POLITICA

L’IDEA CORPORATIVA. IERI, OGGI E DOMANI

Pubblichiamo un estratto di un intervento di Massimo Magliaro sul tema del Corporativismo.

Il Fascismo non ha mai voluto essere, ne mai è stato, una ideologia, cioè un sistema di pensiero chiuso in sé stesso, compiuto nella utopica presunzione di poter contenere al suo interno tutta la realtà umana, quella di ieri, quella di oggi e perfino quella di domani e di sempre: questo invece sono stati il Liberalismo e il Socialismo marxista, con tutte le rispettive varianti. Il Fascismo al contrario di Liberalismo e Socialismo è stato una dottrina, come venne definito nella voce “Fascismo” della Enciclopedia Treccani, scritta a quattro mani da chi (Mussolini) creò il Fascismo politico e da chi (Gentile) creò quello culturale. 

La differenza fra ideologia e dottrina è fondamentale […].

Il Socialismo marxista è franato sotto i colpi della realtà fallendo tutti gli storici traguardi sociali che Marx gli aveva affidato. Il Liberalismo sta mancando tutti i traguardi civili che gli erano stati attribuiti dai vari Locke e Smith: le ingiustizie sociali sono cresciute in tutto il mondo, la ricchezza del pianeta è sempre nelle mani di pochi, le guerre non sono finite (anzi!), le élites si sono allontanate ancora di più dai rispettivi cittadini […]. E pensare che, oggi, il Liberalismo è rimasto unico giocatore in campo, non ha nemici/avversari contro cui combattere: oggi è assolutamente  libero di dimostrare senza condizionamenti la sua presunta forza ideale e la sua presunta efficacia politico-economica. E invece…Tutte queste macerie ideali, politiche, sociali, civili sono l’inevitabile risultato di quelle ideologie ottocentesche in quanto costruzioni intellettualistiche del tutto astratte e del tutto lontane dalla realtà della Storia e della vita di ogni giorno.

La dottrina è l’esatto contrario: è un sistema del tutto aperto, non chiuso, di valori (non di precetti giuridici vincolanti oggi e domani e sempre) riconosciuti da tutta una comunità che grazie ad essi si cementa e si fa Nazione, che proprio attorno a questi valori organizza la vita comunitaria con modelli di governo che possono agevolmente aggiornarsi, restando sempre moderni e non archiviabili. La dottrina porta con sé il rinnovamento, l’aggiornamento, l’adeguamento, l’aderenza alla realtà. 

Proprio il Corporativismo ne è la prova. La dottrina fascista coincide con il Corporativismo, che è il più antico pensiero di organizzazione della cosa pubblica trasmesso dai tempi dell’antica Roma fino all’èra contemporanea. Un pensiero collaudato dalla realtà e che ha continuato ad essere al passo con la eterna, incomprimibile dinamica sociale. 

Qualche cenno storico. Nel I secolo dopo la fondazione di Roma viene approvato lo Statuto del Collegio dei negozianti di oggetti di cedro e d’avorio. E’ il primo documento corporativo della Storia europea e mediterranea. E’ la prova che quella giovanissima comunità urbana, che nell’arco di poco tempo diverrà un immenso Impero, si stava aggregando attorno al concetto ed al criterio dei mestieri, delle professioni e quindi delle competenze, cioè attorno all’idea di Categoria che è alla base della Corporazione come luogo istituito per aggregare, tutelare e rappresentare chi svolge la identica attività produttiva ed ha perciò in comune con gli altri associati alla stessa Corporazione problemi comuni, comuni prospettive e analoghe aspettative. Gli antichi romani li chiamavano Collegi: i Collegi degli artigiani, i Collegi dei fabbri, i Collegi degli agricoltori, eccetera. Si trattò di una rivoluzione sociale e civile di dimensioni copernicane. Ci si riconosceva fra fabbricatori della stessa opera nella consapevolezza che quell’opera comune era parte essenziale non solo di chi vi si dedicava con la sua fatica, la sua conoscenza, la sua esperienza, appunto la sua professionalità, ma anche di chi fabbricava altre opere, diverse da questa, cioè di chi faceva altri mestieri e quindi apparteneva ad altra categoria, ma tutti insieme erano parte vera, reale, pulsante e operosa della più vasta e unica comunità generale.

