EUROPANAZIONE

KULTURA

IL SETTIMO SIGILLO DI INGMAR BERGMAN

Adriano Romualdi, del quale è da poco trascorso quest’anno il quarantasettesimo anniversario della sua tragica e prematura scomparsa, così scriveva in Idee per una cultura di Destra1: «[…] Ancora un esempio: Ingmar Bergman. Questo autore non può certo essere definito “fascista” (sebbene i comunisti una volta ci abbiano provato). Ma vi è in talune sue opere una potenza simbolica, che – trasportata dall’arte al dominio sociale – non può esercitare talune, precise suggestioni che gli avversari definirebbero volentieri “irrazionalistiche e fasciste”. Abbiamo presente alcune inquadrature de Il settimo sigillo. Si ricordino i paesaggi mitici e solenni, la presenza dell’invisibile nel cuore del visibile, il dramma dell’eroe. Qui non si vuole bandire nessun messaggio politico, ma l’impressione che lo spettatore ricava dall’insieme è tutt’altro che “democratica”, “sociale” ed “umanistica”. […] ».

Inoltre, in numerose interviste, lo stesso Bergman (1918-2007) ha ammesso di essere stato infatuato dalla figura di Hitler che egli aveva personalmente visto durante un viaggio a Weimar.
Il capolavoro pluripremiato (Festival di Cannes, Semana Internacional de Cine de Valladolid, Nastro d’Argento, Cinema Writers Circle Awards, Fotogramas de Plata) del cineasta svedese è del 1957 ed è pressoché sconosciuto dalle ultime generazioni, che al massimo avranno sperimentato le medesime suggestioni descritte da Romualdi in film più recenti quali Braveheart o Il signore degli anelli

Pertanto oltre che ad invitare i più giovani a vedere questa opera in qualche raro cineforum, acquistarne il DVD o utilizzando le nuove tecnologie digitali, è necessario fornire alcune indicazioni sulla sua trama. 

Il film si apre con una citazione dell’Apocalisse: «Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe».

Nel XIV secolo il cavaliere Antonius Block e il suo scudiero nichilista Jöns, di ritorno dalle crociate in Terra Santa, si imbattono nella Morte con la quale Block ingaggerà una partita a scacchi a più riprese durante la storia. Nel frattempo durante il viaggio verso casa vedrà coi propri occhi il dilagare della peste nei villaggi da lui incontrati, segno premonitore di una prossima fine del mondo e del trionfo del Male incarnato da una ragazzina, accusata di stregoneria, che sta per essere bruciata sul rogo. Il dramma di Antonius Block non è soltanto quello di vedere avvicinarsi l’Apocalisse, ma anche quello che si combatte nel suo animo: la consapevolezza di aver vissuto in un mondo di fantasmi per aver cercato l’autentico senso della vita rifiutando un’esistenza falsa e vuota, alla ricerca di un Dio che non gli si manifesta e che lo angoscia facendogli desiderare la morte. 

In un dialogo con la Morte il Cavaliere dice: «Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, mi sveli il suo volto, mi parli». E il suo antagonista gli risponde: «Il suo silenzio non ti parla?». Lo stesso Jöns dice poi in modo privo di speranza e di conforto ad Antonius:

«In queste tenebre dove tu affermi di essere, dove noi presumibilmente siamo…in queste tenebre non troverai nessuno che ascolti le tue grida o si commuova della tua sofferenza. Asciuga le tue lacrime e specchiati nella tua stessa indifferenza…».

Ma torniamo alle immagini che unite alla narrazione costituiscono il potere evocativo di questa pellicola: i paesaggi di una Svezia selvaggia ed austera, i personaggi alteri della Morte e del Cavaliere immortalati dalla celebre partita a scacchi in un’alba nordica e apocalittica. L’ambientazione medievale ricorda un’epoca eroica e tragica, in cui il cristianesimo da poco aveva soppiantato il paganesimo imbevuto dei miti nibelungici di Odino-Wotan e del crepuscolo degli dèi di wagneriana memoria; l’opera bergmaniana è sicuramente metafisica come testimoniano altri suoi celebri film, ma ne Il settimo sigillo questo tema viene trattato con una tensione spirituale che raramente si trova nel cinema d’oggi, anestetizzato dagli effetti speciali da milioni di dollari oppure devirilizzato da crisi esistenziali da lettino psicoanalitico, lontanissimi dalla figura del guerriero ascetico e tormentato magistralmente interpretato dal Max Von Sidow (1929-2020). 

Certamente Adriano Romualdi ha ragione a non voler arruolare per forza Bergman alla cultura di Destra, ma le suggestioni evocate sono proprio in antitesi al “progressismo” e, volendo essere maliziosi a tutti i costi, si ricordi che “Settimo Sigillo” è il nome di una nota casa editrice di area…

Franco Brogioli

Note:

1.Una cultura per l’Europa, Settimo Sigillo, Roma, 1986. 2a ed. Settimo Sigillo Roma, 1996.

3a ed. Settimo Sigillo, Roma, 2013.

  1. salvatore ruggiero

    L’opinione di Romualdi, che resta un’opinione personale, appare datata e deve essere contestualizzata. Quando Ingmar Bergman vide Hitler a Weimar aveva appena 16 anni. Ammise l’infatuazione nella sua biografia Lanterna Magica, ma ne prese anche le distanze qualche anno dopo, quando dichiaro’ «Hitler fu un personaggio molto carismatico, capace di magnetizzare la folla, ma quando si aprirono le porte dei campi di concentramento non riuscivo a credere ai miei occhi. Io, come molti altri, pensavo che le voci su quei campi fossero soltanto propaganda alleata. La verità fu un autentico shock per me». Si distanzio’ non solo da Hitler ma da ogni forma di violenza e di guerra. E suggello’, una volta per tutte, il suo pensiero e la sua posizione nel film ”Vergogna” Skammen, 1968.

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