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BIELORUSSIA. LA FINE DI LUKASHENKO COMINCIA DA ROMA

Che la Bielorussia sia uno stato-cuscinetto tra la Nato e la Russia è chiaro anche ai Bantu del Camerun. Che le manifestazioni di protesta contro il presidente Aleksander Lukashenko siano pilotate dagli americani è noto a pochi. Che il presidente eletto la prima volta nel 1994 e riconfermato in tutte le successive tornate elettorali abbia subito scatenato la reazione della Banca Mondiale (BM) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI) che nel 1995 sospesero i prestiti sperando di gettare la neonata repubblica in una “salutare” crisi economica è un altro fatto sconosciuto ai più.

La Bielorussia è sopravvissuta al ricatto di BM e FMI grazie al sostegno della Russia che pochi giorni fa ha concesso un altro prestito da un miliardo e mezzo di dollari. 

I media di questa parte del mondo attaccano quotidianamente Lukashenko. Lo scorso agosto il Parlamento europeo ha dichiarato il presidente della Bielorussia “persona non grata nell’Unione europea” e non ha riconosciuto i risultati delle elezioni sulla scia dei governi del Regno Unito e del Canada che hanno accusato Lukashenko di brogli elettorali. 

Tutto fa pensare che il sei volte presidente sia destinato a fare una brutta fine. Qualche speranza di cavalcare a proprio vantaggio l’onda della protesta e sopravvivere alle “sanzioni” internazionali Aleksander Lukashenko l’avrebbe anche potuta coltivare, ma contro di lui è sceso in campo un nemico del quale la storia delle vicende umane ha dimostrato la invincibilità: la Chiesa di Roma.  

Impedendo all’arcivescovo di Minsk monsignor Tadeusz Kondrusiewicz di rientrare in Bielorussia da un pellegrinaggio in Polonia, il presidente bielorusso che, va ricordato, vinse le sue prime elezioni sventolando i vessilli del “no alle privatizzazioni” e “basta con la corruzione”, ha fatto karakiri. Non gli bastava avere contro BM, FMI, Usa, Ue? Molti nemici, molto onore? Bella massima, propria del romanticismo garibaldin-fascista, ma strategicamente perdente. Per spiegare il blocco dell’arcivescovo alla frontiera, Lukashenko ha dichiarato: «Non importa se è cattolico, ortodosso o musulmano, deve rispettare la legge. C’è una doppia responsabilità se mischi chiesa e politica».

È vero che il Vaticano non è estraneo alle spontanee proteste, ma non è una buona ragione per dichiarare guerra a viso aperto. Con i preti si perde sempre e, se a volto scoperto, si perde più velocemente.

Il Comitato Esecutivo di Giustizia e Pace Europa ha invitato tutti i cristiani a pregare per il popolo bielorusso. Papa Francesco ha detto dalla finestra in piazza san Pietro: «Affido tutti i bielorussi alla protezione della Madonna, regina della pace».

Monsignor Kondrusiewicz ha fatto appello all’art. 30 della Costituzione (”Ogni cittadino della Repubblica ha il diritto di muoversi liberamente, e scegliere la propria residenza su tutto il territorio della Repubblica di Bielorussia, di lasciarne il territorio e ritornare indietro senza ostacoli”) e poi ha dichiarato: «Non voglio assolutamente che la decisione ingiustificata e illegale del servizio di frontiera aggravi la tensione nella nostra Patria». 

Bravissimo. Così si fa. Non ha attaccato direttamente il presidente, se l’è presa con i funzionari di frontiera, ha fatto appello alla Costituzione ed ha espresso sentimenti patriottici. Questo è fare politica da professionisti. Senza urlare. Senza offendere. Senza minacciare apertamente.

C’è una marea di gente che dovrebbe andare a studiare un po’ in Vaticano prima di “scendere in campo”.

Come andrà a finire? La Russia non può perdere la Bielorussia e la sua preziosa funzione di stato-cuscinetto. Adesso Lukashenko dovrà fare le riforme necessarie per scaricare la pistola delle opposizioni interne. Dopodiché la Bielorussia si presenterà con un nuovo attore sul palcoscenico internazionale. Senza rompere l’asse Minsk-Mosca. 

Giuseppe Spezzaferro

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