EUROPANAZIONE

POLITICA

MARX E LA SITUAZIONE PRESENTE

“Il superamento di Marx può avvenire soltanto attraverso Marx” ha scritto Werner Sombart (S. Fornari, Presentazione di W. Sombart, Alle origini della sociologia, tr. it. Roma, Armando, 2009, p. 7 e nota 20). Marx è stato l’insuperato teorico e critico del capitalismo; nonostante sia passato oltre un secolo e mezzo dalla prima edizione del primo libro del Capitale, lo sviluppo della teoria economica non è andata oltre Marx; è andata in altre direzioni, attivando diverse varianti del liberismo (comprese le teoriche keynesiane). Ma il problema posto da Marx, un problema etico, oltre che economico, cioè lo sfruttamento caratteristico dell’economia capitalistica, attende ancora una soluzione concreta. Nessuno è andato fino a ora, oltre Marx. Ci si è limitati a mettere i suoi libri in soffitta e a cambiare strada.

Si potrebbe obiettare che Sombart stesso lo ha superato. A ogni lettore dell’opera di Sombart è chiaro, invece, che Sombart è andato in un’altra direzione, alla ricerca di uno spirito del capitalismo affatto irriducibile a quanto emerge dalla critica marxiana dell’economia politica. Oppure: Vilfredo Pareto.  Ma, anche qui, oltre a creare una teorica raffinatamente matematica del mercato, Pareto ha lavorato sulla linea analitica di Adam Smith, di David Ricardo e di John Stuart Mill: ancora una prospettiva liberistica. Si potrebbe sostenere che Friedrich von Hayek e, poi, Milton Friedman abbiano aperto nuove vie al pensiero economico; ma, anche in questi casi, ci troviamo di fronte a teorizzazioni liberistiche, cioè ad altre strade rispetto a quella intrapresa da Marx. 

Non ci sarebbe niente di strano in tuto questo se la realtà dell’economia non si fosse mossa in una direzione opposta: quella degli oligopoli. Difficilmente si può contestare che la vicenda delle economie dei paesi europei, dalla seconda metà  del XIX secolo, abbia comportato la crescita delle grandi aggregazioni di capitale e la restrizione della generica libertà di mercato alla libertà di pochi colossi del cui benefico indotto sono venuti a beneficiare soggetti economici di minori proporzioni. In parallelo, abbiamo la crescita dei colossi del credito, senza i quali la produzione non può funzionare. A partire dalla seconda metà del XIX secolo dove più rapidamente, dove più lentamente, la realtà dell’economia è dominata da situazioni di oligopolio e, a partire dal 1945, da un processo di internazionalizzazione, poi di multinazionalizzazione e, infine, di transnazionalizzazione dell’economia. Si può agevolmente constatare che le istituzioni politiche liberal-democratiche hanno sostanzialmente ben tollerato queste metamorfosi limitandosi a fissare, paese per paese, le regole entro le quali la realizzazione dei profitti è potuta avvenire nel modo meno conflittuale. Certamente, negli anni Settanta del XX secolo, in Italia (ma anche in Francia, in Germania), in conseguenza dell’organizzazione piuttosto ferrea dei lavoratori, sono stati ottenuti margini di diritto, in ambito lavorativo, non indifferenti (a partire dallo Statuto dei lavoratori), ma senza incrinare, nella sostanza, i rapporti di produzione capitalistici.

Ma qual è il problema dei rapporti sociali di produzione capitalistici, il problema che il pensiero economico ha messo “tra parentesi”? Che “non si produce ciò che è necessario ed utile alla società, ma la classe dei capitalisti obbliga gli operai a produrre soprattutto quelle cose dalle quali è possibile trarre il maggiore profitto.” (Avanguardia Operaia, L’ABC del marxismo-leninismo, Milano, Sapere  Edizioni, 1975, p. 15). Il profitto è primariamente privato e la tendenza a realizzarlo rende funzionali l’intera società a obiettivi privati. Che talora possono coincidere con l’interesse della maggioranza; ma questo accade soltanto in modo casuale. Inoltre, per fare un esempio, se 30 operai consumano per nutrirsi, vestirsi, ecc. “durante tre giorni, dei prodotti per un valore di 450 ore lavorative, fornendo d’altra parte […] un lavoro di 900 ore, ne risulta che 450 ore restano al capitalista. Queste ore costituiscono la fonte del suo profitto.”(Avanguardia Operaia, L’ABC, cit., p. 19; cfr. in merito K. Marx, Lavoro salariato e capitale, tr. it. Roma, Editori Riuniti, 1967). 

