EUROPANAZIONE

HISTORIA MAGISTRA VITAE

BRUNILDE TANZI E GLI OMICIDI DELLA VOLANTE ROSSA

I crimini commessi dai partigiani non terminarono nei giorni o nei mesi successi al 25 aprile 1945 ma in alcuni casi queste vendette proseguirono anni dopo la fine “ufficiale” della Seconda guerra mondiale. Uno dei casi più emblematici di tali efferatezze fu l’assassinio di Brunilde Tanzi. 

Nata a Milano nel 1912 e proveniente da una famiglia fascista, infatti il fratello negli anni dello squadrismo rivoluzionario fondò il settimanale Il Torchio, dopo l’8 settembre 1943 non esitò ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana, si arruolò volontariamente nel Servizio Ausiliario Femminile della Xa Flottiglia MAS e secondo alcune testimonianze prese parte anche ad operazioni militari e di rastrellamento nell’Oltrepò pavese durante la guerra civile. Catturata alla fine della guerra dai partigiani, venne sottoposta alla rasatura dei capelli, pratica umiliante destinata a numerose donne fasciste. 

Le andò anche bene perché altre sue camerate furono costrette a terribili sevizie e torture prima di essere brutalmente assassinate.

Nell’immediato dopoguerra militò nelle primissime  clandestine formazioni politiche neofasciste come i Fasci d’Azione Rivoluzionarie e il Partito Democratico Fascista nel quale occupò un ruolo primario partecipando all’organizzazione del piano del trafugamento della salma di Mussolini nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1946, quindi nel giorno del primo anniversario della morte del Duce, presso il Cimitero del Musocco a Milano dove le sue spoglie erano tumulate in forma anonima insieme a Domenico Leccisi che fu tra i fondatori del PDF.

Brunilde Tanzi si occupò principalmente della diffusione del giornale clandestino Lotta Fascista e mantenne rapporti costanti con il generale Ferruccio Gatti, responsabile del neocostituito Movimento Sociale Italiano e degli stessi FAR.

Leccisi nelle sue memorie la ricordò come «una bella ragazza slanciata, dai grandi occhi neri» e soprattutto «decisa ed instancabile nel servire la causa comune». Il 9 dicembre 1946 la Tanzi riuscì a far inserire da un ignaro impiegato un disco in vinile con incisa la canzone Giovinezza durante le trasmissioni pubblicitarie e l’inno del Partito Nazionale Fascista risuonò sorprendentemente in tutta Piazza del Duomo.

Il 17 gennaio 1947 l’organizzazione Volante Rossa, che traeva origine dai partigiani comunisti dei Gruppi d’Azione Patriottica, decise di assassinarla. Quello stesso giorno Brunilde Tanzi venne ferita a morte al petto con un colpo d’arma da fuoco mentre si trovava in via San Protaso nel pieno centro del capoluogo lombardo. Morì così a trentacinque anni e nonostante le vili modalità dell’omicidio gli autori materiali della giovane ausiliaria non furono mai scoperti e così non vi furono condanne.

Lo stesso giorno fu uccisa a colpi di arma da fuoco anche Eva Maciachini nel quartiere milanese Venini Brianza. Era collegata, già da tempo, alle attività del gruppo SAM, le Squadre d’Azione Mussolini. Un’organizzazione paramilitare attiva, insieme ad altri movimenti neofascisti, dopo alcuni mesi dalla “Liberazione”. Il suo corpo fu rinvenuto in un campo nei pressi di Lambrate.

La Volante Rossa, formazione terroristica e criminale, era formata da un gruppo di partigiani che avevano deciso di continuare le loro scorrerie sanguinarie contro i loro nemici anche dopo la fine della guerra. Operò in Lombardia, Piemonte e nel triangolo della morte in Emilia Romagna. 

Il primo delitto fu quello del 31 agosto 1945 contro Rosa Bianca e Liliana Sciaccaluga, madre e figlia, ferocemente assassinate dai partigiani per la colpa di essere moglie e figlia di un ufficiale della Xa MAS, fucilato dai partigiani a guerra finita. Le due donne erano fuggite da Brescia per scappare dalla furia comunista riparando a Milano, ma erano state individuate dalla Volante Rossa e fatte letteralmente sparire: i loro corpi furono ritrovati in uno stagno della cava Gaslini, a Corsico. 

Le avevano sparato in faccia a bruciapelo. Due mesi dopo il duplice omicidio della Tanzi e della Maciachini, la Volante Rossa colpì ancora uccidendo Franco De Agazio, giornalista fascista, direttore di Il Meridiano d’Italia, reo di pubblicare inchieste scottanti sui crimini dei partigiani. Nel novembre successivo, avvenne l’assassinio del già citato Ferruccio Gatti nella sua casa milanese. 

Fino al 1949 la Volante Rossa, impunita e anzi appoggiata dal Partito Comunista Italiano, proseguì nella sua opera di terrore, assassinando, aggredendo, mettendo esplosivi, assaltando sezioni del MSI, spargendo il terrore non solo tra i fascisti ma anche tra le altre forze politiche che si opponevano al golpe armato teorizzato e preparato dal PCI su ordine di Mosca. 

Non si seppe mai il numero esatto degli assassini, perché spesso la Volante Rossa faceva sparire i suoi nemici spargendo poi la voce che erano fuggiti all’estero. Il capo era Giulio Paggio, detto “Alvaro”, un ex operaio ed ex partigiano che non era neanche partito per la guerra, ma che si distinse in Valsesia come componente della banda Moranino, quest’ultimo parlamentare comunista incriminato ben tre volte dal Parlamento per fatti delittuosi e sempre riuscito a cavarsela. Dopo la guerra, Paggio e altri partigiani presero a base la Casa del Popolo di Lambrate, sede di altre organizzazioni comuniste. La banda era formata da una sessantina di persone, tutte armate (le armi non mancavano mai tra i comunisti in quel periodo) e tutti iscritti al PCI. Per autofinanziarsi compivano rapine, proprio come le Brigate Rosse degli anni Settanta. Nelle campagna elettorale del 1948 i terroristi della Volante Rossa fungevano da servizio d’ordine per i candidati comunisti, tuttavia quando Togliatti arrivò a Milano per un comizio rifiutò di farsi avvicinare da loro. 

Dopo la sconfitta, il PCI progressivamente li scaricò, mantenendo comunque le protezioni e le risorse per i capi, che furono mandati in Cecoslovacchia per sfuggire all’ergastolo. Il processo si svolse al tribunale di Verona nel 1951 e si concluse con 23 condanne di cui 4 all’ergastolo. Solo uno dei quattro rimase in carcere fino al 1971, quando fu graziato dal presidente Saragat. Gli altri tre capi, tra cui Paggio, già fuggiti in Cecoslovacchia, furono invece graziati dal presidente Sandro Pertini, il più “amato” dagli italiani, nel 1978.

Franco Brogioli

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