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ETTORE MUTI, L’ULTIMO GUERRIERO DEL DUCE

Eroe è una parola che oggi giorno purtroppo è diventata banale, ma se per Eroe noi possiamo definire un combattente puro, un uomo che incarna l’immagine del cavaliere senza macchia e senza paura che si getta nella lotta con pazza temerarietà rischiando il tutto per tutto realizzando imprese militari di eccezionale valore, allora è proprio il caso di dire che Ettore Muti è l’ultimo eroe italiano.

Chiedete a chiunque non sia appassionato di storia italiana del 900 chi era Ettore Muti e quasi sicuramente non vi saprà rispondere. Ma chiedete a chi oggi ha più di settant’anni chi è stato Ettore Muti e vedrete se non vi risponderanno.

Ettore Muti dimenticato. Certamente, perché fascista. E quindi volutamente dimenticato dalla dominante cultura di sinistra in Italia, escluso per decenni da qualunque menzione, riferimento, ricordo o celebrazione da parte dei mass-media. Potrebbe uno che è stato fascista incarnare valori positivi? Certamente no. Potrebbe un uomo che è stato addirittura Segretario del PNF essere ricordato come il più valoroso soldato italiano del ventesimo secolo e per avere incarnato gli ideali di un’intera generazione? Ma quando mai? Dagli del fascista! Cosa importa se era un uomo di eccezionale valore, cosa importa se ha realizzato imprese uniche, cosa importa se mai si macchiò di gravi colpe?

Nato a Ravenna nel 1902, giovane ribelle, a tredici anni scappa di casa “per andare a fare la guerra”, come lascia scritto in un biglietto alla madre. Con vari mezzi raggiunge il Cadore e si mischia alle truppe per diverse settimane, finché viene notato dai Carabinieri e rispedito a casa. A quindici anni, nel 1917, falsifica i documenti e riesce ad arruolarsi, contando sul suo fisico robustissimo per ingannare gli esaminatori. Col nomignolo di Gim, preso dal suo fumetto preferito, si distingue in innumerevoli azioni di combattimento. Nel giugno 1918 entra a far parte di un corpo scelto, i “Caimani del Piave”. Una notte partono in 800 a nuoto nel Piave all’assalto delle posizioni austriache ma il corpo di spedizione viene sorpreso e deve battersi all’arma bianca. Degli 800 solamente in 22 sopravvivono e tornano sulla sponda italiana. E Muti è tra i superstiti. Vogliono decorarlo con la medaglia d’argento, e quindi viene a galla la verità: il ragazzo è minorenne e non poteva fare il soldato. Viene rispedito a casa senza medaglie.

Nel 1919 si iscrive ai Fasci di Combattimento. In settembre D’Annunzio occupa Fiume e Muti parte insieme a cinque ex-arditi. Raggiunta Fiume il giovane Muti prende parte all’occupazione. La città viene messa sotto blocco, e Muti diventa il più famoso degli “scorridori” che si occupano di far entrare i viveri in città forzando il blocco di notte e trafugandoli dai depositi del Regio Esercito. L’impresa più famosa fu il furto di una mandria di muli, che venne “offerta” a D’Annunzio con una spettacolare parata. D’Annunzio lo conosce e lo ammette ad una delle famose e balzane prove di coraggio ideate dal poeta: buttarsi dal balcone più alto di un palazzo di 5 piani su un telone da pompieri. Muti stravince la prova gettandosi addirittura dal tetto dell’edificio. Il Vate lo battezza “Gim dagli occhi verdi” e lo mette a capo di una banda di “corsari”, incaricata di trafugare piroscafi per il sostentamento della città. Muti si distingue con la cattura del Cogne, nel settembre 1920. Dopo essersi nascosti per una notte intera nel tubo dell’elica, Muti e altri sei “pirati” si impadroniscono della nave diretta in Argentina e la portano al porto di Fiume, dove sarà rilasciata dietro un riscatto di 12 milioni di lire. Prima della fine dell’occupazione Muti torna a Ravenna per la malattia del padre. Dal 1922 diventa insieme a Frignani e Morigi capo dello squadrismo ravennate. Muti naturalmente si distingue nel prendere i comunisti a calci nel sedere. Famosa la bravata di sant’Arcangelo di Romagna: durante una riunione dei capi socialisti nella loro sede, Muti da solo irrompe nella sala sfondando una finestra e rischiando il linciaggio. Ma distrugge il lampadario, e protetto dall’oscurità trafuga la bandiera rossa e fugge nella notte. Partecipa alla Marcia su Roma ma torna precipitosamente a Ravenna e a prenderne il controllo assaltando la Prefettura.

Con il fascismo al potere Muti non ha più occasioni di menare le mani. Si arruola nella MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza nazionale, ribattezzata da Muti in Mai Visto Sudare Nessuno). Con lo stipendio passato dal regime si compra una Bugatti azzurra e passa il tempo libero correndo come un pazzo per le strade della Romagna, facendo strage di pollame e collezionando innumerevoli incidenti. Il suo gioco preferito è passare a razzo sotto le sbarre dei passaggi a livello un attimo prima dell’arrivo del treno. Diventa console della milizia, si sposa nel 1925, ma si rivela presto pessimo marito. Nel 1927 subisce un attentato. Colpito al ventre è in fin di vita ma si riprende in poco tempo. Nel 1929 viene a Roma e fa la bella vita, passando da un amante all’altra. In questi anni prende il brevetto di pilota e accumula ore su ore di volo, fino a diventare un vero e proprio virtuoso dell’aeroplano.