Quindi la Categoria o, se si vuole, il Collegio o meglio ancora la Corporazione non come un piccolo segmento egoistico di una realtà particolare, come un angusto orticello arato solo da chi vi si affacciava quasi per caso ma come elemento-base, come cardine insostituibile della costruzione complessiva della società e quindi della Nazione nella cui Tradizione e nei cui obiettivi tutta la società e ogni Categoria-Collegio-Corporazione si riconosceva e ai quali contribuiva. Insomma i denti di una ruota dentata che procede bene proprio se tutti i pezzi che vi si intercalano fanno il loro dovere funzionando bene, dando un senso comune e univoco al movimento congiunto verso l’obiettivo fissato, che è un obiettivo assolutamente comunitario. Insomma una grande rivoluzione antropologica: da qui nasce, mattone su mattone, il Borgo e poi la Città e poi la Nazione con la scoperta e l’adesione vissuta e quotidiana di quel che è comune e, appunto, unifica eticamente, spiritualmente, moralmente, religiosamente. E’ ovvio che per diventare Borgo e Città e Nazione non basta essere socialmente organizzati in Collegi-Categorie-Corporazioni. Ci vuole dell’altro: ci vuole una dimensione più alta che però, anch’essa, da sola non può bastare a garantire la esistenza e la permanenza di una comunità. Ci vuole un modo di gestire, meglio: di governare la cosa pubblica, che sia fondato appunto sulla concretezza delle Categorie, sulla professionalità dei Collegi, sulla sintesi delle Corporazioni.

E’ esattamente quello che l’antica Roma fece e fu. Grande capacità di guida concreta e credibile della comunità/società unita al grande respiro eroico ed etico ma anche civile e religioso che per secoli guidò la potenza allora più grande del mondo conosciuto. Regime socialmente repressivo quello romano? Sordo alle domande di equità sociale che venivano? Incapace di ascoltare il popolo? No. Niente affatto. E la lunga Storia di Roma è piena di elementi che provano il contrario. Fu il primo Imperatore di Roma, Augusto, a dettare la norma che consentiva quel che oggi chiamiamo “sciopero” purchè non ostacolasse il buon funzionamento complessivo della società. Lo sciopero era consentito purchè fosse realmente motivato e non spezzasse la catena solidale che era la base irrinunciabile della Comunità. La vita delle Corporazioni durante i lunghi anni dell’Impero romano fu ricca e feconda. Tutte le Corporazioni vennero ovviamente riconosciute dalle autorità amministrative e tutte furono tenute nel giusto conto istituzionale. Eco principale delle “richieste corporative” era la voce dei senatori che se ne facevano interpreti presso la Suprema Magistratura dell’Impero. Ci furono le Corporazioni dei navicularii, dei pistores, degli argentarii, dei fabrorum tignariorum, del teatro, dei vinaniores, solo per citarne alcune. Poi ci furono le Corporazioni bizantine. E poi quelle dell’Alto Medio evo. Dopo l’XI secolo rifiorirono per svilupparsi, soprattutto a Roma, nei secoli XIII, XIV e XV. Tutte sempre con le stesse funzioni originarie, pur magari con qualche adeguamento dettato dai tempi. 

Quindi arrivò il signor Isaac Le Chapelier che fece sciogliere le giurande, cioè le Corporazioni moderne, con un voto dell’Assemblea francese (17 giugno 1791), segnando una data che avrebbe voluto essere definitiva, per così dire un sarcofago di tipo egizio, sigillato per sempre, eterno, insomma la tomba del pensiero corporativo. Invece non lo fu affatto. Va dato atto ai pensatori del Socialismo umanitario e pre-marxista […], pensatori come Owen, Blanc, Fourier, Saint-Simon, Proudhon e Blanqui (eccetto Owen tutti francesi) di aver rilanciato un’idea, gli ateliers nationaux, che era certamente figlia della storia anticlassista del pensiero corporativo e che si rivelò la essenziale anticamera ideale del successivo Corporativismo fascista. Gli ateliers nationaux erano opifici nei quali ai lavoratori dipendenti era riconosciuto il ruolo di compartecipi dei processi decisionali relativi alla vita interna dell’azienda. Il proprietario aveva l’obbligo di decidere con i dipendenti e mai in modo unilaterale. Una conquista non da poco conto, solo che la collochiamo in un contesto storico nel quale si cominciava a sentire il fiato sul collo l’arroganza e la presunzione del neonato capitalismo.     

