiva è considerato, dal punto di vista liberale, ‘totalitario’. ‘Totalitarismo’ è una categoria storiografica tipica della “Guerra Fredda” (ma nata in Italia a opera di Giovanni Amendola, per definire la concezione statuale fascista e fatta propria dal regime fascista stesso) ed è il sublimato di una polemica nord-americana che ha come oggetto l’URSS; a un livello ulteriore di sublimazione abbiamo la presa di posizione del Parlamento Europeo sull’identità ‘sostanziale’ di nazionalsocialismo, fascismo e comunismo. Siamo sempre nell’utilizzo di concetti che servono come strumenti di “guerra psicologica” (per usare un’altra categoria nord-americana del tempo della “Guerra Fredda”). Tuttavia, la fecondità euristica del concetto di ‘totalitarismo’ non è pari a zero (come sarebbe se si trattasse di una mera concettualizzazione polemica); se si guarda anche soltanto all’Evola di Orientamenti (1950) si vede bene che del concetto di totalitarismo il filosofo italiano ha messo in rilievo un tratto importante: la costrizione esterna di una eterogeneità socio-culturale in uno schema comportamentale del tutto sprivatizzato e, pertanto, non-liberale.

La nostra realtà italiana, a differenza di quella dei paesi nordici e di quella americana, non tende all’organicità dei rapporti comunitari. La nostra stessa storia istituzionale ci inclina, come collettività nazionale, più verso la Gesellschaft (“società”), che verso la Gemeinschaft (“comunità”), per usare l’antitesi di Ferdinand Tönnies (Comunità e società, 1887). Non a caso, se è vero che in Italia è nato il concetto di “Stato” (Machiavelli, Il principe, 1512-13), è stato osservato (da Prezzolini, The Legacy of Italy, 1948) che le istituzioni concrete nate in Italiana sono localistiche (il Comune”) o universalistiche (la Chiesa cattolica),ma lo Stato-nazione si forma molto più tardi, rispetto ad altre realtà politiche quali la Spagna, la Francia, l’Inghilterra (quest’ultima con una peculiare forma di unione di regni, simile a quella spagnola). Il che significa soltanto che tardi una componente militar-politicamente egemone si afferma in Italia (analogo discorso si dovrebbe fare per la Germania). Il nostro paese ha caratteristiche ben precise: decentramento amministrativo cronico (da un punto di  vista statal-nazionale fonte di disfunzionalità), frammentazione degli interessi non-globali e differenziate settore per settore produttivo (di beni e di servizi), enormi difficoltà, in conseguenza nella dialettica politica in sede rappresentativa (come ricorda Sabino Cassese: “Sessantasei governi nella settantennale storia repubblicana”, Il buon governo. L’età dei doveri, 2020). Siamo decentrati per tradizione storica, il che inficia alla radice ogni tentativo di importare in Italia sia il modello inglese del Self-Government, sia il federalismo centripeto statunitense. In compenso abbiamo uno dei migliori sistemi sanitari (a differenza degli U.S.A. e del Regno Unito inglese) nazionali con il grave limite delle eccessive autonomie regionali. Limite che giganteggia nella gestione della pandemia. L’unico strumento politico è il Dpcm che non riesce a spuntarla contro gli autonomismi (del resto, l’Italia  la patria, in generale, dei decreti-legge, l’unico sistema che i governi hanno avuto, dall’inizio, per vincere i particolarismi che tendono a non vedere le esigenze nazionali e a guardare all’orticello regionale, comunale e, un tempo, provinciale). Le privatizzazioni dell’ultimo ventennio hanno accresciuto le tendenze particolaristiche.  Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nessuno riesce a governare, ma tutti tentano di imporsi (con gli occhi rivolti alle più vicine tornate elettorali) anche nella questione Covid. Le opinioni degli scienziati sono messe, di fatto, certo, non di diritto, sullo stesso piano delle opinioni della Confindustria e sullo stesso piano delle opinioni dei sovranisti dall’opinione pubblica, in quello che appare come un grande talk-show. In una questione come la pandemia attuale, le opinioni non possono essere tutte sullo stesso piano (e lo stesso vale per l’economia, per la scienza della politica, per la scienza sociale): il sapere scientifico non è assoluto, non è disinteressato, ma è, comunque un luce, pur debole, l’unica luce che abbiamo a fronte di comportamenti demagogici basati sull’uso strumentale di assunti deliranti che non portano  da nessuna parte.

Vi è poi lo spettacolo inquietante di un’opinione pubblica che crede che l’Unione Europea sia altro da quello che i governi, i cui rappresentanti siedono al Consiglio dei Ministri dell’Unione e al Consiglio Europeo, ne fanno,  che si indigna per i  futuri  indebitamenti  con l’Unione Europea sembrando ignorare che l’Italia si è sempre fondata sul debito, pubblico e con l’Estero, anche in epoche più recenti, con l’European Recovery Program, il cui motto segreto poteva essere “capitale americano+lavoro italiano” e i cui esiti erano, già nel 1964, un indebitamento pesante. Come se tanto la gestione ordinaria dello Stato, quanto quella straordinaria potessero fare a meno, nel concreto, di ogni sorta di “spesa in deficit”! E così stentiamo ad accogliere i “crediti europei”, con le nostre casse non particolarmente piene e stentiamo a spingere a rivedere le nostre politiche fiscali nel senso di una imposta progressiva sulla ricchezza (che potrebbe, comunque, rendersi indispensabile in caso di un nuovo lock-down per sostenere pubblicamente i settori produttivi danneggiati)

Che cosa ci dice la scienza della politica? Che la leadership tecnico-scientifica e la leadership politica vanno coordinate, ma tenute distinte: lo si può agevolmente ricavare da Hans Kelsen, Joseph A. Schumpeter, Carlo Francesco Ferraris, Gaetano Mosca, Roberto Michels, Ugo Spirito. Fino a ora gli sforzi teorici per coordinarle sono rimasti sforzi teorici. Nessun soggetto politico segue  una linea di questo tipo per riqualificare organizzativamente l’Italia. L’Unione Europea, nel suo “triangolo istituzionale”, invece, è un esempio (non perfetto, ma perfettibile: dipende dagli Stati membri) del coordinamento fra leadership tecnico-scientifica (Commissione Europea), leadership politica (Consiglio dei Ministri, Consiglio Europeo) e rappresentanze regionali (Comitato delle Regioni) e sociali (Comitato Economico e Sociale) in un quadro giuridico sovra-nazionale (Corte di Giustizia e Corte dei Conti).

Forse soltanto se l’Europa divenisse uno Stato federale, le secolari  incongruenze italiane troverebbero una loro soluzione adeguata ai tempi. E non guarderemmo più con troppa invidia a modelli efficienti, come quello cinese, ma lontani da noi per configurazione strutturale.

Francesco Ingravalle

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