EUROPANAZIONE

ESTERI E GEOPOLITICA

INTERVISTA AI VOLONTARI DELL’ESFK – EUROPEAN SOLIDARITY FRONT FOR KOSOVO

Italiani, Finlandesi, Tedeschi, Polacchi, Cechi e Belgi. Tutti europei e tutti volontari dell’European Solidarity Front for Kosovo, un’associazione nata in Italia otto anni fa e rapidamente diffusa in Europa, che si occupa di portare aiuti alla popolazione serba del Kosovo. 

Un gesto concreto in una delle zone più povere d’Europa in villaggi/enclavi come Banja, Orahovac, Velika Hoča che si realizza portando cose semplici e scontate come servizi igienici o quant’altro.

Matteo, un giovane imprenditore, ed il suo amico Guglielmo, giornalista, ci raccontano come è iniziato tutto.

Matteo: Era l’inverno del 2010 ed alcuni amici mi invitarono a partecipare con loro ad una missione umanitaria in KiM per i serbi delle enclavi. Non ne sapevo molto, del resto si tratta ancora di storia recente, ma fu un colpo di fulmine e continuai ad interessarmene promettendo a me stesso che non avrei mai smesso di seguire le missioni umanitarie.

La prima missione era interamente composta di italiani. Sapevamo dei bombardamenti e del ruolo avuto dal governo italiano, ma bastò scendere da Belgrado in direzione del KiM per capire quanta tensione ci fosse ancora. Fu parlando con la popolazione locale, ascoltando le loro storie, attraversando villaggi ed incontrando il clero locale che capimmo come era veramente la situazione. Così nel corso degli anni abbiamo raggiunto Velika Hoča, Orahovac, Banja, Gračanica tra i tanti portando i nostri aiuti alla popolazione locale.

D: Perché dei giovani di un altro paese si dovrebbero interessare ad una crisi umanitaria come questa? Solo per via delle difficoltà della popolazione civile o anche per altro?

Matteo: Quello che più mi colpì durante la prima missione in KiM fu l’attaccamento alla propria identità da parte dei serbi. Parliamo del 2010, rimasi completamente scioccato dagli orrori che mi furono raccontati. Ma nonostante questo c’era chi non volle mai andare via e preferì continuare a rimanere lì dove era nato, attaccato alla sua identità. 

La libertà che abbiamo noi in occidente non esiste lì, eppure sono molto più liberi visto che non abbandonerebbero mai le proprie radici, la propria terra natia così come i cimiteri dei loro padri per una libertà che sarebbe fasulla, priva di significato. E’ incredibile sapere che a meno di un’ora e mezza di volo da Roma esista una realtà come questa: tanto tormentata quanto affascinante. 

D: Nel corso degli anni Italiani e cechi sono riusciti a coinvolgere anche altri volontari da tutta Europa. Persone che condividono durante le missioni le stesse emozioni, desideri, sensazioni o pensieri. Per Matteo il risultato è stato anche quello di aver unito attraverso le missioni volontari europei su un argomento sensibile come quello delle minoranze in difficoltà. 

Matteo: Siamo riusciti a coinvolgere differenti nazionalità creando qualcosa di unico. Sono convinto che a tutti sia rimasto una traccia di quanto fatto durante le missioni dove abbiamo vissuto fianco a fianco intensamente ogni momento, condividendo tutto: dal mangiare al dormire. Esperienze come queste ti lasciano il segno per sempre, ed addirittura c’è anche chi ha deciso di convertirsi alla fede ortodossa. Nella nostra organizzazione ognuno ha il suo ruolo. Dopo aver portato per anni il materiale umanitario in macchina abbiamo compreso come fosse complicato passare la frontiera, parliamo poi di una frontiera difficile come quella tra Serbia e Kosovo. Ora quello che preferiamo fare è tentare di comprare il necessario, se possibile, direttamente da Kosovska Mitrovica, la prima città che incontriamo sul nostro cammino. Questo ci permette anche di fare girare/aiutare l’economia locale. Ricordo ancora la prima volta che spendemmo denaro lì: la commozione della proprietaria che non aveva mai visto una simile somma di denaro.

