EUROPANAZIONE

POLITICA

L’ANTIFASCISMO È LA POZIONE MAGICA DI PD-PANORAMIX E COMPAGNI

DI GIUSEPPE SPEZZAFERRO

FONTE: https://internettuale.net/4101/lantifascismo-e-la-pozione-magica-di-pd-panoramix

È la crisi dell’antifascismo a causare la crisi della “sinistra” (virgolette d’obbligo per una classificazione logora e fondamentalmente estranea all’attualità). La pozione magica che Pd-Panoramix dovrà produrre in enormi quantità per rinvigorire i macilenti corpi di dirigenti e militanti sarà composta di antifascismo. Senza distinzione alcuna, nello stesso calderone cuoceranno tutt’insieme gli ingredienti – da Donald Trump a CasaPound – idonei alla preparazione della bevanda miracolosa.

Per chi sia immerso nel presente “made in social” ed abbia poca dimestichezza con la Storia e perfino con la cronaca dell’ultimo secolo, è d’obbligo, ricordare come mai l’antifascismo sia linfa vitale per gli ultimi eredi del marx-leninismo e sue variazioni. E, per non disperderci nei mille canali della laguna rossa/rosé, attracchiamo sulla sponda-Pci.

Il Partito comunista italiano, infatti, è stato il più forte rappresentante dell’Unione sovietica (Urss) in Occidente. Il comunismo – come ideologia e come regime – era tutt’altro che democratico. Nell’Urss era legale soltanto il partito comunista; le libertà individuali erano cancellate a vantaggio dell’interesse del partito; le religioni erano state abolite; tutto, dall’industria all’agricoltura, dal commercio ai trasporti, era gestito dallo Stato, onnipotente e occupato da un superonnipotente partito, comandato da un megaonnipotente uomo. Dal 1922 al 1982, in sessant’anni a Mosca hanno comandato tre uomini: Stalin, Kruscev e Breznev. Specularmente, dal 1943 al 1984, il Pci è stato guidato da: Togliatti, Longo e Berlinguer. Era la morte che decideva gli avvicendamenti. Il segretario-padrone (del Pcus o del Pci) restava al proprio posto finché era in vita. 

Il Pcus non aveva bisogno di legittimità democratica: erano sufficienti la polizia segreta e i gulag. Per il Pci, invece, una copertura democratica era necessaria per essere parte della nascente Repubblica italiana. Il bollino di democratico doc fu assicurato dalla mitologia resistenziale e dagli incessanti sbandieramenti dei gagliardetti dell’antifascismo. I finanziamenti occulti da Mosca, la pronta obbedienza alle parole d’ordine lanciate dal Kremlino e i “nei” sul volto comunista sono stati per più di mezzo secolo ricoperti da abbondante cipria antifascista. L’antifascismo ha garantito spazi di manovra e di legittimità al Pci-Pds-Ds-Pd; ed ha anche benedetto i mostri da laboratorio ulivisti e neofrontisti accroccati da vecchi Frankenstein democristiani.

Grazie al condominio con la Dc, i comunisti hanno gestito cooperative, sindacati, banche e società varie con le baionette inastate non contro una generica destra, bensì contro i fascisti, con il corredo di “poteri occulti”, “internazionali nere” e via architettando. È stato tutto questo ad assicurare al Pci la solidarietà interna, la forza di persuasione, la bontà democratica e via turlupinando.

L’aggettivo “fascista” valeva (e vale tuttora, anche se molto di meno) anche per gli americani e i loro alleati. Basta scorrere le pagine dell’Unità (il quotidiano-vangelo comunista) dal dopoguerra in poi per trovarvi presidenti Usa fascisti, leader negri fascisti, partiti sudamericani fascisti, movimenti asiatici fascisti etc. Nel 1956, per esempio, l’anno della rivolta d’Ungheria (schiacciata dai carri armati sovietici), l’Unità denunciò che migliaia di infiltrati fascisti avevano sobillato il popolo contro i loro fratelli dell’Urss.

In Italia, è filato tutto liscio fino a quando il golpe mediatico-giudiziario, che avrebbe dovuto far entrare trionfalmente i comunisti a Palazzo Chigi, ha lasciato il campo per la discesa di un miliardario tycoon televisivo. Silvio Berlusconi tolse la benzina e le munizioni alla gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto (ultimo segretario del Pci) e inaugurò una nuova stagione politica fondata sullo sdoganamento della “destra”. Virgolette d’obbligo pure qua, perché è definizione valida soltanto in quanto contrapposta alla “sinistra” di cui sopra.

Se qualche fessacchiotto con in testa ancora la parrucca comunista strilla contro un paio di giovanotti, che hanno attentato allo Stato rifilando qualche schiaffone, non scatena più la piazza come una volta. L’antifascismo militante sopravvive come rilettura moderna della favola di “Alì Babà e i quaranta ladroni” e della formula magica che apriva la montagna-cassaforte. Bastava dire “Apriti Sesamo!” e la roccia si spalancava su tesori scintillanti di gemme e di oro. L’antifascismo è stato per decenni un incantesimo più sofisticato, usato nei più diversi scenari da ladroni (e anche da qualche Alì Babà) che a volte le spianavano, le montagne. Al di là di qualunque abracadabra, l’antifascista aveva in mano un passe-partout, una chiave buona per tutte le porte, che usava nella certezza di non essere mai accusato di essere un ladrone.

