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VENTI DI GUERRA SULLA GRECIA: LA NECESSITÀ DI UNA MARINA EUROPEA

FONTE: https://www.progettoprometeo.it/venti-di-guerra-sulla-grecia-la-necessita-di-una-marina-europea/amp/

Nell’intricata partita a scacchi tra la Turchia ed i suoi vicini di casa, i veri propositi di Recep Tayyip Erdogan rimangono oscuri ai più; Ankara ci ha più volte abituati a cambi repentini di rotta (si vedano ad esempio i rapporti con la Russia), ma poche cose sono certe come il dato di fatto che sta emergendo in questi giorni: la Grecia è sola.

Non passa giorno che la Turchia non irriti o provochi qualcuno dei suoi numerosi confinanti: Grecia, Siria, Armenia, Iraq, Cipro, sono tutti stati che bene o male si trovano ad avere a che fare con le mire espansionistiche di un presidente, quello turco, che non fa mistero delle sue velleità neo-ottomane. Tuttavia, la Grecia, in questo numeroso club, è quella che appare più isolata; un fatto sorprendente se consideriamo che al contempo è anche la nazione più occidentalizzata e da più tempo parte della NATO. I recenti fatti di questi giorni hanno tuttavia messo in evidenza la veridicità di questo isolamento, fatto non nuovo, ma che mai era emerso in tutta la sua drammaticità. I recenti accordi tra la Turchia ed il governo libico di Fayez al-Sarraj hanno dato la stura, oltre ad una nuova politica di potenza turca in Tripolitania, anche ad una recrudescenza dell’aggressività anatolica nell’Egeo e nel Mediterraneo Orientale. Tramite l’accordo con Tripoli, infatti, la Libia virtuale di al-Serraj e la Turchia di Erdogan si sono spartite una corposa sezione diagonale di Mar Mediterraneo che unisce la Cirenaica (che peraltro al-Serraj non controlla) e le coste dell’antica Licia, nella moderna provincia turca di Adalia. Senza una cartina geografica alla mano è difficile comprendere la portata destabilizzante di tale accordo: le due zone economiche esclusive, quella libica e quella turca, vengono a toccarsi, finendo per annettere unilateralmente ampi tratti di mare che sono già parte di un’altra zona economica esclusiva, ossia quella greca.

In particolare, la nuova estensione unilaterale della ZEE turca minaccia da vicino le acque territoriali greche presso le isole di Castelrosso, Rodi, Scarpanto, Caso e le coste orientali dell’isola di Creta.

Simili provocazioni sono state portate avanti dalla Turchia anche nelle acque a sud-est di Cipro, dove Ankara ha deciso di procedere unilateralmente a trivellazioni per la ricerca di idrocarburi incurante del fatto che le aree interessate siano parte della ZEE cipriota suscitando, tra le altre cose, anche l’irritazione di Israele. Per rimarcare i suoi propositi, Erdogan, contemporaneamente alla nuova trasformazione di Santa Sofia in una moschea, ha optato per una politica di esercitazioni e scorte militari nell’Egeo, con il proposito, nemmeno troppo larvato, di provocare Atene e saggiare le eventuali reazioni delle sue forze armate. Le navi oceanografiche di Ankara hanno gironzolato liberamente nelle acque della ZEE greca nei pressi di Castelrosso, a soli due chilometri dalla costa anatolica, debitamente scortate da oltre diciassette navi da guerra e svariati sommergibili: un’esibizione muscolare che, oltre a causare la fuga di migliaia di turisti dal Dodecaneso, ha messo in allerta le forze armate elleniche, non nuove a provocazioni di questo genere. Aviazione e marina militare di Ankara, infatti, da anni si esibiscono in provocazioni ai confini greci: l’aviazione turca, ad esempio, è ormai habituè dello spazio aereo greco sulle isole di Lesbo, Lemno e Rodi, mentre analoghe provocazioni sono portate avanti, nelle stesse zone, anche dalla marina militare, che opera in questo senso anche nelle acque a sud-est di Cipro, isola tutt’ora occupata illegalmente dalla Turchia per oltre un terzo del suo territorio.

In tal senso, nemmeno le forze armate terrestri erano rimaste a guardare, con l’esercito turco che durante lo scorso mese di Maggio ha proceduto all’occupazione di un piccolo lembo di territorio greco ad oriente del fiume Evros, nella provincia ellenica della Tracia.

