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PIAZZA AFFARI “IN VENDITA”: IL RISIKO DELLA FINANZA EUROPEA ATTORNO ALLA BORSA DI MILANO

A Milano, in questi mesi, si sta giocando una battaglia che riguarda tutta la finanza europea e non solo. Tutto è iniziato quando il gruppo London Stock Exchange, che controlla il listino italiano, ha comunicato ufficialmente la sua intenzione di vendere la Borsa italiana. A questo punto si è scatenata una guerra tra vari gruppi finanziari europei per mettere le mani su Piazza Affari. L’annuncio della holding londinese ha fatto scattare anche un forte orgoglio nazionale. Tutto ciò è molto strano. Perché non ci siamo scandalizzati quando gli inglesi mettevano le mani sul tempio della finanza meneghina? Difficile trovare una risposta sensata. Proviamoci comunque facendo un piccolo passo indietro.

Cos’è la London Stock Exchange?

Nel 2007, precisamente a giugno, viene alla luce la London Stock Exchange Group una holding nata dall’aggregazione tra la Borsa di Londra (London Stock Exchange) e la Borsa Italiana, avvenuta per acquisizione di quest’ultima da parte dei londinesi con un’offerta da 1,6 miliardi di euro. All’epoca non si mossero i servizi segreti per segnalare il rischio che correva la nostra nazione. L’intero arco costituzionale assistette silente ad una cessione di uno degli asset più importanti della nostra economia.

Oggi però l’atteggiamento è completamente cambiato. Nelle scorse settimane, persino il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) si è scomodato per limitare il peso degli stranieri nella piazza di scambi italiana. E tra le ipotesi sul tavolo del Governo è spuntata persino quella di ricorrere al cosiddetto Golden Power.

Alla luce di quanto detto non siamo tanto interessati alla nostra indipendenza (o sovranità che dir si voglia), ma vogliamo scegliere il nostro padrone. Preferiamo il self control inglese alla grandeur dei francesi o all’aggressività dei tedeschi. 

Chi prenderà il posto degli inglesi?

Una volta elaborato il lutto per esser rimasti orfani della Perfida Albione, cerchiamo di capire chi potrebbe subentrare alla holding londinese. La contesa per ora è limitata a due società: la Deutsche Börse (Db) e il consorzio Euronext. Iniziamo dal primo. Db che controlla già l’indice Dax se vuole rilevare la quota in mano agli inglesi della Borsa Italiana (circa il 62%) deve trovare degli alleati. Secondo gli analisti del settore accanto al gruppo di Francoforte molto probabilmente ci sarà Allianz. La multinazionale con sede a Monaco di Baviera è presente nel mondo finanziario italiano attraverso il controllo del 7% di Autostrade per l’Italia e una partecipazione di circa il 10% in Ntv/Italo. A sfidare i tedeschi ci saranno i francesi del consorzio Euronext, alleanza transnazionale con base ad Amsterdam centrata sulla borsa di Parigi che già controlla la Borsa di Amsterdam, Bruxelles, Lisbona, Oslo e Dublino e che con questa operazione si accaparrerebbe la piattaforma di scambio di Milano. A quanto pare Palazzo Chigi preferisce quest’ultimo gruppo. Parigi che ha una quota in Euronext tramite Caisse des Depots et Consignations (controllata dal governo francese) potrebbe dare un contentino all’Italia lasciando in mano alla Cassa di depositi e Prestiti una quota della Borsa di Milano. È evidente che i francesi ci conoscono meglio dei tedeschi: siamo sempre disposti a venderci per poco.  A rendere ancora più complessa quest’operazione si è aggiunto il gruppo Six che opera sul mercato di Zurigo. Quest’ultimo è piccolo in confronto agli altri due contendenti ma non dimentichiamo che lo scorso giugno ha messo le mani sulla la borsa spagnola BME con sede a Madrid e con l’acquisto valutato a 2,75 miliardi di franchi svizzeri. Six così da pochi mesi è diventato il terzo gruppo di scambi più grande in Europa, dopo Parigi e Francoforte e uno dei primi dieci fornitori di exchange service a livello mondiale. Ancora è difficile capire chi sarà il vincitore, ma a perdere comunque è l’Italia. 

Le vere ragioni di questa disputa

In questa lotta senza esclusione di colpi si intravede una crepa nell’asse franco-tedesco. Una lampante dimostrazione che Berlino (la Germania politica) ragiona in maniera differente rispetto a Francoforte (cuore della finanza apolide). 

Infine, rimane una domanda: perché gli inglesi vogliono vendere la loro quota nella Borsa di Milano? Per rispondere a questo interrogativo dobbiamo analizzare meglio la Brexit. 

L’uscita del Regno Unito (un processo ancora in via di definizione) dall’Unione Europea non è una vittoria del popolo contro l’elite. Le cose non sono andate affatto così, e il caso della cessione della Borsa di Milano ce lo dimostra. Per molte società inglesi, l’Antitrust Ue era una sorta di palla al piede. Ciò spiega la cessione della Borsa di Milano. La London Stock Exchange, infatti, vuole mettere le mani su Refinitiv, il gigante che fornisce dati e informazioni finanziarie, di proprietà al 55% del fondo americano Blackstone e al 45% della canadese Thomson Reuters. Questa piattaforma serve oltre 40.000 clienti istituzionali in quasi 200 Paesi includendo società di investimenti, governi e aziende a cui fornisce dati e informazioni finanziarie. Sulle piattaforme di trading di Refinitiv, vengono scambiati giornalmente quasi 1.000 miliardi di dollari di asset, mentre attraverso il terminale Eikon ed il sistema di esecuzione degli scambi Redi, investitori da tutto il mondo possono gestire ordini per miliardi di dollari, restando sempre informati grazie alle notizie e ai dati forniti dalla Reuters. Per capirci si tratta di una gallina dalle uova d’oro.

Se non ci fosse stata la Brexit probabilmente Bruxelles avrebbe messo i bastoni tra le ruote al gruppo londinese. L’uscita dalla Ue, però, potrebbe non bastare. London Stock Exchange rimarrebbe la proprietaria di una delle più importanti piazze dell’Unione Europea. Insomma, Piazza Affari sarebbe come il ramo di un albero che sporge nel terreno del vicino con cui abbiamo appena litigato. Dunque, è meglio potare e farlo presto prima che l’affare Refinitiv vada in fumo. A proposito di Brexit e di referendum, questa storia ci insegna che la grande finanza ha una strategia pronta per ogni risultato. Chi comanda veramente non ha bisogno di fare il tifo, soprattutto quando si vota.

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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