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I VOLONTARI ITALIANI DELLE WAFFEN-SS

Sulle Waffen-SS esiste una vasta letteratura narrativa e di libri di storia, sia di carattere apologetico che denigratorio, che ne ricostruiscono le vicende. Sui romanzi che affrontano le avventure di questo corpo d’élite è senz’altro da citare I Leoni morti. La battaglia di Berlino1 di Saint Paulien, mentre sui libri di carattere celebrativo si possono menzionare quelli di Saint Loup, Jean Mabire con Waffen SS2 e dello stesso Léon Degrelle. Un storico francese della corrente revisionista da indicare è François Duprat con Storia delle SS3, assassinato non ancora trentottenne nel 1978 da un’autobomba nella quale anche la moglie Jeanine venne ferita e perse l’uso delle gambe. Sull’attentato si seguirono varie piste ma non si giunse mai ad accertate i colpevoli.

Tra gli autori italiani che si sono messi alla prova nello studio delle Waffen-SS vanno segnalati i numerosi lavori di Massimiliano Afiero.

Come è noto le Waffen-SS erano un esercito che raggiunse la consistenza di circa un milione di uomini e comprendeva volontari arruolati provenienti da varie nazioni europee ed extraeuropee che combattevano e morivano per la realizzazione del Nuovo Ordine Europeo: infatti tra i loro ranghi si potevano contare: olandesi, danesi, francesi, belgi, norvegesi, ucraini, caucasici, kirghisi, mongoli, asiatici, ecc. e perciò anche da un punto di vista religioso essi non erano omogenei e quindi anche mussulmani, induisti e buddhisti facevano parte di questa forza armata. 

Si scopre così che alla fine della guerra i volontari stranieri superarono come unità quelli di nazionalità tedesca.

Il giuramento che questi soldati facevano al momento dell’arruolamento era il seguente:

«Davanti a Dio, io giuro obbedienza assoluta ad Adolf Hitler, comandante supremo dell’esercito tedesco e ai miei superiori da lui designati. Io giuro di essere un buon soldato, e fedele, e sono pronto a far sacrificio della mia vita per rispettare questo giuramento».

Poco si sapeva sui volontari italiani delle Waffen-SS e un primo studio da segnalare è quello di Sergio Corbatti e Marco Nava che in Sentire – Pensare – Volere. Storia della Legione SS Italiana4 affronta questo argomento da un punto di vista delle operazioni militari condotte da questo corpo noto per l’ardimento e l’eroismo che lo contraddistingueva. 

Un lavoro più recente è I volontari italiani delle Waffen-SS. Il pensiero politico, la formazione culturale e le motivazioni al volontariato. Una storia orale5 di Nicola Guerra e costituisce una ricerca basata su un metodo rigorosamente scientifico in quanto essa rappresenta la sua tesi di dottorato. Come si può evincere dal sottotitolo questo studio è differente ed originale rispetto a quello di Corbatti e Nava perché utilizza il metodo dell’intervista, sia per corrispondenza, telefonica o di persona. Guerra ha inviato ben 1.028 lettere ed effettuate altrettante telefonate per verificare l’identità concreta del volontario o dei famigliari e verificare la disponibilità a rilasciare un’intervista. I volontari che sono stati reperiti sono stati 20 e inizialmente nutrivano una giustificabile diffidenza sull’uso che si sarebbe potuto fare delle loro dichiarazioni per una comprensibile paura di possibili ritorsioni che anche a decenni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale avrebbero potuto verificarsi. 

Infatti sulle Waffen-SS c’è ancora lo stigma sociale di chi per ignoranza li confonde con i guardiani dei campi di concentramento; molti di loro faticarono a reinserirsi nel mondo del lavoro e nel proprio ambiente sociale a guerra finita.

Le interviste e le corrispondenze ebbero luogo tra il 2006 e il 2010.

Va detto che a differenza di altre formazioni militari che combatterono nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana non è mai esistita un’associazione di reduci delle Waffen-SS. 

I volontari italiani che combatterono nelle Waffen-SS avevano una loro rivista, Avanguardia, e si stima che furono tra i 15.000 e i 20.000 anche se altre fonti citano fino a 23.000, quindi un numero tutt’altro che trascurabile.