In questo scenario di aggressività la Grecia è senza alleati. Nonostante sia parte dell’Alleanza Atlantica, nessuno, ad eccezione forse della Francia, sembra aver capito la gravità della situazione nella quale i greci si trovano. Donald Trump, inquilino della Casa Bianca alle prese con la campagna elettorale per la rielezione e l’emergenza Covid-19, che negli Stati Uniti non accenna a placarsi, non sembra avere intenzione di occuparsi minimamente della faccenda, posizione questa già assunta dagli Stati Uniti anche in merito al contesto libico. Dall’altro campo, Vladimir Putin, considerato l’unico contrappeso alle ambizioni turche in Medio Oriente, non sembra intenzionato ad assumere lo stesso ruolo anche nell’Egeo, nonostante Ankara continui a sobillare la minoranza tatara (e musulmana) di Crimea contro le autorità di Mosca. Altro grande assente è l’Unione Europea: schiacciata com’è dalle sue discussioni di carattere economicistico su Recovery Fund, MES e altre misure per fronteggiare la più grave crisi economica degli ultimi decenni, l’unione politica e monetaria della quale Atene fa parte dal 1981 non sembra interessata a prestare alcun aiuto al piccolo stato mediterraneo, complice anche la nutrita comunità turca (tre milioni di persone, di cui la metà ancora con cittadinanza turca) da decenni incistata nel Paese più forte e “pesante” dell’UE, la Germania, con la quale Ankara intrattiene profondi legami economici fin dall’epoca del primo conflitto mondiale. 

Battitori liberi, invero gli unici attori in grado di portare soccorso ai Greci in questo frangente sembrano essere da un lato la Francia di Emmanuel Macron e dall’altro Israele. Diviso da Erdogan per via della frammentaria situazione libica (i turchi appoggiano al-Serraj, i francesi Khalifa Haftar), l’inquilino dell’Eliseo non ha gradito le provocazioni turche indirizzate alla Marine Nationale al largo della Libia dove in un caso le navi militari turche hanno puntato i loro sistemi balistici contro la fregata transalpina Courbet mentre questa tentava di ispezionare un cargo turco carico di armi per al-Serraj. L’escalation dell’aggressività turca nei confronti di Parigi ha causato il ritiro, per protesta, della Marine Nationale dalla missione NATO “Sea Guardian” colpevole, secondo una dura lettera dell’ambasciatore francese presso l’alleanza Muriel Domenach, di un eccessivo atteggiamento di appeasement nei confronti di Ankara. Non più di una settimana fa, Macron si è spinto oltre, incontrando all’Eliseo il presidente cipriota Nikos Anastasiades, accusando la Turchia di violazione della sovranità sia greca che cipriota, e proponendo sanzioni contro la Turchia. Macron era però stato anticipato già dal presidente israeliano Benjamin Netanyahu. Il capo del governo di Gerusalemme e leader del Likud era infatti giunto ad Atene già nel mese di Gennaio, prima dell’esplosione della pandemia, per concordare con Atene e con Nicosia una politica di contenimento nei confronti dell’ingombrante vicino musulmano anatolico. Israele in particolare non gradisce la politica di potenza neo-ottomana di Erdogan, che mira a compattare i musulmani dietro la bandiera turca e che ha assunto, negli ultimi anni, forti connotati antisionisti e filo-palestinesi. In particolare, le ambizioni turche a sud-est di Cipro mettono a repentaglio le ambizioni israeliane nell’area (che si trova ai confini della ZEE israeliana), e Gerusalemme non gradisce movimenti ostili della marina militare turca a poche miglia marine dalle coste israeliane. Ad Atene, Netanyahu ha siglato gli accordi conclusivi per il gasdotto East-Med destinato a collegare, una volta ultimato, i giacimenti di metano denominati “giacimenti Leviathan”, nella ZEE israeliana, con la Grecia e le coste pugliesi, passando proprio al centro delle rivendicazioni turco-libiche nella ZEE greca. Accordi di carattere economico, quelli tra Atene e Gerusalemme, dalle fortissime implicazioni militari.

