EUROPANAZIONE

KULTURA

DA EVOLA A MAO: L’EVOLUZIONE DEI POSTFASCISTI TRA RADICALISMO E TRADIZIONE

FONTE: https://www.barbadillo.it/93166-da-evola-a-mao-levoluzione-dei-postfascisti-tradizione-e-radicalismo/amp/?__twitter_impression=true

Il saggio edito da Luni ricostruisce passaggi e storie delle formazioni di destra patriottica in Italia

Le vicende del Movimento Sociale Italiano ricoprono un ruolo secondario nella storia repubblicana: emarginati dalla pregiudiziale antifascista i suoi fondatori si posero l’obiettivo della compattezza per sopravvivere in mezzo all’ostilità diffusa, intimamente convinti di trovarsi nella condizione psicologica che Marco Tarchi ha efficacemente definito degli “esuli in patria”. Ripercorrere gli itinerari della “galassia” neofascista analizzando le componenti giovanili ed un caleidoscopio di formazioni dissidenti e scissioniste, gruppi extra-parlamentari e non, quotidiani e riviste è l’intendimento di Alfredo Villano nel libro “Da Evola a Mao – La destra radicale dal neofascismo ai nazimaoisti”, pubblicato da Luni editrice nel 2018.

Il dilemma della scelta tra l’inserimento nelle istituzioni democratiche oppure la contrapposizione frontale al sistema fu elemento scatenante di una serie di tensioni, lotte personali, contraddizioni e lacerazioni che ruotarono intorno alle direttrici in base alle quali il partito – oggetto di strategie democristiane al tempo stesso repressive (legge Scelba) ed integrative (riassorbimento per ostacolare il progetto della “Grande Destra” allargata a liberali e monarchici, avviato con le alleanze per le elezioni amministrative) – avrebbe dovuto dispiegare la propria politica.

La collocazione a destra venne contestata da una corrente di Sinistra Nazionale che – richiamandosi agli ideali e ai principi repubblicani del fascismo-movimento ed a quelli di giustizia sociale ripresi a Salò, tra i quali quello della partecipazione dei lavoratori alla gestione ed alla ripartizione degli utili aziendali – propugnava l’avvento del socialismo nazionale, rivendicava l’equidistanza da USA ed URSS in nome dell’anticapitalismo e si opponeva all’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, trovando una sponda – pressoché sconosciuta al di fuori del ristretto ambito accademico – nelle “attenzioni interessate” di Pajetta e Togliatti, già distintosi per il discusso decreto di amnistia e la blanda epurazione dei fascisti.

Il tentativo di infiltrazione – documentato dalle testimonianze di Lando Dell’Amico, da informative di polizia e del SIFAR e rientrante in una strategia tesa ad impedire che la DC beneficiasse alle elezioni politiche del 1953 del premio di maggioranza previsto dalla cosiddetta “legge-truffa” – mirava ad intercettare il consenso della gioventù fascista attraverso il finanziamento da parte del PCI della rivista “Il Pensiero nazionale”, fiancheggiatrice della sinistra missina. Quest’ultima, peraltro, non riuscì – per carenza di mezzi ed incapacità di attrazione del malcontento interno – a ritagliarsi uno spazio adeguato al punto da ritrovarsi in gran parte rappresentata da un soggetto che le era stato sostanzialmente estraneo: Almirante.

Il ruolo di Julius Evola

In un ambiente che ha sempre faticato a trovare intellettuali di riferimento, l’influenza di Evola ebbe un effetto dirompente: suggestioni spiritualiste – basate su valori etici, eroici e su una concezione della vita e del mondo che, entrando in rotta di collisione con l’idealismo gentiliano, si rivelò innovativa rispetto ai riferimenti culturali del fascismo – e tradizionaliste, opposte ai “prodotti” derivati dalla Rivoluzione francese (liberalismo, democrazia, lotta di classe) e alle “derive materialistiche” del capitalismo, del marxismo e di una società moderna destinata ad entrare in crisi, fecero breccia tra coloro che furono denominati, da parte di chi voleva ridicolizzarli, “figli del sole”.

