EUROPANAZIONE

POLITICA

ANTIEUROPA, L’ANTIDOTO ITALIANO ALL’EUROPEISMO LIBERALE

Dopo la fine della Grande Guerra, le Nazioni di un’Europa lacerata da una sanguinosissima guerra fratricida cercavano faticosamente di riorganizzarsi dal punto di vista sia economico che politico.

Fu in questa fase di incertezza e di forte emotività, nel tentativo di preservare per lungo tempo la “pace” – vale a dire i rapporti di potere e di “sistema” usciti vittoriosi dal I Conflitto Mondiale – che nacquero e poi iniziarono a svilupparsi, nel corso degli anni Venti, le prime discussioni e i primi progetti moderni intorno al grande tema dell’unità europea.

A tentare di prendere in mano i destini del continente furono inizialmente le liberaldemocrazie vincitrici, a braccetto con intellettuali ed eminenze dell’economia e del pensiero liberale internazionale. In questo ambiente riscossero i maggiori consensi le tesi del conte austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, pubblicate in un documento del 1922 dal titolo “Paneuropa” e poi nel libro dallo stesso titolo del 1923.

Con le sue idee Kalergi – che godeva anche della simpatia di una certa nobiltà in decomposizione, dei banchieri e della finanza – propugnava la creazione degli Stati Uniti d’Europa, il cui fine doveva essere sostanzialmente il solo equilibrio politico economico europeo in una sorta di pacifico e neutrale letargo democratico.

Il successo della sua dottrina fu tale che divenne in breve tempo il manifesto di tutti gli europeisti liberali del primo novecento tanto da arrivare a costituire dapprima l’intero corpus del famoso Memorandum che il ministro degli esteri francese Briand espose alla Società delle Nazioni nel 1929 e, successivamente, la base per le strutture comunitarie contemporanee.

In quegli stessi anni, però, sullo scacchiere internazionale erano presenti anche altri giocatori che avevano in mente diverse sorti per l’Europa.

In Italia, ad esempio, il Fascismo si contrappose fin dall’inizio a buona parte delle proposte del movimento paneuropeo – che tra l’altro cercava appoggio e sponde anche tra gli antifascisti italiani – e cercò ben presto di legare l’ideale di un’auspicabile unione europea alla propria dottrina ed elaborare una strategia per non lasciare il continente mano ai competitors – cosa che in tempi e con modalità differenti tenterà di fare anche la Germania del Terzo Reich.

Nasceva così nell’aprile del 1929, dimostrando grande tempismo avanguardista nel cogliere i primi segnali della svolta europea che Mussolini andava imprimendo alla politica del Littorio, la rivista “Antieuropa”, nel cui primo editoriale era già assolutamente chiara la visione del suo direttore Asvero Gravelli, nonché la linea politica che ne avrebbe animato le pubblicazioni e l’azione: la missione definitiva del Fascismo doveva essere quella di tracciare un nuovo cammino europeo, la “rinnovazione della non tranquilla Europa” nel nome del primato italiano e la costruzione di una “terza via” universale ispirata da Roma ed equidistante dall’esperienza sovietica e dal capitalismo liberaldemocratico.

Non uccidere l’Europa, ma guarirla. Essere l’Antieuropa in nome di un’Europa opposta a quella perseguita dai pensatori democratici.

Per affermare questa nuova e più matura vocazione universale e comunicare l’abbandono della tradizionale cautela nel delineare le prospettive del Fascismo, Mussolini si espresse così nel “Messaggio per l’anno IX” del 1931:

“La lotta fra i due mondi non ammette compromessi. Il nuovo ciclo che comincerà con l’anno IX pone ancora più in risalto la drammatica alternativa. O noi o loro. O le nostre idee o le loro. O il nostro Stato o il loro! Il nuovo ciclo è di maggior durezza! Chiunque lo abbia diversamente interpretato, è caduto in un grave errore d’incomprensione e di fede!”

“Ciò vi spiega come la lotta si svolga ormai sopra un terreno mondiale e come il Fascismo sia all’ordine del giorno in tutti i paesi, qua temuto, la implacabilmente odiato, altrove ardentemente invocato. La frase che il Fascismo non è merce d’esportazione, non è mia. È troppo banale. Fu adattata da qualcuno a lettori di giornali che per capire hanno bisogno di espressioni della pratica mercantile. Comunque va corretta. Oggi io affermo che il Fascismo in quanto idea, dottrina, realizzazione, è universale: italiano nei suoi particolari istituti, esso è universale nello spirito, né potrebbe essere altrimenti. Lo spirito è universale per la sua stessa natura.”

“Si può quindi prevedere una Europa fascista, una Europa che inspiri le sue istituzioni alle dottrine e alla pratica del Fascismo. Una Europa cioè che risolva, in senso fascista, il problema dello Stato moderno, dello Stato del XX secolo, ben diverso dagli Stati che esistevano prima del 1789 o che si formarono dopo. Il Fascismo oggi risponde ad esigenze di carattere universale. Risolve infatti il triplice problema dei rapporti tra Stato e individuo, Stato e gruppi, gruppi e gruppi organizzati.”

Ma l’azione del Capo del Governo non si esaurì in semplici proclami.