Il forte cemento dell’antifascismo, però, s’è frantumato. La improvvisata sostituzione con l’antiberlusconismo ha funzionato per un po’, ma niente di paragonabile ai magnifici traguardi tagliati dalle gloriose battaglie antifasciste. Hanno poi caricato spingarde e schioppi per sparare sul populismo, provando anche a imporre la formula “populismo uguale fascismo” con il risultato di smuovere sparuti gruppetti di ragazzotti e ragazzotte ignoranti e sgrammaticati perfino nei cartelli inalberati a protesta.

L’antifascismo mobilita tuttora le “coscienze democratiche” (le virgolette segnalano la sostanza antidemocratica di parecchie di quelle coscienze)? E’ noto che la militanza antifascista fu il grimaldello che consentì a Togliatti e compagni di entrare nella stanza dei bottoni (come si diceva all’epoca). I partigiani guardavano in maggioranza alla Grande Madre Russia e gli avversari (in primis la Dc) non potevano mettere all’indice il loro totalitarismo comunista per non essere bollati come amici dei fascisti o addirittura fascisti. La ragnatela logica era elementare e, proprio per questo, di grande efficacia: i comunisti hanno sconfitto il nazi-fascismo, perciò chi attacca i comunisti è amico dei nazi-fascisti. Quando si tratta di propaganda, immaginario collettivo, parole d’ordine, la verità delle cose c’entra poco.

Tempo fa una poveracrista, vedendo sfumare una promettente carriera, ha provato a far rumore prendendosela perfino con l’obelisco al Foro Mussolini (il pudore postbellico l’ha ribattezzato Italico), perché reca la dicitura Dux (che la stragrande maggioranza di giovani e non più giovani manco sa cosa significhi), dicitura che offende le coscienze democratiche, partigiane e via salmodiando stantie liturgie. In questi giorni c’è stata la caccia alle statue di Cristoforo Colombo a dimostrazione che la furia iconoclasta non è esclusiva dei fondamentalisti islamici.

Quello dell’obelisco è, invece, un classico esempio di “damnatio memoriae”, che per millenni è stata la prassi adottata dai vincitori nei confronti dei vinti. Tra i miei appunti ho ritrovato una nota a proposito di Hatshepsut, regina egizia, cioè Faraone di sesso femminile, che fu una grande sovrana 3.500 anni fa e che fu condannata dai successori ad essere dimenticata. Thutmose III ne fece scalpellare il nome da pareti, colonne e palazzi. L’appunto, comunque, mi serviva a dimostrare quanto lungo e spinoso fosse stata la marcia delle donne verso la parità dei diritti. Adesso me ne servo per mostrare come da millenni, ciò che fanno i vincitori sia eguale a sé stesso: chi vince ha ragione, è buono ed è moralmente ineccepibile; lo sconfitto è malvagio, è immorale ed ha torto marcio. Di straforo, annoto che l’unica eccezione che mi risulti riguardi i nativi americani il cui genocidio non è strillato come la solita vittoria del bene sul male.

Aggiungo un altro promemoria.

Quand’era viva l’Unione sovietica, non passava giorno che non ci fosse da qualche parte una marcia per la pace. Armati di bianche colombe, i comunisti riuscivano a mobilitare anche persone lontane dall’ideologia sostenuta da Mosca, erano persone pacifiche e pacifiste che scendevano in piazza per dire basta alle guerre. Le grandi mobilitazioni per la pace nel mondo (che sostanzialmente erano contro i guerrafondai americani) erano un’arma robusta e facile da usare nei Paesi più o meno democratici. La pressione dell’opinione pubblica internazionale aveva un valore assente, ovviamente, nell’Urss e nei Paesi satelliti. Una rivolta di negri a Los Angeles era la “giusta protesta di minoranze sfruttate per il colore della pelle”, mentre le ribellioni di Budapest o di Praga per chiedere libertà erano “provocazioni fasciste finanziate dalla Cia”. La macchina propagandistica di Mosca era micidiale. Oggi ci sono più guerre di ieri, ma di grandi manifestazioni pacifiste non se ne vedono più. Con la chiusura dell’Agitprop (la sezione del Pcus per l’agitazione e la propaganda) è calata la saracinesca sulle “spontanee proteste popolari” che mettevano in difficoltà i Paesi del blocco occidentale (Giappone incluso).

Un sostegno forte all’antifascismo lo regalano frotte di cosiddetti neofascisti. Non è cosa da ignorare, anzi va valutata senza esagerazioni, giacché è dannoso sopravvalutare certi ambienti altrettanto come lo è sottovalutarli. Ma di questo in altra occasione.

GIUSEPPE SPEZZAFERRO

FONTE: https://internettuale.net/4101/lantifascismo-e-la-pozione-magica-di-pd-panoramix

Lascia una risposta