L’epopea dannunziana di Fiume con la sua Carta del Carnaro (il primo grande manifesto sociale rivoluzionario dell’éra contemporanea) fu l’elemento di congiunzione fra il pensiero sociale prefascista e il Corporativismo fascista, il quale dette alle Corporazioni la rappresentanza più alta, quella del potere legislativo, cioè il potere di fare le leggi, tipico dei Parlamenti moderni. Non a caso Mussolini cambiò nome alla Camera dei deputati chiamandola Camera dei Fasci e delle Corporazioni: ogni Corporazione eleggeva i suoi rappresentanti che andavano a rappresentarne i problemi, gli interessi e gli obiettivi nel luogo istituzionale e riassuntivo che raccoglieva problemi, interessi e obiettivi di tutte le Corporazioni armonizzandoli nel quadro generale della politica e degli interessi della Nazione. […] il lascito della Repubblica sociale italiana […] era stato soprattutto quello della Socializzazione, cioè di una realizzazione ardita del pensiero corporativo calato fino all’interno della stessa impresa, la più grande impresa come la più piccola. Una grande, ariosa e fascinosa sintesi rivoluzionaria delle molteplici esigenze del mondo del lavoro e della produzione fino ad allora sempre contrapposte dai precetti ideologici di quelle due ideologie ottocentesche che contro il Fascismo avevano scatenato una guerra addirittura mondiale […].

[…] Il Fascismo italiano è stato un grande albero con molteplici radici culturali. Il che è stata la sua forza colossale quando le cose andavano bene. Ma quando le cose cominciarono (sul fronte militare) a non andare più bene quella molteplicità generò problemi e difficoltà. Non sono pochi gli storici anche nel nostro Paese, soprattutto delle ultimissime generazioni, che ritengono ad esempio che il colpo di Stato del 25 luglio 1943 fu determinato da tutti quei circoli del regime fascista che non vedevano con favore l’avanzamento della corporativizzazione delle istituzioni che lentamente venivano sottratte al condizionamento e al controllo della Monarchia che era filobritannica e filoliberale e che aveva sempre osteggiato, magari dietro le quinte, la vocazione sociale e rivoluzionaria del Fascismo e personalmente di Mussolini. Un golpe filoinglese e antinazionale ma anche anticorporativo, fatto proprio per distruggere sin dalle fondamenta lo Stato nuovo di Mussolini. Meglio: per impedire la completa corporativizzazione dello Stato e della società, della vita produttiva e di quella istituzionale già avviata con determinazione dalla classe dirigente fascista più proiettata a realizzare nella realtà quotidiana quel era stato scritto nei libri oppure annunciato nelle piazze. 

Per cancellare il Fascismo dalla società italiana non bastava staccare dai muri le effigi del Duce, i fasci littori, le targhe […] Occorreva minare il basamento stesso dell’ordine costituito dalla Marcia su Roma. Occorreva smantellare la costruzione, peraltro non terminata, di istituzioni nuove, moderne, senza modelli precostituiti nel mondo e quindi de iure condendo: costruzione però già capace di dare un senso concreto alle parole d’ordine, alle idee-forza, alle intuizioni e alle suggestioni del ricco pensiero fascista […]. Obiettivo da colpire: il Corporativismo. Bisognava colpirlo a morte prima che si stabilizzasse, prima che la costruzione dello Stato corporativo procedesse fino alla fine, prima che si aprisse un’Era non scritta con l’inchiostro avvelenato dell’odio e della lotta di classe oppure con quello, non meno avvelenato, dell’arroganza e dall’egoismo sociale del capitalismo ma con l’inchiostro della concertazione, della partecipazione, della gestione unitaria e non conflittuale della produzione e quindi della stessa economia […].