La prevalenza dell’idea e della dottrina dello Stato organico (fondato sul principio d’autorità  e sul trinomio ordine, giustizia e gerarchia) sulle concezioni ottocentesche di patria e nazione, subordinate se non apertamente disprezzate, crearono le premesse affinché la corrente spiritualista si contrapponesse alle teorie sullo Stato nazionale del lavoro della sinistra che, propugnando la partecipazione delle masse alla vita politica (intesa come “circolazione del corpo sociale”), accusava i primi di elitarismo. Parallelamente al fallimento del tentativo di confluenza tra le due correnti volto ad impedire, in vista del Congresso di Milano del 1956, la linea di inserimento nel sistema, si consumava la scissione di Ordine Nuovo.   

Il gruppo guidato da Pino Rauti

Il gruppo animato da Rauti sostenne una rivoluzione culturale incentrata sui fascismi sconosciuti, le saghe nordiche e celtiche, le simbologie esoteriche e le visioni di Evola (la polemica anti-risorgimentale contro il nazionalismo borghese disgregatore dell’unità spirituale del vecchio continente si accompagnò al sostegno della razza bianca contro le “popolazioni sottosviluppate e meno capaci” dell’Africa), respinse il “nostalgismo spicciolo” della dirigenza missina (“imbelle, malata di riformismo e di attività parlamentare”), vagheggiò una Fiamma autenticamente rivoluzionaria aprendo alle tecniche della “guerra sovversiva” contro il comunismo e recuperando alcuni contenuti sociali del reducismo di Salò, condannò le alleanze del partito con i “traditori” monarchici e promosse campagne elettorali a favore della scheda bianca. 

Avanguardia Nazionale

Un irrisolto equivoco di fondo – agire come centro di elaborazione teorica e di ricerca culturale oppure come soggetto politico che doveva puntare decisamente sull’azione militante – determinò non solo la scissione del gruppo di Delle Chiaie (che a partire dal 1960 assunse la denominazione di Avanguardia Nazionale), ma anche il fallimento dei Comitati di Riscossa Nazionale (promossi da Rauti al fine di fronteggiare la crisi dello Stato democratico fondato sulla partitocrazia ed in funzione anticomunista) come nuovo soggetto politico capace di occupare lo spazio lasciato dal MSI.

Il contributo di Adriano Romualdi

Il malcontento alimentato dall’immobilismo della gestione di Michelini indusse molti giovani ad avvicinarsi – anche grazie al contributo apportato da Adriano Romualdi nel considerare conclusa l’epoca dei nazionalismi e nella volontà di liberarsi dalla mentalità del nostalgismo lanciando il mito del Nuovo Ordine Europeo – ad esperienze nuove che, pur non essendo “compromesse” con il neofascismo, ne rielaborarono alcune tematiche.

La concezione di un’Europa libera e unita, contrapposta a quella delle patrie sostenuta da De Gaulle ma soprattutto al dominio delle due superpotenze anche in campo militare (da qui il “sogno” dell’istituzione delle Brigate Europee da inviare a sostegno dei palestinesi), l’appoggio ai combattenti dell’OAS in Algeria, ai movimenti di liberazione nazionale latinoamericani e a Che Guevara convinsero alcuni ex militanti della Giovane Italia e dell’associazione studentesca Giovane Nazione ad aderire a Jeune Europe (ne fu attratto anche il giovane Renato Curcio) che, su impulso del fondatore Jean Thiriart, teorizzò un socialismo nazional-europeo depurato dal marxismo.

La Nuova Repubblica

Fuoriusciti missini aderirono a movimenti d’opinione che non appartenevano al microcosmo neofascista: è il caso dell’Unione Democratica per la Nuova Repubblica di Pacciardi, antifascista espulso dal partito repubblicano nel 1964, che condusse una battaglia a favore del presidenzialismo e della revisione della Costituzione al fine di fronteggiare la deriva partitocratica del sistema, ristabilire la divisione dei poteri nel rispetto dei valori democratici coinvolgendo tutte le forze politiche che condividessero una significativa connotazione anticomunista. L’appello per la nuova concordia nazionale rivolto a,i giovani (invitati ad archiviare “etichette di altri tempi” come le contrapposizioni destra/sinistra e fascismo/antifascismo) costituì, unitamente al ricordo delle lotte studentesche per Trieste, un chiaro segnale: i seguaci di Pacciardi del gruppo Primula Goliardica penetrarono nelle Università, specialmente in quella romana.    

