EUROPANAZIONE

ATTUALITA'

LA MONTAGNA NON È UNA COLONIA! UN’ALTRA POLITICA È POSSIBILE (E DOVEROSA)

FONTE: https://www.electoradio.com/mag/corsi-ricorsi/35294

La storia arriva da lontano e non è casuale, ha le sue logiche, tutto è iniziato nel 2008 e dintorni, con l’alzata d’ingegno di sostituire le Comunità Montane con improbabili “Agenzie di Sviluppo” (AdS) che dovevano promuovere lo sviluppo delle valli, ma qualcosa non ha funzionato fin da subito.

Le C.M. si erano aggregate attorno a una comunità, appunto, i perimetri delle ADS erano invece disegnati per dimostrare a Roma che si era in grado di “risparmiare” sulle spese di esercizio, motivazione risibile.

Un pasticcio organizzativo che è imploso velocemente per essere sostituito dalle Unioni dei Comuni, altro pastrocchio improbabile.

Una pezza peggiore del buco! Le avevo definite “mostriciattoli organizzativi” e mostriciattoli sono.

La Alpi sono una singolarità storica, politica ed economica in Europa e la evidente volontà di scardinarne l’impianto istituzionale comunitario, con cui sono state governate per un millennio, o è frutto di dilettantismo e gestione amatoriale, oppure dietro a cotanto disastro c’è un disegno politico scientemente elaborato.

Io propendo per la seconda ipotesi, perché funzionale ad una politica che ha caratteristiche chiaramente coloniali e che finora è stata portata avanti in modo ecumenico da tutte le forze politiche.

Se, per ipotesi, si guardasse al Monte per drenare le ultime risorse, per non avere impacci cosa bisognerebbe fare?

Innanzi tutto si dovrebbe depotenziare la democrazia rappresentativa, i montanari sono da sempre gente eterodossa, poi bisognerebbe togliere voce alle minoranze con un approccio ecumenico al governo della cosa pubblica (qualsiasi sia il colore del governo regionale, finora le politiche montane non sono mai cambiate), infine va depotenziato l’approccio comunitario, vero intoppo ad una politica coloniale.

Infine come strategia di governo la centralità va posta sull’ambiente e non sull’uomo che quell’ambiente vive.

Bene, tutto questo è stato fatto!

Queste sono le premesse indispensabili per arrivare al disastro organizzativo attuale.

Si è iniziato col cambiare il modo di eleggere i Consigli Comunali, che sono stati depotenziati favorendo l’emergere di una figura di Sindaco ormai plenipotenziario.

Dopo aver svuotato di competenze i Consigli Comunali e le Giunte e imbavagliato le minoranze, si sono poi demolite le Comunità Montane sostituendole con pastrocchi improbabili in cascata virtuosa.

Il pasticcio organizzativo che ne risulta è un misto tra l’approccio democratico e quello autocratico.

La democrazia è strumento organizzativo per scegliere élites che governano le istituzioni pubbliche e qui decide il popolo.

L’autocrazia è il modo con cui si gestiscono le aziende che devono stare sul mercato e che fanno capo ad un padrone, e qui decide lui.

A livello aziendale la figura dell’Amministratore Delegato funziona, fa gli interessi del padrone, ma la nuova forma ibrida di governo delle istituzioni locali, novità recente, a chi rende conto? Gli interessi in gioco quali sono? Il padrone chi è?

Il rischio è quello di preparare il terreno nelle valli all’arrivo di qualche “Compagnia delle Indie”.

Dopo aver depotenziato le istituzioni locali, si è poi provveduto a lasciare nel cassetto la legge n° 97 del ’94, la Legge Nazionale per la Montagna, la Carlotto, perché aveva la sua centralità sulle “insopprimibili esigenze di vita civile delle popolazioni residenti“.

Ora che un nuovo monoteismo verde impone la centralità delle scelte politiche sull’ambiente, ovvio che le esigenze delle popolazioni che quell’ambiente vivono passino in secondo piano e si dia la stura ad altri ipotetici e improbabili tacconi normativi.

Altro impaccio è la presenza dei piccoli Comuni alpini, presidi antichi del territorio, allora si prova a metterli in difficoltà sul piano organizzativo per farli collassare.

L’attacco alle autonomie locali ha poi un terzo fronte forse più pericoloso degli altri, ma che passa inosservato: è l’utilizzo improprio dei Parchi, enti strumentali, che man mano stanno esondando dai loro confini geografici ed istituzionali per invadere competenze fino a pochi anni fa delegate a istituzioni democraticamente elette.

Un nuovo patto tra Piè e Monte per pensare un avvenire possibile si deve costruire e deve partire dal ripristino del governo del Monte impostato su un modello comunitario, sia a livello comunale che sovra comunale.

Ecco perché affermo che bisogna ripartire dalla legge 1102 del 1971, quella delle Comunità Montane e dalla legge Carlotto, n° 97 del ’94, vale a dire restituire una forma di governo al territorio montano.

Una diversa e altra politica nei confronti delle valli è possibile e necessaria, ma serve la volontà dal centro di dare pari dignità al Monte ridiscutendo quanto è stato maldestramente fatto fino ad ora.

Mariano Allocco

FONTE: https://www.electoradio.com/mag/corsi-ricorsi/35294

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