EUROPANAZIONE

POLITICA

BOLOGNA: UN “MUSEO DEGLI ORRORI” PER COPRIRE LA SCOMPARSA DEL CADAVERE DI MARIA FRESU (PARTE II)

FONTE: http://www.reggioreport.it/2020/06/strage-di-bologna-misteri-e-depistaggi-nuove-rivelazioni-un-museo-degli-orrori-per-coprire-la-scomparsa-del-cadavere-di-maria-fresu/

(PARTE II)

Un documento straordinario

«Già segnata all’arrivo in Obitorio il 3 agosto 1980 al n° 57 come “testa di donna”, annotazione poi cancellata. Il medico di turno, il prof. Pappalardo, ne è venuto a conoscenza il 14 agosto ed in tal giorno si è eseguito processo verbale di sommarie informazioni con l’ausilio della carta d’identità con i seguenti connotati: statura m 1,48 capelli e occhi castani. Successivamente è stata affidata perizia». Questo è quanto riporta la scheda 16775 assegnata alla vittima 75 e intestata a Maria Fresu, compilata dall’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Bologna.

Si tratta di un documento straordinario, non acquisito agli atti dell’istruttoria sulla strage di Bologna, e serve per effettuare una serie di riscontri incrociati con la perizia-medico legale sul cosiddetto scalpo redatta dal prof. Pappalardo successivamente rispetto alla scheda intestata a Maria Fresu.

«Abbiamo esaminato i tegumenti del volto di donna mostratici e rileviamo la concordanza dei seguenti elementi:

  • Colore castano dell’iride dell’occhio residuo sinistro.
  • Sottigliezza delle labbra e corrispondenza delle linee del mento e della piega trasversale tra questi e il labbro inferiore.
  • Sopracciglia sottili e depilate rappresentate soprattutto all’estremo interno.
  • Colore castano dei capelli residui.
  • Compatibilità della forma del naso.
  • A livello dei denti inferiori residui, posizione un po’ obliqua convergente superiormente degli incisivi centrali in modo che tra loro rimane un piccolo spazio triangolare con l’apice rivolto verso l’alto.
  • Nient’altro utile ai fini del riconoscimento.

Prendiamo atto che ci viene riferito che trattasi di residui del volto di soggetto di sesso femminile (a cute glabra, come da noi stessi osservato), di giovane età e di statura bassa come desunto dal frammento di femore originariamente trasportato insieme al residuo di volto all’Ospedale Malpighi. L’insieme di questi elementi – scrivevano i medici dell’Istituto di Medicina Legale di Bologna – pur non consentendo un riconoscimento diretto, fa rilevare elementi di compatibilità con quelli contrassegnati a Maria Fresu».

E concludono:

«Prendiamo atto che su questi resti verrà tentata la ricerca del gruppo sanguigno per il sistema AB0 e noi stessi facciamo presente allegando certificazione che durante un ricovero per parto della Fresu Maria risultò presso l’Ospedale Generale di Empoli gruppo sanguigno 0».

Si tratta della nascita della figlia Angela, nata a Empoli il 3 settembre 1977. Durante il ricovero di Maria vennero fatte le analisi del sangue e vennero determinati i gruppi sanguigni di madre e figlia: rispettivamente 0 Rh positivo e A Rh positivo, certamente ereditato dal padre.

Il 22 agosto 1980, il sostituto procuratore della Repubblica di Bologna, Riccardo Rossi, «ritenuto necessario ai fini dell’identificazione dei resti di un volto giacente alla Medicina Legale di Bologna», ordinava di «procedere al prelevamento di campioni ematici dei prossimi congiunti di Fresu Maria».

Il magistrato delegava per questo adempimento «il brigadiere Ceccarelli del nucleo di Polizia Giudiziaria a recarsi presso l’Ospedale di Castiglion Fiorentino onde portare presso l’Istituto di Medicina Legale i campioni colà prelevati». Quattro giorni prima, il 18 agosto, sempre il brigadiere Ceccarelli aveva presieduto alle «operazioni di riconoscimento di Fresu Maria», attraverso la carta d’identità della giovane donna, rilasciata dal Comune di Montespertoli dove risiedeva con la sua famiglia di origini sarde. Al riconoscimento parteciparono il padre di Maria, Salvatore, nato a Nughedu San Nicolò (in provincia di Sassari) il 20 dicembre 1919, e la sorella minore Giuseppina, anche lei di Nughedu San Nicolò, di 22 anni, «i quali concordemente» dichiararono esattamente quanto abbiamo già riportato dalla scheda 16775 dell’Istituto di Medicina Legale intestata a Maria Fresu.

