EUROPANAZIONE

HISTORIA MAGISTRA VITAE

SENTIMENTO NAZIONALE E LOTTA DI POPOLO: PERON E I MONTONEROS

Ogni corpo umano possiede un cuore, uno stomaco e un cervello; privo di una forte e soggettiva Volontà in grado di mediare positivamente la rappresentazione del mondo esteriore, tuttavia, l’equilibrio della nostra personalità risulterebbe minato dalle attitudini di cui naturalmente sono portatori questi organi: le passioni indomabili, l’avidità divoratrice e l’intellettualismo narcisistico. Allo stesso modo, uno Stato che voglia perpetuare la sua unità, essenza e autodeterminazione, dovrà essere in grado di armonizzare virtuosamente gli interessi dei gruppi sociali che ne fanno parte, prevenire spinte disgregatrici o l’affermazione di interessi particolari e combattere colonizzazioni economico – culturali provenienti dall’esterno.

Il colpo di stato del 4 giugno 1943, in Argentina, realizzato dai conservatori filofascisti e dal Grupo de Oficiales Unidos (GOU), contrari all’entrata in guerra con gli Alleati e contro l’Asse, rappresentò la risposta di settori antiamericani del paese e dell’esercito alla scissione dell’oligarchia del paese in pro e contro yankees. Dalle precedenti politiche del generale Justo, che avevano favorito l’imperialismo inglese collegato ai settori più avvantaggiati della borghesia e della finanza argentina, si era arrivati, complice la guerra, ad un passaggio del testimone tra Inghilterra e Stati Uniti, i quali, proprio dopo il 1939, iniziarono a mettere in pratica il progetto di colonizzazione dell’America Latina.

Nella frattura generata dal mancato collegamento tra le organizzazioni sindacali e lo Stato si inseriscono le prime mosse politiche di Juan Domingo Peròn, segretario dall’ottobre del 1943 del Ministero del Lavoro ( Trabajo y Previsiòn), il quale cercò di ricucire il tessuto sociale con il sostegno alle agitazioni dei sindacati nel 1945, nate per contrastare le organizzazioni padronali, a loro volta in fermento contro le politiche del governo a favore delle classi meno abbienti.

La concezione politica giustizialista, fondamento ideologico del peronismo, poneva il grande capitale al servizio dell’economia e l’economia stessa al servizio del benessere sociale, con la necessità, a livello pratico, di redistribuire ciò che era stato accumulato da pochi latifondisti e da alcune grandi imprese, a partire dalla fine dell’800, grazie alle ingenti esportazioni di carni e cereali.

Solo a partire dal 1943, e poi con Peròn presidente nel 1946, alla maggiore occupazione nel settore operaio, incrementatasi a partire dall’inizio degli anni ‘40, corrisposero adeguati aumenti salariali e la partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa.

Le conquiste sociali del peronismo durante la presidenza decennale del suo leader (1945 – 1955) contribuirono a migliorare il tenore di vita della parte più povera e ampia della popolazione, grazie soprattutto alla gestione statale dei servizi pubblici, delle banche e del commercio con l’estero, a politiche sanitarie che portarono ad una diminuzione della mortalità infantile e ad un aumento della speranza di vita, alla gratuità dell’istruzione con l’abolizione delle tasse universitarie e la creazione dell’Università operaia.

Questo sistema nel suo complesso allontanò dall’Argentina i potentati economici e finanziari statunitensi e britannici, concentrando la sua forza sulla sintesi fra industria e risorse nazionali e lavoratori; il dissenso sociale era stato debellato e, a parte un riacutizzarsi delle proteste operaie e sindacali nel 1952, a causa del calo del prezzo sul mercato internazionale dei cereali e della carne e di un conseguente blocco salariale, i proletari argentini percepivano le proprie conquiste come quelle dell’ intera comunità nazionale, non più monadi sfruttate e disperse nel grigiore degli strumenti di una fabbrica ma vive arterie di un cuore pulsante chiamato Nazione.

Nonostante l’architettura sociale elaborata da Domingo Peròn fosse impeccabile, questo non scongiurò la sua destituzione nel 1955, quando vide la luce un nuovo colpo di stato, dovuto alla rottura del fronte composto da Chiesa, esercito e lavoratori ed ai contrasti intervenuti tra il clero, desideroso di costituire un partito di ispirazione democristiana, e il partito Giustizialista, che tendeva invece a limitare l’ingerenza cattolica negli affari pubblici.

Il 1955, tuttavia, non segnò solo la fine del “peronismo di stato” ma anche, contestualmente, la persistenza dell’ideologia giustizialista in vasti strati popolari, soprattutto operai, che organizzarono un’opposizione dal basso ai governi e alle dittature post-peroniste, cieche di fronte alle rivendicazioni delle masse, ma favorevoli, a partire dal 1966, dopo l’ennesimo colpo di stato da parte di Juan Carlos Onganìa, ad una nuova penetrazione di capitali statunitensi nel circuito bancario e in alcuni settori industriali strategici.

I guerriglieri Montoneros, provenienti in gran parte da organizzazioni di stampo fascista e dalla destra cattolica, sintetizzarono la loro ideologia in due capisaldi ambiziosi e irrinunciabili: sovranità politica nell’ambito di una nazione socialmente equa e indipendenza economica rispetto all’imperialismo inglese e statunitense, con una strategia rivoluzionaria costituita, inizialmente, da continue e ripetute sommosse ma complessivamente di ampio raggio e che avrebbe potuto, se messa in atto, pervadere l’intera America Latina “para liberarnos del yugo yankee y de las oligarquias nativas”.

Durante il suo esilio spagnolo, Peròn stesso esaltò le potenzialità del movimento.

Il punto di forza e l’originalità dei Montoneros, che agirono con sequestri ed esecuzioni capitali simboliche (come quella dell’ex presidente Aramburu nel 1970) e dimostrarono ottime capacità tattico-militari (con la presa di una quartiere di Cordoba nel 1955), risiedeva nel tentativo di coinvolgimento nella lotta urbana di tutte le organizzazioni eversive armate presenti sul territorio, evitando in questo modo frazionamenti e divisioni politiche di ogni sorta, ma escludendo dal fronte i “traditori” della Cgt, sindacato ormai inserito nella burocrazia di stato e allineato ai nuovi regimi.

L’atteso ritorno di Peròn dall’esilio, nel 1973, fu segnato dallo scontro tra i suoi sostenitori socialisti e i conservatori e si risolse in un governo di centro- destra privo del respiro sociale che aveva caratterizzato gli anni della prima presidenza.

I progetti rivoluzionari maturati durante l’assenza del leader giustizialista erano destinati ad essere riassorbiti da una dura ondata repressiva.

Dal 1976, sotto la dittatura di Videla, i Montoneros furono quasi tutti rapiti e assassinati, ma rappresentarono un fulgido esempio di lotta nazional-popolare non contaminata dal classismo marxista e autonoma rispetto a qualsiasi tipo di strumentalizzazione partitica o sindacale.

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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