La campagna di Etiopia offre a Muti la possibilità di tornare al suo unico vero amore, il combattimento. Assegnato alla 13 squadriglia di bombardieri si distingue nello svolgere numerose missioni con pieno successo. Di propria iniziativa è il primo a violare lo spazio aereo di Addis Abeba giungendo a sfiorare il suolo dell’aeroporto della città, sotto il tiro delle mitragliatrici che gli riducono l’apparecchio ad un colabrodo. L’impresa viene celebrata dal regime tanto che Ciano vuole ripeterla una seconda volta a fianco di Muti. È la Beffa di Addis Abeba. Ma le vere imprese aviatorie di Muti iniziano con la guerra di Spagna: in oltre due anni di guerra diventa il più famoso asso dell’aviazione italiana. Sopra Oviedo combatte da solo contro dieci caccia sovietici abbattendone due e ritirandosi solamente quando il suo aereo non è più manovrabile per i troppi fori di proiettile. Affonda da solo l’incrociatore Cervantes e svolge centinaia e centinaia di azioni di bombardamento, anche a bassissima quota. Gli spagnoli lo chiamano il “Cid Aereo”. Ottiene il comando di un gruppo corazzato alla testa del quale è tra i primi ad entrare a Madrid il 29 marzo 1939. In quell’anno Mussolini solleva Starace dall’incarico di segretario del PNF e lo conferisce a Muti.

L’arrivo di Muti al vertice provoca un vero terremoto. Forte della propria integrità personale, inizia a ripulire il partito denunciando senza il minimo scrupolo chiunque non svolga il proprio lavoro correttamente, accanendosi particolarmente contro i responsabili delle federazioni di partito, denunciando all’autorità giudiziaria numerosi casi di corruzione, mettendo in atto una vera e propria epurazione. Attuò molte riforme tra cui lo sganciamento di Enti ed istituzioni dal partito e la modifica il sistema delle tasse a favore delle opere di assistenza. Ma non è l’incarico adatto ad un uomo come Muti. Quando l’Italia entra in guerra Muti si dimette appena possibile per poter tornare a combattere. Nel settembre 1940 comanda una spedizione di bombardamento nel Golfo Persico, partendo da Rodi con un trimotore S.82, compiendo brillantemente la missione e stabilendo un nuovo record mondiale di volo di guerra, percorrendo 4500 chilometri in sedici ore. Dal novembre 1940 al gennaio 1941 effettuò circa 40 missioni aeree durante la campagna di Grecia, per poi specializzarsi nell’impiego di aerosiluranti, partecipando a tutte le battaglie della Marina Italiana nel Mediterraneo. Nel marzo del 1941 bombarda personalmente il centro petrolifero di Haifa in Palestina. Dopo aver compiuto oltre 1500 ore di volo in azioni di guerra deve ritirarsi dal servizio attivo alla fine del 1942 per problemi alla vista.

Muti non partecipò alla seduta del 25 luglio 1943. Tornando dalla Spagna non fece in tempo ed arrivò solamente il giorno dopo, rimanendo poi a Roma, assicurato da Senise di non correre alcun rischio. Fu nei giorni successivi che venne tirata in ballo l’ipotesi di un complotto fascista teso a riprendere il potere con il sostegno dei tedeschi realizzando quindi un colpo di Stato. Tale complotto era del tutto inesistente e ancor oggi non si sa con certezza se fu Badoglio stesso oppure il generale Carboni ad inventarlo. L’unica cosa certa è che Muti fu indicato quale organizzatore del complotto stesso. Si arriva così alla notte del 24 agosto 1943. Badoglio ordina l’arresto di Ettore Muti nella sua villetta a Fregene e sarà l’Arma dei Carabinieri ad assumere tale incarico. Cosa accade quella notte nella pineta di Fregene non è chiaro ancora oggi. L’unica certezza è che Ettore Muti viene ucciso vigliaccamente per mano di vigliacchi, che poi è in fondo il destino di quasi tutti gli eroi. Per Gim dagli occhi verdi è il capolinea. I suoi assassini lo vengono a prelevare nella sua villetta di Fregene. Lo trovano a letto con una bellissima donna, come al solito. Con la scusa di scortarlo a Roma lo portano nella pineta di Fregene e lì uno dei sicari spara a tradimento alla nuca del soldato più decorato d’Italia. Mussolini, raggiunto al Gran Sasso dalla notizia della morte di Muti, piange per ore il suo amico.

Neppure dopo le inchieste ufficiali sulla vicenda negli anni 50 fu possibile portare davanti alla giustizia esecutori e mandanti dell’assassinio. La scarsa volontà di svolgere seriamente le indagini e l’omertà dominante impediscono che la giustizia segua il suo corso. La morte di Ettore Muti rimane, tuttora, una delle tante vergogne dell’Italia badogliana.

Qualche giorno prima di essere ucciso dichiarò: “vorrei tanto combattere in Finlandia, tutta la mia vita ho combattuto nel caldo, vorrei tanto vedere che sensazione si prova a combattere in mezzo al freddo!” 

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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