Per la sua originalità e la sua modernità il Corporativismo fascista divenne un modello nel mondo. Per superare la Grande depressione venne studiato a fondo dal Governo americano e il presidente Franklin Delano Roosevelt cercò, invano, di stabilire un rapporto diretto con Benito Mussolini attraverso il figlio maggiore, Vittorio. Al Corporativismo fascista si ispirò Antonio de Oliveira Salazar col suo Estado novo portoghese. Vi attinse la “dictadura suave” di Miguel Primo de Rivera in Spagna che utilizzò un grande studioso come Eduardo Annós Pérez. Othmar Span con la sua teoria sul Wahre Staat ispirò il Governo di Engelbert Dollfuss in Austria. E nel 1940 il Maresciallo Philippe Pétain varò nella Francia della Révolution nationale la Carta del lavoro che resta ancor oggi un documento essenziale della nuova socialità europea. E poi ci fu l’esplosione del Corporativismo nell’America latina. […] Brasile, Argentina, Cile, Perù furono i Paesi che, con differenti maniere, tutte tipiche delle rispettive Storie nazionali ed anche delle rispettive problematiche sociali, adottarono il modello corporativo che veniva dall’Italia mussoliniana, in particolare il Brasile con il lavoro dottrinario di Oliveira Vianna e con l’attività politica e sociale dell’Ação integralista brasileira di Plinio Salgado; e poi l’Argentina di Juan Domingo Peron che ha lasciato ancor oggi una eredità talmente grande e radicata da essere “tirata” da una parte e dall’altra, ed anche quella del gen. Ongania.

Ancora oggi il Corporativismo, quello del periodo precedente alla Seconda Guerra mondiale ma anche quello del periodo successivo alla guerra, come nel caso del Peronismo (che andò al potere nel 1946 e poi nel 1975), è oggetto di ricerche accademiche, di tesi universitarie, di saggi specialistici ma anche di richiami del mondo politico e di quello sindacale non infeudati nel mainstream. Di Corporativismo oggi si parla ovunque nel mondo. E non appaia una stravaganza. […] saggisti, ricercatori, intellettuali, accademici nei rispettivi Paesi scrivono e parlano di Corporativismo, sia passato, sia presente e futuro. Sono la prova di questo interesse che perdura e che ci fa dire che il Corporativismo non è stato cancellato dalla realtà, almeno quella del pensiero. Taluni di questi nomi sono di non seguaci del pensiero corporativo, altri sono spettatori neutrali, altri ancora sono, per così dire, tifosi del Corporativismo. Tutti i loro lavori dimostrano una cosa assai semplice: il Corporativismo non è un pensiero sterile, può dare tutti i suoi frutti soprattutto in un mondo che assiste alla fine ingloriosa dei falsi miti usciti vincitori della Seconda Guerra mondiale. 

[…] Da allora sono trascorsi 75 anni. Hanno vinto con le armi. Hanno perso con le idee. La loro alleanza definitiva non ha funzionato.  E’ finita. Le loro idee sono in un caso il passato e nell’altro il presente agonizzante. Nessuna può essere il futuro. 

Torna il tempo dell’alternativa. Che non può essere soltanto di suggestioni, di miti, di fantasie ma deve essere di nuovi modi di organizzare la società, di governarla, di farla crescere secondo la Tradizione millenaria alla quale appartiene il nostro mondo.

Questa alternativa organica al mondialismo apatrida e al collettivismo internazionalista è il Corporativismo del Secondo Millennio, che va scritto tenendo conto di quel che è avvenuto dal 1945 in poi sia per chi, noi, ha perduto la guerra sia per chi, loro, l’ha vinta per perdere poi la pace. Loro, di fronte, hanno le loro macerie da spalare. Noi il futuro da costruire.    

MASSIMO MAGLIARO

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