Ma il problema dello sfruttamento non è l’unico problema messo tra parentesi dopo l’abbattimento del “Muro di Berlino”. Chi sostiene il liberismo sostiene anche che la ricchezza accumulata da pochi finisce per beneficare tutti, o, almeno, molti. Non è  così. Lo vediamo bene oggi: “il patrimonio combinato delle 100 persone più ricche del mondo è quasi due volte quello dei 2,5 miliardi di persone più povere.” (cfr. Z. Bauman, “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” FALSO!, Roma- Bari, Laterza, 2013, p. 10). La ricchezza sociale prodotta non si distribuisce meccanicamente per effetto di una “mano invisibile”; una distribuzione equa richiede un intervento umano, una programmazione della distribuzione secondo i bisogni. Ma una simile programmazione ridimensionerebbe il profitto. Negli ultimi trent’anni le politiche neoliberistiche, in occidente, hanno ridimensionato drasticamente i margini nei quali le politiche keynesiane avevano in una certa misura garantito una più equa redistribuzione della ricchezza sociale. Volendo combinare il Marx maturo con il Marx giovane” potremmo dire che lo sfruttamento economico è la base del fenomeno etico della alienazione; fenomeno che si configura quando non è più l’essere umano la finalità del processo produttivo, ma il profitto di pochi (oggi: di pochissimi).

Fermiamoci un attimo. Abbiamo parlato di “illegittimità” dello sfruttamento capitalistico; abbiamo parlato di “redistribuzione equa”. Lo abbiamo potuto fare perché abbiamo attinto a una dimensione extraeconomica: “legittimo”, “illegittimo” sono aggettivi che appartengono al lessico giuridico ed etico e così pure “equo” e il suo opposto, “iniquo”. Se ci fossimo mantenuti nei limiti dell’economia politica, della scienza che permette di aumentare la ricchezza di chi investe capitali, ci saremmo dovuti attenere a un lessico diverso: “utile”, dannoso”. Utile o dannoso, ma per chi? Per chi investe capitali. La linea di confine che separa le economie capitalistiche dalle economie schiavistiche è molto più sottile di quanto possa sembrare. Lo schiavo non è considerato, giuridicamente, “persona” (fonte di diritti e di doveri); il lavoratore dell’età capitalistica è considerato giuridicamente “persona”, ma concretamente è sottoposto a vincoli economici che ne annientano la personalità. Prima oggetto di conquista militare, ora obbligato a vendere il proprio tempo in cambio di un salario che tende sempre al basso, rispetto al costo della vita.

In questa situazione, nessuna gerarchia politica qualitativa è possibile. Perché, in questa situazione, soltanto il denaro crea denaro e si tratta di denaro accumulato utilizzando il sottopagamento del lavoro altrui (oltre alle capacità di organizzare questo sottopagamento del lavoro altrui). A lungo abbiamo parlato, scritto, letto di gerarchie qualitative, svincolate dall’utile/inutile, basate sul governo di sé e dei propri desideri. Nella situazione descritta dalla critica marxiana dell’economia politica simili gerarchie sono impossibili. Chi avremo, infatti, ai vertici della società? I più capaci di creare denaro dal denaro, i più capaci di organizzare il lavoro altrui, i più capaci di vendere la propria forza-lavoro. Su queste basi si crea, dunque un sistema di appetiti essenzialmente conflittuale, nel quale vige la “legge della jungla”, per quanto giuridificata essa possa essere; non vale, in questa logica, dunque, la differenza fra “equo” e “iniquo”, ma l’antitesi “successo”/”insuccesso”. Che le società classiste siano attraversate dalla lotta di classe (anche se non più organizzata da partiti di classe) è tutt’altro che strano.