Del resto, la collaborazione tra Grecia e Stato Ebraico nel settore della Difesa non è nuova, e all’interno di questo solco si colloca il recentissimo annuncio, da parte del Primo Ministro ellenico Mitsotakis, di un nuovo progetto di collaborazione tra i cantieri navali greci ONEX Neorion di Siro e quelli israeliani della Israel Shipyards Ltd di Haifa.

Il progetto israelo-ellenico prevede la collaborazione tra i due paesi nella costruzione di una nuova classe di corvette per la marina militare greca, denominata classe “Themistocles“, adattamento alle esigenze elleniche della israeliana classe “Sa’ar 72“, il cui obbiettivo sarà proprio rendere più competitiva la marina di Atene nelle acque dell’Egeo e di Cipro. Al di là di queste due sponde, nonostante Ankara stia creando problemi a tutti i suoi vicini, Atene non ha ricevuto alcun aiuto, a cominciare da paesi come l’Italia, che tutto hanno da perdere in un’eventuale ascesa della Turchia al ruolo di potenza egemone nel Mediterraneo. Ancora oggi, nell’anno 2020, la prima flotta per tonnellaggio dislocata nel Mar Mediterraneo è quella britannica, come ai tempi del British Empire, quando Londra controllava completamente Gibilterra, Malta, Cipro, Suez, l’Egitto ed il Mandato della Palestina, e nonostante questo Londra non sembra minimamente intenzionata, come il resto della NATO, ad intervenire nel porre un freno alle ambizioni turche sul territorio della Grecia. Solo se Erdogan giungesse a minacciare le due basi britanniche cipriote di Akrotiri e Dhekelia il Regno Unito reagirebbe, ma non ci sono segni di eventuali minacce turche alle due enclavi inglesi sull’isola. 

In un Mediterraneo troppo frazionato tra potenze di medio calibro (e dunque potenzialmente instabile) quali Francia, Italia, Turchia, Regno Unito, Israele, e potenzialmente anche Egitto e Spagna, emerge la necessità di una nuova forza militare che possa nuovamente essere arbitra degli assetti e della stabilità del “mare di mezzo”. Questa forza, che ancora non esiste, è la futura Marina Militare Europea unificata, parte di quel grande progetto, l’esercito unico europeo, che ancora stenta a decollare, arrancando tra vincoli di bilancio, veti incrociati, ed egoismi nazionali dei vari paesi membri. 

Nemmeno a dirlo, l’unico Politico (P maiuscola), ad aver intuito la svolta necessaria sembra ancora una volta Emmanuel Macron. Più volte Macron ha dichiarato che la NATO, della quale anche la Francia fa parte, non sembra all’altezza delle sfide che la contemporaneità le pone davanti. Parole molto dure, che rievocano quell’affermazione, dello scorso autunno, secondo la quale la NATO è “in stato di morte cerebrale“, pronunciata sempre da Macron e sempre in merito all’atteggiamento dell’Alleanza verso la Turchia. Senza Esercito Europeo, Marina Militare Europea, Aeronautica Europea emerge come, oggi più che mai, la Grecia è destinata ad essere sola di fronte ad un vicino di casa bellicoso, popoloso, nazionalista e forte del secondo esercito più grande della NATO. L’Unione Europea ha già tratto amare lezioni dal suo atteggiamento ignavo tenuto in passato verso la Bosnia, il Kosovo e l’Ucraina, ma la partita che si gioca a Castelrosso e attorno alle isole egee questa volta coinvolge direttamente un altro stato membro, mettendo in palio la credibilità stessa dell’intera istituzione europea. Erdogan sembra dunque essere il più involontario e contemporaneamente il più prezioso degli alleati dell’integrazione europea: tramite le sue continue sfide in ambito militare, migratorio e demografico, nulla sembra chiamare più efficacemente i Paesi dell’UE ad una collaborazione e ad un progressivo accentramento della sovranità su Bruxelles. Se anche le tensioni nell’Egeo serviranno ad una progressione in questo senso lo vedremo solamente nel prossimo futuro; per ora, i cannoni turchi rimangono puntati su Castelrosso e sulla Grecia.

Marco Malaguti

FONTE: https://www.progettoprometeo.it/venti-di-guerra-sulla-grecia-la-necessita-di-una-marina-europea/amp/

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