EUROPANAZIONE

ECONOMIA

RIPENSARE IL LAVORO: LA GRANDE SFIDA DELL’INNOVAZIONE TECNOLOGICA

Questo primo maggio verrà ricordato per lungo tempo: la pandemia ha creato una crisi economica di cui ci ricorderemo per lungo tempo. Tanti, troppi rectius, lavoratori impiegati e autonomi sono rimasti vittima della serrata chiamata lockdown.

Qualcuno, però, si è salvato grazie allo smart working, ovvero la possibilità di lavorare da casa. Attenzione nessun vuole dire che basta un pc portatile nel tinello per uscire da questo pantano. Tuttavia non possiamo negare che si è aperto un varco. Sarebbe da stolti non approfittarne per affrontare il tema dell’Intelligenza Artificiale senza trincerarci in uno sterile luddismo. L’innovazione tecnologica che in sé non rappresenta sempre un bene, è una sfida a cui non ci si può sottrarre. È utile a questo punto dare qualche cifra.

Siamo di fronte alla fine del lavoro?

Secondo indagini recenti, l’impiego di nuove tecnologie già note determinerà entro il 2030 una riduzione dal 15 al 30% del monte ore di lavoro umano a livello mondiale, ovvero da 400 a 800 milioni di occupati equivalenti a tempo pieno in meno. Nel complesso sarebbero coinvolte circa 2.000 diverse mansioni. I paesi con i salari più elevati sarebbero quelli maggiormente coinvolti in una prima fase. Nello scenario a “velocità media” si avrebbe una contrazione del 26% delle ore lavorate in Giappone, del 24% in Germania e del 23% negli Stati Uniti. Questi numeri ci spaventano richiamando alla nostra memoria filmati in bianco e nero in cui la gente faceva la fila per un piatto di minestra. Se, invece, guardiamo il bicchiere mezzo pieno, ciò che appare come un’immane disastro potrebbe rivelarsi un’occasione per migliorare le condizioni di vita del lavoratore. Facciamo un esempio: chi oggi guida un trattore nei campi preferirebbe arare trainando un bue?

Il cambiamento non deve spaventarci: dobbiamo solo saperlo guidare. Inoltre, al netto dei posti di lavoro persi a causa dell’automazione, si stima che la crescita dei redditi medi nei paesi emergenti potrebbe determinare una maggiore domanda di beni di consumo e di servizi in grado di creare tra i 300 e i 350 milioni di posti di lavoro a livello mondiale entro il 2030. Senza intelligenza umana è impossibile sfruttare la tecnologia: sostenere che l’adozione di robot industriali implica la disoccupazione è errato. Infatti, i Paesi con il più basso tasso di disoccupazione sono quelli che hanno il maggior numero di robot installati. Più tecnologia, infatti, implica crescita economica, e più crescita implica – a sua volta – più lavoro. Se un’azienda, dunque, rifiuta l’adozione della tecnologia, sarà destinata a chiudere i battenti. L’automazione e la robotica, dunque, migliorano la produttività delle aziende, che devono assumere più persone per stare al passo. Accade anche che le aziende facciano automazione per salvare posti di lavoro, anzi oggi è quasi la regola: se non ci si automatizza si perde in competitività e si rischia di soccombere sotto i colpi dell’innovazione. Ed è da questo assunto che si sviluppa l’Industria 4.0.

Industria 4.0: affinare le competenze per superare l’alienazione

In questo nuovo modello aziendale è l’uomo che fa la differenza: il lavoratore trasforma in valore reale le tecnologie abilitanti della fabbrica digitale. Un concetto quest’ultimo confermato anche da Domenico Appendino, Presidente SIRI – Associazione Italiana di Robotica e Automazione. Appendino ammette che: “Alcune attività industriali si svolgeranno esclusivamente grazie alla robotica, e alcuni lavori (i più pericolosi e usuranti per l’uomo) saranno sostituiti dalle macchine. Tuttavia è innegabile che potranno svilupparsi nuove professioni come la programmazione, la supervisione e il mantenimento dei robot. Difficile dar torto al presidente dell’Associazione Italiana di Robotica e Automazione.