Come un film dell’orrore

«Secondo quanto riferisce il brigadiere Ceccarelli – si legge nella relazione Pappalardo sui resti di volto umano – la carta d’identità fu rivenuta presso la stazione ferroviaria e portata alla polizia ferroviaria che la trasmise al nucleo di P.G.; mentre non è mai stata acquisita la borsetta della Fresu. Sono stati trovati altri effetti personali di questa (una borsa da viaggio, una valigia e anche una giacchetta che doveva essere contenuta in valigia)».

Tutta la famiglia di Maria si sottopose al prelievo di campioni di sangue: il padre Salvatore e la madre Rosina Piliu, le sorelle Isabella, Giovanna Giuseppa, Francesca, Filomena, Paolina e il fratello Bellino. Tutti con gruppo sanguigno 0 Rh positivo. Non solo.

«Dai suddetti componenti la famiglia Fresu (eccezion fatta per Fresu Giovanna e Fresu Francesca) vennero prelevati, con il loro consenso, verso la metà di settembre 1980, ad opera del brigadiere Ceccarelli recatosi appositamente a Montespertoli, un campione di saliva in provetta di plastica e alcuni capelli in buste, trasferiti poi all’Istituto di Medicina Legale». Ulteriori campioni di saliva vennero prelevati di nuovo, un mese dopo, agli stremati genitori di Maria, Salvatore e Rosina.

Ma qual era il gruppo sanguigno dei resti di volto di donna? «Netta positività per gruppo A», lo stesso riscontrato nella polpa di un dente incisivo rimasto attaccato a quella macabra maschera facciale.

Per un crudele gioco del destino, il gruppo sanguigno del brandello di volto femminile era lo stesso di quello della piccola Angela: A Rh positivo.

Il prof. Pappalardo, di fronte a quella insuperabile incongruenza tra gruppi sanguigni (quello della Fresu e quello del cosiddetto scalpo), fu costretto a trovare una rapida soluzione al problema. Si arrampicò sugli specchi e tirò fuori dalla letteratura scientifica internazionale la strampalata teoria della “secrezione paradossa” «quale causa di errore di determinazioni di gruppo sanguigno AB0 effettuate su secreti e su sangue disseccato».

Quel perito aveva capito tutto?

Il perito sapeva di correre su un crinale abbastanza scivoloso. Ma – non si sa bene per quale motivo superiore – si intuisce da ciò che scrive che anche lui sembrava nutrire larvati sospetti sulla soluzione che doveva prospettare ai magistrati della Procura di Bologna. Infatti, Pappalardo, nel capitolo delle “considerazioni” della sua perizia medico-legale sul brandello di volto umano, si lascia andare a una serie di ragionamenti scritti con stile quasi esoterico, involuto, contorto, nell’intendo di dire quello che non avrebbe mai potuto dire e cioè che, partendo dalla inspiegabile scomparsa di Maria Fresu, ci si trovava inevitabilmente di fronte all’ipotesi di una vittima in più.

«Appressandoci a trarre le conclusioni dell’insieme dei numerosi e ripetuti esami praticati, è bene premettere che l’indagine che si è a un certo punto sviluppata sul piano immunoematologico non è certamente in grado di sostituirsi a quel complesso di elementi (connotati e contrassegni corporei) che soli autorizzano un sicuro riconoscimento individuale e che nella specie sono invece andati irreversibilmente perduti o sono stati compromessi a tal punto da venir resi inutilizzabili».

E qui il perito inizia il suo contorto ragionamento quasi per lasciare traccia delle sue inconfessabili perplessità sulla vicenda che è stato chiamato a peritare.

Lo stile è volutamente criptico.

Pappalardo parla in terza persona: «Suo compito è stato piuttosto quello di attingere elementi che, incentrandosi la ricerca, in base alle notizie circostanziali, sulla persona di Maria Fresu, valessero o a escludere una tale derivazione dei resti di volto umano (a questo punto la relazione di Pappalardo espone una nota a piè di pagina, ndr.) ovvero a sostanziare una siffatta origine per la quale si pongono non trascurabili elementi storici e morfologici».

a questo punto

In quella nota a piè di pagina, il perito lascia traccia, nero su bianco, dell’ipotesi agghiacciante che nessuno voleva prendere in considerazione perché avrebbe destabilizzato l’intera inchiesta sulla strage:

«Conseguendone che alla scomparsa, senza lasciar tracce, della Fresu – la quale sicuramente trovavasi al momento dello scoppio nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria – corrisponderebbe la presenza tra le vittime di un altro soggetto, pur esso di sesso femminile e di giovane età».