D: Ad ottobre 2018 avete trascorso lì chi quattro giorni chi un’intera settimana. Alcuni hanno dormito a Velika Hoca, altri a Decani e avete visitato un numero enormi di enclavi. Questo vi ha aiutato a capire cosa potrà esservi utile nelle prossime missioni?

Guglielmo: Grazie ai contatti costruiti nel corso degli anni sappiamo dove serve di più un aiuto e dove la situazione è più dura. Abbiamo visitato scuole dove mancava completamente il materiale, quindi ambulatori medici. Lo scorso anno vicino Gračanica, a Novo Brdo, abbiamo conosciuto la Narodna Kuhinja che si occupa di cucinare e fornire cibo per tutte le enclavi anche le più remote. Un sacrificio immenso e incredibile al quale non possiamo nemmeno paragonarci.

D: Avete detto che il vostro è solo un piccolo aiuto per permettere alle persone di non scappare. La crisi umanitaria in KiM è conosciuta oppure bisogna necessariamente toccarla con mano per rendersene conto?

Guglielmo: Purtroppo è molto sotto traccia. No se ne parla e per capirlo bisogna toccare con mano. E’ difficile capire come possano sentirsi persone per cui è difficile addirittura vivere il quotidiano, ma che non vogliono lasciare la loro terra e perdere la propria identità. Noi stiamo tentando di dire all’Europa e a chi ci vuole ascoltare, che dobbiamo dare un’alternativa a chi non vuole essere cacciato. Abbiamo visto persone che subiscono giorno dopo giorno vessazioni e provocazioni. Ricordo a Prizren l’episodio di una discoteca costruita di fianco a una chiesa che tentava di disturbare il più possibile con musica altissima la vita monastica. Una provocazione continua. Il mio pensiero a riguardo è che non ci sarà mai una vera pace senza il rispetto per le minoranze che sono rimaste.

D: Nei prossimi mesi Matteo e i suoi amici organizzeranno raccolte fondi per la prossima missione nelle enclavi. Mostrando foto e video delle ultime esperienze.

Matteo: Durante l’ultima missione abbiamo organizzato un bellissimo torneo sportivo in cui hanno partecipato inaspettatamente sei scuole provenienti da diverse enclavi. E’ stato un successo clamoroso, più di 100 studenti si sono sportivamente battagliati a calcetto, pallacanestro e pallavolo, in quello che è stato il primo torneo delle enclavi serbe in Kosovo. L’anno scorso è intervenuto anche un ragazzo di Banja che aiutiamo nei suoi studi a Mitrovica. Venne come nostro ospite per cercare di spiegare cosa voglia dire oggi vivere nelle enclavi. Nella sua enclave, Banja, la scuola Milun Jakšić non ha alcun posto dove poter fare educazione fisica. Tra le tante iniziative in essere e aiuti perpetuamente in atto ci piacerebbe ancora comprare un terreno e predisporlo per un campo sportivo. Banja è l’enclave più isolata. Anche se sappiamo che ad Orahovac e altrove la situazione non è migliore. Per dire a  Velika Hoča aiutammo la signora Zlata Kostić nella costruzione di un bagno assente nella sua abitazione. Zlata è l’unica sopravvissuta della sua famiglia durante i pogrom durante i quali furono rapiti e sparirono tutti i componenti maschili della stessa.

D: Ma da dove proviene l’aiuto? 

Guglielmo: Da amici che una volta conosciute storie come questa decidono di dare una mano come possono. Tanti sono i progetti come quelli di pubblicazioni al riguardo che possano smuovere le coscienze e coinvolgere quante più persone possibile. Vi invitiamo a partecipare non solo con contributi economici essenziali per il conseguimento degli obiettivi prefissati, ma anche partecipando alle missioni come volontari.

15 Febbraio 2020.  Milica (Beograd)

Per informazioni: https://it-it.facebook.com/EuropeanSolidarityFrontForKosovoandMetochia

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