La denuncia dei brogli alle votazioni per i parlamentini universitari – vicenda che si concluse con le condanne penali degli esponenti della giunta delle elezioni, comunisti e missini inclusi – e l’assunzione della responsabilità delle agitazioni da parte di Pacciardi non impedirono a Primula Goliardica di allontanarsi dalle posizioni filo-atlantiste e filo-sioniste dell’ex Ministro della Difesa, aderendo alle motivazioni di fondo della contestazione studentesca.

Essi parteciparono, insieme ad esponenti di Caravella, Giovane Italia, Europa Civiltà ed ex di Avanguardia Nazionale, agli scontri con la polizia avvenuti il 1° marzo 1968 presso la facoltà di Architettura a Valle Giulia. Esauritosi ufficialmente nello spazio di quindici giorni, il coinvolgimento degli studenti di destra nella contestazione era il riflesso di una frattura prima con la linea di Michelini (che li isolò), poi con quella del suo successore alla segreteria del MSI Almirante, il quale non li coinvolse affatto nella strategia – volta ad intercettare il consenso di un’“elettorato d’ordine” composto dalla piccola e media borghesia spaventata dall’elevato tasso di conflittualità politica e sociale ed a recuperare fazioni e gruppi dispersi come quello ordinovista di Rauti, rientrato nel 1969 – che si tradusse nella formula della Destra Nazionale.

Accame sul 1968

Secondo Giano Accame la centralità dell’elemento generazionale, cioè la volontà diffusa di rompere il “cordone ombelicale” dei partiti di appartenenza, fu l’elemento che – unitamente alla grave crisi dell’istituzione universitaria – favorì i “cinesi”. Influenzati dal movimento intellettuale sorto a Berlino che si richiamava a Che Guevara, Marcuse ed Adorno, essi ripresero tematiche anticipate dai “figli del sole”, quali la polemica spiritualista contro la democrazia edonistica e la finta libertà, i miti della “violenza purificatrice” e del ritorno alla “mistica”, la critica del progresso e della società dei consumi. Pacciardi, dal canto suo, sottolineò l’importanza del mito della rivoluzione culturale cinese come elemento trainante, illudendosi che – dopo una fase “anarcoide e demolitrice” –  molti giovani potessero orientarsi verso obiettivi pratici e concreti.  

Dopo un processo di “incubazione” avvenuto nel Movimento studentesco di Giurisprudenza di Roma, elementi di Primula Goliardica diedero vita all’Organizzazione Lotta di Popolo (OLP), cavalcando un radicalismo di destra e di sinistra, non disdegnando provocazioni intellettuali e rielaborando temi e concetti propri di Jeune Europe e della Sinistra nazionale, ma al tempo stesso non riuscendo – secondo l’opinione dell’autore – a farsi percepire come qualcosa di diverso dall’extra-parlamentarismo di destra. Da qui derivarono l’etichetta – attribuita da stampa e pubblicistica – di “nazimaoisti” e soprattutto le accuse, infamanti quanto deboli, di “fascismo camuffato”, di collusione con uomini ed ambienti poi invischiati in atti di terrorismo, di volontà di infiltrarsi nella sinistra extra-parlamentare.   

Lotta di popolo

Scarsamente radicato sul territorio e deficitario sia sotto l’aspetto numerico che organizzativo, Lotta di popolo attribuì un ruolo centrale all’analisi geopolitica, individuando nella Cina maoista l’attore in grado di contrastare l’imperialismo russo-americano e di scardinare gli odiati equilibri internazionali stabiliti a Yalta. Il sostegno incondizionato ai movimenti di liberazione nazionale (causa palestinese in primis, Roger Coudroy e Wael Zwaiter diventarono i simboli della lotta contro i crimini sionisti) è strettamente connesso ad una concezione del popolo come “motore della storia”, chiamato alla lotta rivoluzionaria e a “spazzare via” il sistema borghese e dei partiti corrotti.

Lo studio di Villano, prezioso e ben documentato ma talvolta prolisso, al punto da soffermarsi su fazioni e gruppi che ebbero meno di una decina di aderenti, non colma una lacuna: analizzando vicende ed esperienze concluse nei primi anni settanta, viene preclusa per scelta la possibilità di approfondire una storia (come quella della corrente “nazional-rivoluzionaria” del neofascismo) ancora sostanzialmente inesplorata.

Andrea Scarano

Lascia una risposta