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TERRE RARE: LE GRANDI POTENZE SI CONTENDONO IL PETROLIO DEL TERZO MILLENNIO

Mentre le nazioni dell’Eurozona litigano sul Mes, Cina e Usa si contendono le materie prime più preziose: le terre rare. L’industria high tech non ne può far a meno di questi 17 elementi presenti all’interno della tavola periodica. La peculiarità di questi metalli risiede nel magnetismo resistente alle alte temperature. Le Terre rare sono utilizzate in innumerevoli applicazioni, dalle lampadine agli hard disk, dalle turbine eoliche ai motori elettrici passando per smartphone ed elicotteri. Inoltre, trovano impiego nella produzione di auto elettriche e di pannelli fotovoltaici. Quindi anche la green economy non potrà fare a meno di questi preziosi elementi.

Terre rare: dove si trovano?

Il termine fin qui utilizzato (rare) può trarre in inganno. L’aggettivo non è riferito alla loro scarsità in natura, bensì alle caratteristiche dei processi di estrazione, raffinazione e ossidazione, difficili e costosi. Tra i vari contendenti è la Cina ad avere la meglio con il 40% circa delle riserve mondiali di Terre rare, seguono Brasile e Vietnam (18%), Russia (15%), mentre il restante 12% è da suddividersi tra gli altri Paesi. Bayan Obo, regione della Cina settentrionale, è il giacimento di terre rare più grande del mondo. Costituito da tre corpi minerari principali si estende in lunghezza per 18 km, Bayan Obo costituisce il 50% della produzione di terre rare cinesi. Altri depositi più piccoli si trovano nelle province Shandong, Sichuan, Jiangxi e Guangdong.

Questa leadership è costata cara al colosso asiatico. Infatti, la facilità nel reperirle è direttamente proporzionale al rischio che comporta l’estrazione. Secondo molti esperti la loro estrazione e raffinazione, infatti, sono richieste grandi quantità di acidi corrosivi e tossine cancerogene. Spesso, i metalli sono intrecciati con materiali radioattivi. Pechino, però, non si fa tanti scrupoli quando fiuta un affare come questo. Il Celeste impero ha così rafforzato il suo peso geopolitico: assicurarsi l’estrazione di questi minerali significa stabilirne il prezzo, i volumi di scambio. Insomma, è il petrolio del Terzo Millennio.

Chi si contende i preziosi metalli?

Alla luce di quanto detto, Washington teme il monopolio cinese. Pechino come ritorsione per i dazi potrebbe bloccare l’export di terre rare, elementi fondamentali nell’industria elettronica statunitense.  Ci troviamo di fronte ad una vera e propria guerra commerciale. Un conflitto fatto di spot pubblicitari e di tweet. L’anno scorso, mentre Huawei era nell’occhio del ciclone, Xi si è recato, nella provincia meridionale di Jiangxi, dove ha sede la Jl-Mag, azienda leader nel settore delle terre rare. Per rendere palesi le intenzioni di Pechino spiccava nella delegazione la presenza del vice-premier Liu He, che è anche capo negoziatore a Washington in ambito commerciale. Il messaggio è arrivato chiaro. Sarà per questo che come sottolinea il quotidiano on line Insideover Trump ha delegato la questione al Pentagono, attraverso il Defense Production Act. Il piano della Casa Bianca è semplice: aiutare le nazioni alleate (Australia e Brasile) a massimizzare la loro capacità estrattiva così da dipendere il meno possibile da Pechino.

Inoltre, il tycoon vorrebbe internalizzare tutte le attività legate alla lavorazione di questi elementi. Qui potrebbe, però, incontrare l’ostilità delle associazioni ambientaliste. Difficilmente Washington spingerà sull’acceleratore a ridosso delle prossime presidenziali che si svolgeranno il prossimo novembre. La guerra commerciale con Pechino è solo all’inizio e non riguarda solo i dazi. C’è da dire che i due contendenti nonostante i toni hanno tutto l’interesse a trovare un’intesa sottobanco, piuttosto che ad arrivare ad uno scontro frontale.

Armi e Terre rare

Non è però solo una questione di dazi. Uno dei campi in cui sarà più richiesto l’utilizzo delle Terre rare è quello militare. Si parla di “armi a energia diretta”: una classe di armamenti che comprende numerosi dispositivi capaci di indirizzare sui bersagli svariate forme di energia non cinetica. In sostanza, questi dispositivi inviano sul bersaglio radiazioni elettromagnetiche, onde acustiche, plasma a elevata energia o raggi laser. È una questione di interesse nazionale che coinvolge tutti i grandi player: Russia, Giappone, India (oltre a quelli citati)”.

E il Vecchio Continente? L’Europa rimane sugli spalti. Questo tema non trova spazio nelle cancellerie europee che continuano a farsi la guerra per spartirsi le briciole. Il coronavirus ha allargato il fossato tra nazioni del Nord (le formiche) e del Sud (le cicale). Non viene fatto nulla per ritagliarsi un ruolo geopolitico nell’era dei Grandi Spazi. Eppure le risorse non ci mancherebbero. Come ricorda Marco Malaguti: “l’Europa è ancora, nettamente, la seconda potenza militare mondiale. L’interesse piccolo-nazionalista che si addensa attorno alle cose militari, però, spesso ci impedisce di accorgercene”. Solo superando le logiche economiciste riusciremo a dar voce a un Impero di 400 milioni di uomini.

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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