EUROPANAZIONE

POLITICA

LENIN: IL NUOVO SI COSTRUISCE CON QUELLO CHE C’È

DI GIUSEPPE SPEZZAFERRO

FONTE: https://internettuale.net/3987/politica-11-lenin-il-nuovo-si-costruisce-con-quello-che-ce

La stretta connessione tra giornalisti, parlamentari, magistrati e industriali non è un “regalo” dei tempi nostri. Soprattutto il gioco di sponda tra l’operatore dell’informazione e il rappresentante eletto dal popolo (si fa per dire) è una prassi che risale alla lezione impartita da Lenin esattamente cento anni fa. Nel famoso saggio (sovente citato anche da chi non l’ha nemmeno sfogliato) “L’estremismo, malattia infantile del comunismo” pubblicato nel 1920 in russo, tedesco, inglese e francese, il presidente del Consiglio dei commissari del popolo della Repubblica socialista federativa sovietica russa Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin piantò i paletti dell’attività rivoluzionaria all’estero, cominciando proprio dai rapporti tra il parlamentarismo e il giornalismo.

«Il parlamentarismo – precisava Lenin – è una forma di lavoro; il giornalismo, un’altra. Il contenuto può in ambedue essere comunista e deve essere comunista, se coloro che lavorano nell’uno e nell’altro campo sono veramente comunisti, sono veramente membri del partito proletario di massa».

E concludeva: «Ma nell’uno e nell’altro campo – e in qualsiasi sfera di lavoro in regime capitalistico e durante la transizione dal capitalismo al socialismo – è impossibile evitare quelle difficoltà, quei compiti particolari che il proletariato deve superare e risolvere per utilizzare, ai propri fini, le persone provenienti dall’ambiente borghese, per vincere i pregiudizi e le influenze intellettuali borghesi, per fiaccare la resistenza dell’ambiente piccolo-borghese (e in seguito trasformarlo completamente)». Una sfogliata veloce ad un paio di organi di stampa autoproclamantisi indipendenti è sufficiente ad individuare la reciprocità osmotica di cui parlava Lenin. Della serie: molti sono i leninisti che non sanno di esserlo.

A proposito del lavoro parlamentare e della riottosità dei “rivoluzionari” ad accettare le sfide elettorali, l’Uomo della Lena (il fiume della Siberia dove Ul’janov era stato esiliato per tre anni) scriveva a quei “puri” non senza una punta di sfottò: «Voi sembrate a voi stessi “terribilmente rivoluzionari”, cari astensionisti e antiparlamentaristi, ma in realtà vi siete spaventati per le difficoltà relativamente piccole della lotta contro le influenze borghesi in seno al movimento operaio, mentre la vostra vittoria – cioè l’abbattimento della borghesia e la conquista del potere politico da parte del proletariato creerà quelle stesse difficoltà in misura ancora maggiore, incommensurabilmente maggiore».

E continuava con toni analoghi: «Vi siete spaventati come bambini per una piccola difficoltà che oggi vi sta di fronte, e non capite che, domani o posdomani, dovrete pure imparare, imparare a fondo, a vincere le stesse difficoltà, in proporzioni incommensurabilmente maggiori».

È una pura e semplice questione di crescita. Se un gruppo, un movimento o un sodalizio che si sente “rivoluzionario” non riesce ad affrontare il vaglio elettorale non potrà mai uscire dall’angusto recinto delle parole, sia pure scagliate con forza e rabbia contro il potere dominante. Non c’è niente da fare, è così ed è una frittata che non si può girare. L’unica replica potrebbe essere: che mi frega a me di Lenin? mica sono comunista! A costui basterebbe consigliare di leggere Mussolini o Hitler, se però li ritiene autori troppo fascisti, potrebbe ripiegare su Peròn o su Codreanu… oppure fermarsi all’oggi e studiare almeno Thiriart.

C’è una considerazione di Lenin che andrebbe esaminata anche dai “rivoluzionari puri non comunisti” (categoria che può non piacere ai diretti interessati ma è in questa che si collocano): tolta la parola “comunismo” e sostituita con un’altra a piacere, la considerazione è di lampante validità.

«…il comunismo – scriveva un secolo fa Lenin – non si può fondare se non con il materiale umano creato dal capitalismo, perché non si possono mettere al bando e annientare gli intellettuali borghesi, e bisogna vincerli, rifarli, trasformarli, rieducarli, così come si debbono rieducare, nel corso di una lunga lotta, sul terreno della dittatura del proletariato, i proletari stessi che dei loro propri pregiudizi piccolo-borghesi non si liberano di punto in bianco, per miracolo, per ingiunzione della madonna e neppure per ingiunzione di una parola d’ordine, di una risoluzione, di un decreto, ma soltanto nel corso di una lotta di massa lunga e difficile contro le influenze piccolo-borghesi di massa».

Riprendendo il tono sfottitorio, enunciava le difficoltà elencate da quei “duri e puri”: «…è “difficile” creare in un Parlamento borghese un gruppo comunista perfettamente degno della classe operaia; è “difficile” ottenere che i parlamentari comunisti non si balocchino con i gingilli parlamentari borghesi, ma svolgano l’urgente lavoro di propaganda, di agitazione e di organizzazione tra le masse. Tutto ciò è “difficile”, non c’è dubbio..», poi concludeva: «…è un gioco da bambini formare in regime borghese, in un Parlamento borghese, il gruppo parlamentare effettivamente comunista del vero partito proletario… Bisogna studiare e imparare a divenire padroni di tutti i campi di lavoro e di attività, senza eccezione, vincere tutte le difficoltà e tutte le consuetudini, le tradizioni, le abitudini borghesi dovunque e dappertutto. Una diversa impostazione della questione non è una cosa seria, è semplicemente puerile».

L’accusa non fa né caldo né freddo a qualcuno, ma sta di fatto che è puerile rifugiarsi nel rassicurante ghetto nel quale gli altri (a cominciare dai nipotini di Lenin) l’hanno rinchiuso.

GIUSEPPE SPEZZAFERRO

FONTE: https://internettuale.net/3987/politica-11-lenin-il-nuovo-si-costruisce-con-quello-che-ce

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