La 29. Waffen-Grenadier-Division der SS chiamata anche “Italia” fu la seconda divisione delle Waffen-SS a portare il numero 29, ed era la trasformazione di unità di rango minore il cui primo nucleo risale al novembre 1943, la Waffen-Grenadier-Brigade der SS e si costituì ufficialmente nel settembre 1944 e il motto era emblematico: «Sacrosanta lotta del sangue contro l’oro – del lavoro contro il capitalismo – dello spirito contro la materia». 

Il simbolo era il fascio littorio repubblicano con la scure orientata verso sinistra.

Tra i volontari che hanno accettato di essere intervistati da Guerra i nomi più conosciuti dall’ambiente neofascista son quelli di Pio Filippani Ronconi e Rutilio Sermonti.

Come è noto Filippani Ronconi divenne un prestigioso orientalista e collaborò persino con il Corriere della Sera, ma quando un lettore venne a sapere del suo passato, la redazione del quotidiano milanese ne chiese la testa ma lui reagì ironicamente.

La ricerca di Nicola Guerra approfondisce vari aspetti dei volontari italiani: provenienza famigliare, geografica, sociale e istruzione da cui si comprende che essi arrivavano dai più diversi ed eterogenei ambienti socioculturali e analizza anche le letture che questi soldati fecero: molti citano i romanzi d’avventura di Emilio Salgari, del Cid Campeador  oppure i fumetti di Dick Fulmine, Gordon, l’Uomo mascherato, mentre per Filippani Ronconi la sua formazione culturale avvenne sui testi sacri indù come i Purana, le Upanishad e la saga nordica dell’Edda  di Snorri Sturluson; ciò contribuì alla loro scelta si arruolarsi nelle Waffen-SS, oltre che per riscattare l’onore d’Italia vergognosamente infangato dopo il tradimento dell’8 settembre 1943.

Un altro aspetto da sfatare è che i militi della RSI erano invisi alla popolazione civile e alle donne: è nota infatti la canzone Le donne non ci vogliono più bene di Mario Castellacci, ma la ricerca di Guerra dimostra che ciò non era vero, molte testimonianze dei volontari riferiscono di avere avuto delle fidanzate con le quali condividevano le prime passioni amorose dopo l’adolescenza.

La maggior parte dei volontari intervistati maturò la propria decisione da ragazzo, ma nel caso di Carlo Manfredo di Robilant essa arrivò a settanta anni, così come per il fondatore del futurismo Filippo Tommaso Marinetti che aderì alla RSI a sessantasette anni.

I volontari italiani, inoltre, avevano il mito del soldato tedesco e delle SS per il quale avevano una forte fascinazione e ammirazione per la loro tenacia nel combattimento, figli di una lunga tradizione militare.

Anche l’aspetto della spiritualità e della religiosità viene trattato; si può notare come gli intervistati manifestarono un interesse per la natura in generale e per la montagna in particolare, qui vista come un luogo dell’anima e maestra di vita. 

Molti appartenenti alle Waffen-SS italiane provenivano da famiglie cattoliche, ma come nel caso di Diego Morini figlio del volontario Walter, riferisce che col cattolicesimo suo padre non aveva mai avuto un buon rapporto e gli raccontava le sue risse di giovane fascista con i giovani cattolici.

Un altro volontario, Adolfo Simonini, racconta che per lui l’importante è vivere in armonia con la natura, lavorare la terra e raccoglierne i frutti e di averne fatto uno «stile di vita» e per questo motivo dichiarava di non andare a messa poiché per lui la religione non era importante se si conduce una vita onesta e laboriosa. 

Per altri ancora questo culto per la natura ha un significato apertamente pagano ed esoterico e la stessa esperienza della guerra e della morte hanno un senso di sfidare il destino, sostantivo da non confondere con “fortuna” o “buona sorte”.

Di fondamentale importanza è poi l’aspetto del cameratismo e del comunitarismo che distingue i militi delle Waffen-SS italiane dalle altre formazioni armate della RSI, infatti sono assenti fenomeni di prepotenza e “nonnismo” e in certi momenti tra i soldati semplici e gli ufficiali si instaura un autentico rapporto di amicizia che, pur nel rispetto delle gerarchie e dei ruoli, rende la terribile esperienza della guerra più sopportabile.

Per quanto riguarda l’aspetto ideologico tutti i volontari interpellati affermano senza esitazione che è il tema della giustizia sociale ad averli fatti aderire al fascismo e considerano il capitalismo angloamericano, la plutocrazia, lo sfruttamento del lavoro dell’uomo e della sua dignità come persona, in modo decisamente negativo. Il capitalismo, nell’interpretazione che ne dà Guerra che si basa sulle interviste, viene concepito come il trionfo del materialismo e il suo apparente oppositore, il marxismo, è considerato di fatto come un’altra forma di materialismo.