Oggi nessuno prenderebbe il posto di Ludovico Massa (personaggio interpretato da Gian Maria Volonté) nel film La classe operaia va in Paradiso. Fondamentale diviene allora definire percorsi di apprendimento che permettano ai lavoratori di acquisire nuove competenze, ma soprattutto consentano loro di “imparare a re-imparare”, evitando in tal modo l’obsolescenza. La curiosità e la capacità di risolvere problemi sono due elementi che i futuri programmi di formazione dei lavoratori dovranno considerare in modo particolare. Per quanto riguardai lavori più pesanti, è necessario che le nuove tecnologie possano rendere più agevole la vita lavorativa di chi ricopre certe mansioni.

I nuovi “pericoli” per i lavoratori e il ruolo del sindacato

Non è, però, oro tutto ciò che luccica. Chi lavora nel settore dei servizi spesso è costretto ad operare come un androide senza far trapelare un briciolo di empatia. A questo si aggiunge anche la minaccia della delocalizzazione: un call center oggi si può spostare con un’estrema facilità creando un pericoloso dumping sociale. Inoltre, c’è il rischio della deindustrializzazione. Va bene lo sviluppo del terziario, ma non possiamo diventare una nazione di camerieri. Ed è qui che entra in gioco il sindacato. A questo proposito citiamo uno studio dell’Ugl e dell’associazione Forma Mentis.

Secondo questo studio: “Il problema sostanziale dell’introduzione dell’AI nel mondo del lavoro è l’impossibilità di prevedere quali lavori, compiti, e competenze saranno potenzialmente influenzati dall’AI e dalla sua applicazione. Già oggi possiamo dire che esiste una tendenza per la riduzione del personale a discapito dei sistemi automatizzati, in quanto risultano essere più redditizi degli esseri umani perché non richiedono stipendi. Le Organizzazioni sindacali non possono più ignorare il fatto che nel mondo esistono potenti aziende in grado di posizionarsi tra l’AI i dati e le decisioni individuali che potrebbero portare a scenari già visti in film futuristici dove l’AI o qualche sistema superintelligente prende il posto avrà un’ultima parola sulla vita delle persone”. La contrattazione collettiva – continua la nota – se vuole restare al passo con i tempi si trova ad affrontare due situazioni distinte: la prima interessa i lavoratori assunti nel mondo del lavoro che non conosceva l’intelligenza artificiale ma attivi in quello che la utilizza, il secondo riguarda i lavoratori nati in questo nuovo mondo del lavoro come quelli della Gig Economy e delle aziende digitali. Nel primo caso il sindacato è chiamato a promuovere la formazione dell’attuale forza lavoro per renderla compatibile con l’innovazione. L’AI va orientata in modo da supportare le persone e dunque deve considerarsi un’estensione per le attività umane e non un rischio per la loro sostituzione. Il secondo caso riguarda la gig economy come i riders di Foodora che ricevono una commessa da una piattaforma gestita da algoritmi. In questo caso il sindacato è chiamato a convertirsi da sindacato di rappresentanza a sindacato di servizi per offrire ai gig workers la garanzia di alcune tutele che altrimenti non avrebbero mai avuto. Si tratta del modello del sindacato cooperativo o umbrella companies alla stregua del sindacato Smart in Belgio che ha offerto ai propri aderenti un salario equo e condizioni di lavoro sicure.

C’è dunque bisogno di una nuova mentalità corporativa in cui la sintesi tra capitale e lavoro passerà attraverso un uso sempre più diffuso della nuova tecnologia. Solo così le nuove opportunità non saranno un’espediente per le aziende per ridurre il costo del lavoro scaricando gli oneri sociali dei nuovi disoccupati sull’intera collettività.

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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