EUROPANAZIONE

SPIRITO ANTIMODERNO

L’ORGANICITÀ

Quando arriva il 1 Maggio non posso fare a meno di ritornare sulle mie eterne idee di una posizione diversa, differente, una terza posizione rispetto ad ideologie che sono manifestamente fallite. Il mio primo maggio, da sempre, lo trascorro lavorando.

Ho sempre trovato disgustoso che una Carta fondante, una Costituzione come quella italiana, sia fondata sul lavoro. Un rapporto meccanicistico, materialistico, mercantilista, dell’Uomo e di un bieco umanesimo pervertito. Mi sono sempre domandato quale mente malata abbia potuto inserire un tale pensiero, appunto “fondante”, proprio all’art. 1 della carta costituzionale. Paradossalmente potremmo fondare stati, meglio, Nazioni – per quanto ai molti non sia dato di discernere la differenza fra i due termini – sulla base del comune apprezzamento ad uno sport, che so, il calcio. Tralascio la diatriba con chi non vuole, partigianamente, comprendere.

La religione del Lavoro non mi appartiene. Neppure la sua bieca e moderna superstizione che ne costruisce un totem sacro. Fino a fare di un mezzo, un fine.

Il primo pensiero va a Giulio Cesare Andrea Evola. Ovviamente non sono originale in nulla, ripercorrendo quel pensiero evoliano (Gli Uomini e le rovine, cap. IV – lavoro – demonia dell’economia) per cui lo stesso Barone divenne alle medesime conclusioni di René Guénon – autore ed attore della Tradizione – nell’assumere che esista una specie di autosadismo che consiste nel “glorificare il lavoro come valore etico e dovere essenziale, e nel concepire sotto specie di lavoro qualsiasi forma di attività”.

Il mio secondo pensiero va al Prof. Rutilio Sermonti. Ebbi la fortuna di conoscerlo e cercai in ogni modo di scrivere una tesi di laurea con la sua supervisione in merito al valore della moneta. La liberal-marxista Facoltà di Economia di Torino non trovò di meglio che minacciarmi ed impedirmi la stesura. Al di là dei personalismi, ed al di fuori del tema della moneta, ricordo i suoi scritti raccolti in “Le Corporazioni come opzione di Lotta” (Edizioni Comunitarie), ed un suo incipit straordinario ed egualmente rivoluzionario: “Non esistono categorie contrapposte, vi è una categoria sola: di coloro che si dedicano ad una determinata arte o mestiere, graduata solo gerarchicamente, e la tendenza ad organizzarsi in un corpus si spiega solo, da un lato, con l’opportunità di istaurare regole di correttezza e onestà nella concorrenza tra artigiani dello stesso ramo, dall’altro di creare una coscienza unitaria, con legami anche religiosi e perfino esoterici, quasi da ordine monastico, tra di essi, che permettesse di esercitare a viso aperto una legittima influenza anche sulla conduzione dell’intera comunità civica”. Una riaffermazione di quella – universitas personarum –  “esigenza della maggiore compattezza organica delle singole comunità politiche e della riaffermazione, quindi, dell’unità nazionale, nel senso economico, oltre che in quello politico”.

Il terzo mio pensiero va ad un articolo 12: “In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili (…). In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i consigli d’amministrazione con consigli di gestione, composti di tecnici e di operai, con un rappresentante dello Stato; in altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale.”

Dei tre pensieri, a volte e per alcuni aspetti molto dissonanti tra loro, mi resta una sintesi importante. L’organicità. Una visione comune ed accomunante di un pensiero politico che trascende la Nazione e, con essa, lo Stato, dinnanzi all’Unicità ed all’organicità.

Per tornare al Prof. Sermonti, «Lo Stato non deve essere contro la natura, deve essere organico, nel senso che sono tutte le sue parti a collaborare per il bene comune, come l’uomo deve imparare dalla natura, così lo Stato deve guardare ad essa come modello, non può l’uomo porsi contro natura.»

La lotta di classe ha dimostrato il suo fallimento. Il libero mercato, anche.

 “I lavoratori debbono vivere un giorno come oggi vivono i borghesi – ma al disopra di essi, da essi distinguendosi per una mancanza di bisogni, sarà la casta superiore: più povera, più semplice, ma in possesso della potenza”. F.W. Nietzsche – La volontà di potenza

ROBERTO ARINO

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