EUROPANAZIONE

POLITICA

IL BRAVO ITALIANO E IL CATTIVO TEDESCO

Al termine del secondo conflitto mondiale l’Europa era un continente ridotto in macerie, stremato da sei anni di guerra e con buona parte delle sue città continentali ridotte a un cumulo di rovine.

Iniziavano così i primi passi per una ricostruzione civile, attuata con gli aiuti economici e materiali delle potenze vincitrici, seguita dalla creazione di un nuovo assetto politico: ad ovest le nazioni sotto l’ala protettiva statunitense, che avrebbero dato vita alla NATO, ad est l’area di influenza sovietica, il cui collante era posto dal Patto di Varsavia. 

Tale ordine geopolitico, pur essendo conforme alle decisioni prese nel febbraio del 1945 a Yalta, stonava fortemente con la narrazione storica dei primi Stati membri della NATO, specialmente per l’Italia: fino al 1943 essa aveva combattuto a fianco dell’Asse, e soltanto il voto del Gran Consiglio del Fascismo del mese di luglio aveva permesso il successivo voltafaccia di Badoglio, culminato nell’armistizio e il cambio di schieramento a fianco degli Alleati.

Con la vittoria degli anglo-americani la neonata repubblica italiana si trovò costretta ad affrontare il suo passato: alla fine delle ostilità, il governo etiope, greco e jugoslavo premettero per l’arresto e la consegna ai rispettivi tribunali dei militari italiani accusati di crimini di guerra negli ex territori occupati. Lo stesso Badoglio rientrava in questo elenco, avendo autorizzato l’uso dei gas durante la Campagna d’Etiopia del 1935.

Bisognava sbarazzarsi di un passato scomodo, e rivedere la figura dell’italiano sotto una nuova luce: fu così che venne a crearsi il mito degli “Italiani brava gente” e del “Cattivo soldato tedesco”.

Questa caricatura è ben rappresentata dal film Tutti a casa (1960) con protagonista Alberto Sordi, dove è presente lo smarrimento e l’assenza di ordini all’indomani dell’armistizio (celebre la frase «Signor colonnello! Sono il tenente Innocenzi. Accade una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani!») e allo stesso tempo, durante lo scorrere della pellicola, vengono esaltate le angherie dell’esercito tedesco e l’illusione di chi ancora, rimasto fedele al fascismo, spera nella vittoria finale. Il film si conclude con l’atto simbolico del protagonista, che avendo riacquistato la propria “dignità”, prende da terra un mitra e incomincia a sparare agli ex alleati, sullo sfondo di una Napoli che da lì a breve sarebbe stata liberata dagli americani.

Stesso discorso per i film collocati tra gli anni ’50 e ‘60 come Achtung! Banditi! (1951) e Un giorno da leoni (1961), dove il leitmotiv sono le azioni di guerra della Resistenza contro l’occupante.

Nel corso degli anni sessanta-settanta si darà vita ad un filone cinematografico bellico ambientato nella seconda guerra mondiale: basti pensare a film come I lunghi giorni delle aquile (1969), Quella sporca dozzina (1967), Il giorno più lungo (1962) o Il Grande Uno Rosso (1980) ambientati in Normandia e nel Teatro di guerra europeo, oppure La Battaglia dei Giganti (1965) sullo sfondo dell’ultima offensiva tedesca sul fronte occidentale. E ancora: Tobruk (1966), I sette senza gloria (1969) che si svolge durante la Campagna d’Africa, fino ad arrivare a quei film che reinterpretano, in salsa umoristica, l’esercito tedesco come Sturmtruppen (1976) e Kakkientruppen (1977).

A questo punto bisogna notare una cosa: se escludiamo alcune pellicole, come Divisione Folgore (1954) e La Battaglia di El Alamein (1969), dove si esalta la condotta militare dell’esercito Italiano, in nessun’altro film di guerra menzionato prima, specialmente quelli ambientati nel Nordafrica, sono presenti soldati italiani, e se lo sono vengono relegati ad effimere comparse: nella realtà il Deutsches Afrikakorps era composto da pochi reparti corazzati, e con forti carenze logistiche (poi rafforzate nei mesi successivi).

Le cose iniziarono a cambiare a partire dai primi anni ‘90: la caduta del Muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica, il trionfo del liberismo e, soprattutto, la paura che un’eventuale rinascita tedesca potesse far riemergere i fantasmi totalitari del passato, diede inizio a una serie di film incentrati sui crimini di guerra nazisti; anticipatore parziale di questo filone è una scena finale de Il Grande Uno Rosso dove i soldati, entrando in un campo di concentramento in Cecoslovacchia, scoprono alcuni resti umani collocati all’interno dei forni crematori. Schindler’s list (1993), La vita è bella (1997), Il pianista (2002) o The reader-A voce alta (2009), hanno come tema centrale la sopravvivenza, o l’aiuto dato per cercare di limitare l’orrore visibile all’occhio dello spettatore. 

Un filone cinematografico tuttora presente, nonostante alcune produzioni che rivedono parzialmente il mito del “Cattivo soldato tedesco”. Per esempio, il serial tv Generation War, dove i protagonisti assistono agli orrori della guerra perpetrati dai cosiddetti “vincitori”; oppure Land of Mine, che racconta le vicende dei POW tedeschi con il delicato compito di sminare le spiagge danesi, alla fine delle ostilità; ma anche produzioni indipendenti come My honor was loyalty, incentrato sull’esperienza di alcuni soldati della 1. SS-Panzer-Division.

Discorso a parte sul versante della cinematografia italiana: se escludiamo Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores, il genere bellico è totalmente assente. Nei primi anni 2000 vengono prodotte due fiction televisive: Il mio cuore nel pozzo, sulla tragedia delle Foibe, e La guerra è finita: tentativi coraggiosi, pur presentando gravi pecche sul piano della recitazione e della fedeltà storica. Dal 2008 all’attualità escono tre film alquanto controcorrente: Il sangue dei vinti, trasposizione cinematografia dell’omonima opera di Giampaola Pansa, dove il “mito della resistenza” viene accantonato per lasciare spazio a una guerra civile violenta e senza esclusione di colpi. Uno sfondo storico che ritroviamo nell’eccidio avvenuto a Codevigo fra l’aprile e il maggio del 1945, narrato ne Il segreto di Italia, pellicola aspramente criticata e boicottata dall’ANPI.

Queste polemiche vennero esternate anche all’uscita di Red Land (Rosso Istria), film che risalta la figura di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana arrestata e successivamente infoibata dai partigiani jugoslavi.

Nonostante i passi compiuti a livello cinematografico, il mito degli “Italiani brava gente” è ancora presente: eppure sarebbe facile scardinarlo una volta per tutte. Esempi che dimostrano il contrario, in entrambe le guerre mondiali, non mancano di sicuro: la beffa di Buccari, il volo su Vienna, la battaglia del Solstizio e l’Impresa di Fiume da una parte. Dall’altra vi è la forzatura del porto di Alessandria della Xª flottiglia Mas, la battaglia del passo di Kasserine, l’assedio di Giarabub, la strenua difesa di Nikolaekva durante il ripiegamento delle forze dell’Asse sul fronte orientale. Sono alcuni tra i tanti episodi che meriterebbero una trasposizione sul grande schermo, anche per risaldare il legame tra la nostra storia e le future generazioni.

Cristiano Ruzzi

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