Che funzione hanno le istituzioni politiche, in questa realtà? Esse sanzionano giuridicamente gli equilibri di classe. Li possono sanzionare  autoritariamente, oppure in modo liberal-democratico, ma la sostanza sociale resta la medesima. Lo Stato, come notava Georges Sorel nelle Illusioni del progresso  (1908), è il complesso di strumenti della classe dominante. Non è questo il luogo per ripercorrere l’analisi condotta da Antonio Negri nel libro La forma Stato. Per la critica dell’economia politica della costituzione (Milano, Feltrinelli, 1977, ristampa Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2012). Limitiamoci a riportare quanto affermato a proposito della logica progressivamente costrittiva assunta dal capitale in Italia che ha trasformato la Costituzione del 1948 “da strumento garantista in strumento adeguato allo sviluppo conflittuale della società capitalistica, da Costituzione della ricostruzione dello Stato liberal-democratico in Costituzione del lavoro.” (p. 27). La Costituzione veniva, attraverso ben pochi cambiamenti,  a costituire “la soluzione progressiva, conciliatoria, di tutti i dualismi della storia italiana. Era insomma la conclusione de Risorgimento nazionale.” (ibid.). Alla dinamica dello sviluppo capitalistico fa riscontro la sostanziale elasticità del testo costituzionale, non a caso, riconosciuto dagli studiosi della Costituzione come testo programmatico, cioè da attuarsi progressivamente. Attuarsi progressivamente nel comando capitalistico sulla società, fino a oggi.

Oggi, sotto la pressione di sfide transfrontaliere quali la crisi climatica, la crisi migratoria (entrambe prodotto dello sviluppo capitalistico), la crisi della pandemia da Covid-19 e, sull’onda medio-lunga, le conseguenze della crisi finanziaria del 2008, lo Stato nazionale è sollecitato a trasformarsi. Già inserito in un ordinamento sovranazionale – l’Unione europea-  che, dall’avvento dell’euro, impedisce l’uso della “leva monetaria” per superare le contraddizioni economiche italiane, esso si trova di fronte a due grossi problemi: il problema del rapporto fra rappresentanza democratica e competenza tecnico-scientifica e il problema del rapporto fra salario e orario, entrambi enfatizzati dall’emergenza pandemica. Non è un caso se fonti non sospette hanno sollevato il problema del rapporto fra rappresentanza e competenza  in occidente:  Tom Nichols, professore al Naval War College e alla Harvard Extension School, nel libro pubblicato in Italia La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia (Roma, LUISS, 2018) ha evidenziato come i problemi che i governi devono affrontare non si possano esclusivamente risolvere con i ricorso alle urne o con gli appelli al “popolo”; le cronache  di economia del lavoro documentano lo scompiglio introdotto dal lavoro in remoto per le oggettive difficoltà di quantificare il lavoro svolto in forma oraria con conseguente incidenza (possibile) sui parametri stipendiali; le cronache di politica economica registrano una sempre maggiore presenza del potere pubblico nelle dinamiche economiche (si veda il possibile protagonismo della Cassa depositi e Prestiti).

Ci troviamo di fronte, dunque, a problemi estremamente complessi.

Non mancano, quindi, gli stimoli per ripensare lo Stato, sia pure soltanto dalla ristretta prospettiva italiana; tenendo presente che, per lo Stato capitalistico, vale quanto scriveva Marx nel 1857: “ Lo Stato è il compendio giuridico della società civile”, cioè dei rapporti sociali di produzione. Potrà essere diversamente, un giorno? A  una sola condizione, a mio avviso: che la società possa scrivere sulle proprie bandiere, un giorno, come scrive Marx nella Critica del programma di Gotha (1875), “a ognuno secondo i suoi bisogni, da ognuno secondo le sue capacità.” Noi, a queste parole di Marx, potremmo aggiungere che soltanto da una simile società potrà nascere una gerarchia qualitativa non inquinata dalla ricerca del profitto e dall’usura. La condizione di partenza necessaria, per una società organica che si esprima in uno Stato organico, è l’eliminazione delle classi sociali, cioè la subordinazione dell’economia alla politica e l’attuazione di gerarchie politiche (una efficace prefigurazione delle quali si legge nel dialogo di Platone Lo Stato).

Francesco Ingravalle

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