Pappalardo sembra aver capito tutto. Ma il suo ruolo e la sua carriera non gli permettono di dire o fare altro. E alla fine chiude la faccenda in questo modo:

«Pur nella impossibilità materiale di una diretta identificazione personale, può concludersi che i dati della osservazione morfoscopica e dell’indagine immunologica, estesa anche a componenti la famiglia Fresu, valutati alla luce degli elementi circostanziali, testimoniali e delle caratteristiche somato-biologiche della scomparsa Fresu Maria, depongono a favore dell’appartenenza a quest’ultima della suddetta parte di cadavere rinvenuta tra le macerie della stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980».

Fallito il riscontro dei gruppi sanguigni tra il cosiddetto scalpo e Maria Fresu, l’asse delle conclusioni della perizia Pappalardo finisce col ruotare soltanto intorno alla presunta compatibilità tra le fattezze del viso di Maria e quelle ricavabili dall’osservazione dei macabri resti di volto e, soprattutto, al riconoscimento che i poveri familiari della giovane mamma scomparsa furono costretti a fare quell’orribile giorno del 18 agosto 1980.

L’atroce verità

La verità, brutale e atroce, di come andarono veramente le cose lo spaventoso giorno del riconoscimento della figlia davanti a quei brandelli umani è tutta nelle durissime parole del papà di Maria, Salvatore Fresu, intervistato un anno dopo la strage dal settimanale Epoca.

Una vera tragedia:

«La mattina le avevo accompagnate alla corriera per Firenze, lei, la piccola, era tutta eccitata, ciao nonnino, stai tranquillo, torno presto, mi aveva detto, e poi dal lago ti telefono e te e alla nonna. E io, ad Angela, mia figlia, mi ero raccomandato come le anime del Purgatorio, stai attenta alla bimba, non la perdere di vista un solo istante. Chi me l’avrebbe detto mai che la mattina dopo (domenica 3 agosto 1980, ndr) sarei, insieme a Rosina, mia moglie, dovuto andare a cercarle in quel macello umano che era l’obitorio dell’ospedale di Bologna».

Un padre distrutto: “mia figlia è quella roba lì?”

I ricordi del vecchio pastore sardo emigrato con la sua famiglia in Toscana si fanno sempre più cupi e amari:

«La morte si è abbattuta sulla mia famiglia d’improvviso ed io non riesco a scordarmi, a perdonare chi ha ucciso mia figlia e mia nipote. Così, il giorno seguente (sempre il 3 agosto, ndr) io e la mia Rosina arrivammo a Bologna; all’obitorio, in mezzo a una scena apocalittica, riconoscemmo, orrendamente straziato, il corpicino di Angela. Di quello di Maria, mia figlia, invece nessuna traccia: così in me e mia moglie si accese un filo di speranza. Vuoi vedere, ci dicemmo, che l’esplosione le ha causato uno choc violento, le ha fatto magari perder la memoria, e ora, in piena confusione, la nostra Maria gira per l’Italia?

Solo un paio di settimane dopo – un funzionario mi convocò nel suo ufficio e mi disse: “Guardi, signor Fresu, di sua figlia non c’è traccia. Non possiamo continuare a considerarla dispersa. Quindi siccome tutti i resti umani sono ormai stati identificati, restano soltanto da assegnare questa ciocca di capelli, questo occhio sinistro, questo labbro inferiore, queste tre dita. Secondo lei, appartengono a sua figlia?”. A me cadde il mondo addosso: mia figlia era quella roba lì?

Purtroppo in mezzo all’angoscia, mi parve di riconoscere l’occhio come quello di Maria. “Metta quella roba in una cassetta”, dissi al funzionario dell’obitorio: la presi e, ora, ciò che resta della mia ragazza riposa accanto alla nipotina, qui, nel cimitero di Montespertoli».

Il traballante castello di carte costruito all’epoca per dimostrare, in ogni modo anche in assenza dei fondamentali riscontri scientifici, che di Maria Fresu restava soltanto quel brandello di volto e qualche altro resto umano (come una parte di femore e una piccola mano mozzata con sole tre dita), crollerà definitivamente il 21 ottobre del 2019, durante il processo a carico dell’ex Nar Gilberto Cavallini davanti alla Corte di Assise di Bologna.

A dire il vero, il primo a sollevare dubbi su tutta la tragica storia di Maria Fresu e sul misterioso scalpo di donna è stato l’avvocato e saggista Valerio Cutonilli nell’ultimo capitolo del suo libro scritto a quattro mani con l’ex giudice Rosario Priore, I segreti di Bologna – La verità sull’atto più grave della storia italiana (Chiarelettere, 2016).

Fu proprio grazie a quella brillante intuizione che i difensori di Cavallini chiesero al presidente della Corte d’Assise, Michele Leoni, di svolgere ulteriori accertamenti sui resti umani tumulati al cimitero di Montespertoli e attribuiti a Maria Fresu.