In ogni caso il nemico principale del fascismo della RSI sono gli angloamericani invasori e non tanto le bande partigiane che operarono senza uniforme le cui azioni, spesso attuate tramite imboscate, avevano lo scopo di innescare le rappresaglie e le controrappresaglie che hanno contraddistinto la sanguinosa guerra civile in Italia.

Anche l’antisemitismo, presente come punto programmatico del Partito Fascista Repubblicano e fondamento dell’ideologia nazionalsocialista, viene inteso e differenziato dai volontari italiani nel senso di antiebraismo o antigiudaismo e non ha alcuna connotazione razziale, almeno nel senso biologico del termine, ma spirituale secondo gli insegnamenti di Julius Evola. L’antiebraismo viene visto come un aspetto che ha originato il capitalismo finanziario e che nella Repubblica Sociale Italiana si cercò di avversare con la legge sulla socializzazione, a cui collaborò anche il padre di Rutilio Sermonti, Alfonso, delle imprese che con il corporativismo sono le autentiche idee rivoluzionarie fasciste iniziate con la promulgazione della Carta del Lavoro del 1927.

Per quanto riguarda l’atteggiamento da mantenere nei confronti del comunismo si distinguono due posizioni: la prima vede nel bolscevismo una delle ragioni per la difesa dell’Italia e dell’Europa dalle truppe di Stalin, mentre la seconda e maggioritaria non evidenzia evidenti ostilità verso di esso. Come afferma il volontario Alessandro Scano: «per noi il fascismo aveva già sconfitto il comunismo nel 1919, ma ancora di più con la sua azione sociale, un pericolo comunista dal punto di vista politico e militare non lo vedevamo proprio». Questo atteggiamento della scarsa presenza di un sentire anticomunista distingue i volontari italiani da quello della “crociata contro il bolscevismo” rispetto a quello che animava i volontari di altre nazionalità.

Per quello che concerne la concezione di nazione e di patria che molti volontari trovano limitanti, preferiscono l’idea che il nazionalsocialismo avrebbe dovuto guidare tutti i movimenti fascisti europei ed è chiarificatrice la frase di Pio Filippani Ronconi disse in un’intervista: «le Waffen-SS furono la legione straniera di chi aveva eletto la Germania anima dell’Europa»

Dopo la sconfitta militare del fascismo e la ricostituzione del neofascismo attorno al MSI, nato il 26 dicembre 1946 a Roma, il giudizio che ne diede Rutilio Sermonti nell’intervista dell’8 giugno 2008 è impietosa: «l’MSI era già la morte dell’idea, un partito di nostalgici che volevano riproporre il fascismo degli anni Trenta. Io lo dicevo che non si può diventare custodi del museo, che occorreva sviluppare un pensiero fascista al passo coi tempi. Nostalgico avrei potuto esserlo io che quel periodo lo avevo vissuto, ma mi trovai con nostalgici imberbi che il fascismo non lo avevano neanche visto. Va bene che il presente fa schifo, ma se la tua risposta è rifare il passato vuol dire che sei un perdente. Devi trovare un modello nuovo. E oggi che cosa è rimasto del neofascismo nostalgico? Una banda che si è messa al servizio dell’egoismo capitalista e qualche noioso gruppetto di nostalgici. Una pena, senza idee. Io è una vita che ho buttato via la rubrica con tutti i contatti».

 La ricerca di Nicola Guerra quindi è di particolare importanza perché, pur basandosi su un’imponente bibliografia che comprende oltre alle fonti delle memorialistica dei combattenti della RSI e quella partigiana, opportunamente integrati con opere storiche di carattere generale, utilizza un metodo innovativo di indagine storiografica che è appunto quella dell’intervista ai testimoni sopravvissuti delle Waffen-SS italiane alla Seconda Guerra Mondiale prima che essi scomparissero per cause naturali.

Franco Brogioli

Note:

  1. 1a ed. Il corallo, Padova, 1985. 3a ed. Ritter, Milano, 2004.
  2. 2. Edizioni Arkthos, Carmagnola, (TO), 2006.
  3. 3. Edizioni Ritter, Milano, 2011.
  4. 4. Edizioni Ritter, Milano, 2001.
  5. 5. Annales Universitatis Turkuensis, 2012. Edizioni Solfanelli, Chieti, 2014.

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