EUROPANAZIONE

QUATTRO PASSI TRA LE NUVOLE...PARLANTI

CAPITAN MIKI: AVVENTURA, LEALTÀ, AMICIZIA E SPIRITO DI SACRIFICIO

Nel luglio del 1951, la casa editrice Dardo affidò al gruppo EsseGesse (Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris), di cui ci siamo già occupati a proposito di Kinowa, l’incarico di realizzare una nuova serie settimanale, nel classico formato a striscia dell’epoca, che fosse ambientata nel Far West ed avesse come personaggio principale un ragazzo. Nacque così Capitan Miki ed ebbe subito un grande riscontro nelle vendite che superarono le 250mila copie settimanali: un vero successo editoriale per quei tempi, destinato a restare immutato per circa un ventennio.

Miki, divenuto orfano, viene adottato dallo scout Doppio Rhum, che gli insegna i trucchi del mestiere. Un brutto giorno un loro caro amico, il sergente Bretton, viene barbaramente ucciso da un gruppo di indiani ribelli, guidati da un rinnegato bianco chiamato l’Avvoltoio.

La drammatica fine del sergente fa maturare nell’animo del giovanissimo Miki la volontà di arruolarsi nei Ranger del Nevada per vendicarne l’uccisione e battersi per il trionfo della giustizia. 

Ad accoglierlo nei ranghi del corpo dei Nevada Ranger è il comandante di Fort Coulver, il colonnello Brown, che affida proprio alla nuova recluta l’incarico di svolgere indagini sulla morte del sergente Bretton. Miki riuscirà ovviamente a risolvere brillantemente il caso, guadagnando sul campo prima i galloni di sergente e, successivamente, quelli di tenente e di capitano.

Miki, a differenza degli altri eroi dei fumetti dell’epoca, non è affatto un giovanotto muscoloso; ha infatti un fisico esile e gracile, ben compensato però da una precisione di mira micidiale con le sue colt, dalla conoscenza di tecniche di combattimento corpo a corpo e da una rara arguzia nei giudizi sugli uomini, capacità che gli consentiranno di uscire sempre indenne e vittorioso negli scontri coi malandrini di turno che affollano il West e la prateria.

Come nei più canonici fumetti d’avventura, Capitan Miki è affiancato dall’ubriacone Doppio Rhum al quale si aggiunge un suo vecchio compagno di sbornia il dottor Salasso, falso medico ma esperto imbroglione. Entrambi sono eternamente alla ricerca di bottiglie di Rum da scolare; ma solleciti ad intervenire e a dare l’anima per il loro ragazzo in divisa, che nel frattempo si è fidanzato con la lentigginosa Susy, figlia del colonnello Brown, graziosa ma un po’ petulante e sempre pronta a ficcarsi in qualche guaio.

Tutti personaggi ben caratterizzati, ai quali si aggiunge Gennaro Esposito, un ranger di origine partenopea in servizio a Fort Coulver: anche lui una vera macchietta strappa sorrisi.

Miki e i suoi amici si muovono ovviamente in uno scenario che annovera tra i “cattivi” non solo i desesperados, i rapinatori di banche e diligenze, ma purtroppo anche i pellerossa, genericamente definiti “indiani”, eternamente dipinti con i colori di guerra e sempre ansiosi di scalpare i coloni bianchi: un luogo comune molto diffuso nella fumettistica e nella cinematografia di quegli anni. Dovremo aspettare Tex Willer prima e Ken Parker poi, negli anni ’70, per veder attribuito un ruolo dignitoso ai nativi americani.

Nel 1965 la EsseGesse smise di produrre Capitan Miki e la serie fu continuata fino al 1967 in Italia da Amilcare Medici e disegnata da Franco Bignotti e Nicola Del Principe; mentre nella vicina Francia le pubblicazioni andarono avanti fino al 1988, con la sceneggiatura di Maurizio Torelli e Roberto Renzi  e i disegni di Franco Bignotti e Bertrand Charlas, sulla testata “Nevada”.

Capitan Miki, come il contemporaneo Grande Blek (altro famoso e fortunato personaggio realizzato sempre dalla EsseGesse per la Dardo), hanno letteralmente invaso le edicole italiane con le serie regolari e le continue ristampe e raccolte, che ancora oggi vengono riproposte in edizioni amatoriali. 

Un fumetto ben disegnato e ricco di avventura ed ironia, che ha dato poi la stura ad altri giovani protagonisti del mondo dei fumetti come Il Piccolo Ranger, Un Ragazzo nel Far West e la stessa saga del Grande Blek, inizialmente incentrata sulla figura del piccolo trapper Roddy.

Se sorvoliamo sui rapporti non idilliaci con il popolo rosso (frutto di convinzioni all’epoca diffuse e per fortuna oggi superate), bisogna riconoscere al fumetto di Capitan Miki un ruolo educativo, nei confronti degli adolescenti di allora, improntato ai sani valori dell’amicizia, della lealtà, del cameratismo, dello spirito di sacrificio e dell’avventura. L’eccessivo buonismo che traspare dalle tavole è, probabilmente, dovuto alla forte ingerenza di una ottusa censura che è andata avanti per anni nel nostro Paese. Tutto sommato, però, è un bel fumetto, che ci aiuta a ricordare come eravamo.

Achille Biele

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