Quel giorno di ottobre dello scorso anno, la dottoressa Elena Pilli, ufficiale del RIS dei Carabinieri, biologa genetico-forense dell’Università di Firenze, mise nero su bianco – nella sua relazione di perizia tecnico-biologica forense – le sue conclusioni sugli esami di laboratorio svolti per «identificare il Dna sui resti trovati in occasione della riesumazione della salma di Maria Fresu e su possibili altri resti umani di interesse».

Il verdetto devastante della biologa del ris

Il verdetto fu devastante. Nessuna “secrezione paradossa”. I profili mitocondriali dei resti umani (il cosiddetto scalpo) conservati nella bara della povera Maria «sono risultati non sovrapponibili».

In altre parole, sono di due donne diverse: il Dna del cosiddetto scalpo è diverso da quello della Fresu e quello della piccola mano con sole tre dita è addirittura di una terza persona ancora.

Per chiarezza, va detto che il Dna mitocondriale va a identificare un numero di persone che discendono dalla stessa linea femminile, mentre il Dna nucleare definisce un solo unico soggetto.

La dottoressa Pilli ha analizzato il seguente materiale organico contenuto in cinque diverse buste chiuse ermeticamente (quattro contenenti i resti umani trovati nella bara di Maria Fresu):

  • Scalpo 1 – reperti «acquisiti al momento della riesumazione della salma di Maria Fresu».
  • Scalpo 2 – reperti «acquisiti al momento della riesumazione della salma di Maria Fresu».
  • Mano – reperti «acquisiti al momento della riesumazione della salma di Maria Fresu».
  • Dente-frammento osseo – reperti «acquisiti al momento della riesumazione della salma di Maria Fresu».
  • Reperto n° 5 – campioni ossei acquisiti dal perito Danilo Coppe «nel periodo giugno-luglio 2018 presso le macerie ai Prati di Caprara».

Come si vede, sono stati sottoposti ad analisi anche alcuni frammenti ossei rinvenuti fra le macerie della stazione di Bologna e conservate presso il deposito militare dei Prati di Caprara dal perito esplosivista, Danilo Coppe. La dottoressa Pilli, analizzando i polimorfismi del Dna nucleare, ha stabilito che «quegli elementi scheletrici» sono riconducibili «ad un unico soggetto di sesso maschile».

Nella tomba di maria fresu i resti di tre persone diverse, tra cui un uomo: ma lei dov’e’?

Quindi parliamo di un’ulteriore quarta persona. Mentre il famoso frammento di femore rinvenuto all’epoca insieme al lembo di volto umano nella cella frigorifera dell’Istituto di Medicina Legale di Bologna e poi utilizzato dal prof. Giuseppe Pappalardo nella sua perizia medico-legale per il riconoscimento di Maria Fresu, è sparito. Non è stato, infatti, ritrovato fra i resti umani tumulati nella bara di Maria Fresu al cimitero di Montespertoli.

DI GIAN PAOLO PELIZZARO E GABRIELE PARADISI*

*Gian Paolo Pelizzaro Gabriele Paradisi sono giornalisti investigativi, autori di saggi, studiosi delle stragi e del terrorismo internazionale

FONTE: http://www.reggioreport.it/2020/06/strage-di-bologna-misteri-e-depistaggi-nuove-rivelazioni-un-museo-degli-orrori-per-coprire-la-scomparsa-del-cadavere-di-maria-fresu/

  1. Frederik Ladof

    La Storia non nasce dal caso ma dalla volontà degli uomini. Bisognava creare la situazione di sfascio che conducesse alla cd. Unità nazionale. Un attentato di quelle proporzioni faceva comodo a tutti: eliminava la Destra cacciandola nel recinto del terrorismo e così delegittimando l’unica alternativa al regime che si andava costruendo; gli Israeliani punivano la linea filoaraba italiana che consentiva spazi di movimento al terrorismo filopalestinese; la magistratura poteva saltare in sella e colpire a casaccio uomini di Destra e portare allo scontro i vari Servizi segreti che lanzicheneggiavano per varie correnti politiche; il PCI poteva emergere a salvatore necessario della democrazia; la DC poteva legittimamente alzare le braccia e calare definitivamente le brache. Tanti interessi ed interessati. Di certo la favola del terrorismo nero non reggeva e non regge. La più abietta figura è quella del presidente dell’associazione delle vittime il quale, ben ricompensato dal PCI, continua a congratularsi per le condanne dei “fascisti”. Non rispetta nemmeno i poveri morti, di fronte ai quali la sua indegnità è grande come l’efferatezza dell’attentato. Sui politici non vale parlarne

Lascia una risposta