Così, nel novembre del 1932, venne convocato a Roma, presso villa Farnesina, il convegno internazionale “L’Europa” organizzato dalla Fondazione Volta e dalla Reale Accademia d’Italia, che vide la partecipazione di illustri personaggi del mondo accademico, diplomatico, politico ed economico provenienti da tutta Europa – tra cui Alfred Weber, Hermann Goering e Alfred Rosenberg – oltre che di esponenti del Partito vicinissimi al Duce.

L’idea di un Fascismo “faber novae Europae” e guida di tutti i movimenti patriottici e sociali del continente era in rampa di lancio e parve concretizzarsi l’anno dopo, quando nel luglio 1933 vennero costituiti i Comitati d’Azione per l’Universalità di Roma – i CAUR – sempre su ispirazione di Asvero Gravelli e affidati poi alla presidenza di Eugenio Coselschi, anch’egli – non a caso – ex-attendente di Gabriele D’Annunzio a Fiume come il direttore di Antieuropa.

I CAUR dovevano essere gli strumenti chiave per aggregare i movimenti e gli esponenti del variegato ed embrionale fascismo europeo attorno al più omogeneo e strutturato fascismo italiano, al mito della latinità, al modello imperiale romano, all’unità spirituale e religiosa cristiana e alla figura di Mussolini.

Essi avrebbero dovuto agire nella consapevolezza dei differenti contesti politici, culturali e storici dei paesi europei, cercando di trovare un comune denominatore ai diversi nazionalismi, le cui identità nazionali e peculiarità sociali dovevano essere rispettate sia pur sotto le insegne del Littorio, nella più classica delle concezioni imperiali.

Venne in questo modo creata una “rete”, la base di un’Internazionale fascista, quasi speculare al Komintern comunista, con una struttura organizzata e composta da contatti esteri, intelligence e propaganda, che riuscì ad individuare movimenti simpatizzanti sparsi in 39 paesi, tra cui tutti i paesi europei (tranne la Jugoslavia) e addirittura alcuni d’Oltreoceano – in America, Asia, Africa e America Latina.

Il 16 dicembre 1934 fu convocata a Montreux, in Svizzera, la prima conferenza mondiale dei CAUR.

Parteciparono a questa conferenza rappresentanti provenienti da organizzazioni fasciste di 13 paesi europei, come ad esempio Ion Mota della Guardia di Ferro Romena, Vidkun Quisling della Nasjonal Samling Norvegese, Gimenez Caballero della Falange Spagnola, Eoin O’Duffy delle Blueshirts irlandesi, Marcel Bucard della Partito Francista francese, alcuni rappresentanti del Tautininkai lituano, la portoghese Acção Escolar Vanguarda di António de Queiroz, così come delegati provenienti da Austria, Belgio, Danimarca, Grecia, Olanda e Svizzera.

Spiccò l’assenza del britannico Oswald Mosley e quella dei rappresentanti della Germania nazista, quest’ultima causata sia dalla breve crisi diplomatica sorta tra Italia e Germania dopo la morte del Cancelliere austriaco Dollfuss, sia dall’iniziale diffidenza tra i due totalitarismi che ambivano entrambi, in quel preciso momento, all’egemonia nel continente.

La seconda e ultima conferenza dei CAUR, alla quale partecipò anche Josè Antonio Primo de Rivera, si svolse sempre a Montreux nell’aprile del 1935.

Le conferenze, però, non furono in grado di colmare le profonde tare che dividevano i diversi esponenti del “fascismo europeo” su questioni come razzismo, antisemitismo e corporativismo e si risolsero semplicemente con l’approvazione di generiche dichiarazioni d’intenti.

Ma l’azione di Gravelli e Colseschi diede comunque alla politica di Mussolini appoggi e contatti che si sarebbero rivelati molto utili per la politica estera dell’Italia, ad esempio nei Balcani e nei rapporti con il Giappone, l’India ed il mondo musulmano.

I CAUR cessarono le loro attività nel 1939, all’indomani della sigla del Patto d’Acciaio tra Italia e Germania che sancì la ritrovata comunione d’intenti tra i due Stati anche in campo europeo, e lo stesso Asvero Gravelli, da sempre critico nei confronti del pangermanesimo pagano dei tedeschi, optò per il riavvicinamento ideologico di Antieuropa con l’Alleato, anche perchè per la prima volta, nonostante le vecchie diffidenze e malgrado certe differenze, vide in quell’alleanza il manifestarsi più concreto e autentico delle tesi espresse in tanti anni di direzione della sua rivista.

L’obbiettivo imprescindibile e primario di Gravelli era sempre stato, infatti, quello di realizzare una collaborazione europea, un panfascismo che creasse quell’unità continentale capace di contrapporsi all’ideologia democratica e liberale, come si può ben comprendere dalla premessa al suo libro “Panfascismo”, pubblicato nel 1935 dalla casa editrice “Nuova Europa”:

“[…] Movimento Antieuropa. Parlo appunto di movimento perché giovani e chiare intelligenze fasciste si sono serrate disinteressatamente attorno a una idea di negazione e nello stesso tempo di creazione. Si trattava di piantare una bandiera di antitesi netta, l’ANTIEUROPA, sulle rovine di un vecchio mondo: era necessaria farla sventolare al vertice di quella costruzione che è l’unità europea, avente come base l’universalità del Fascismo e degli stati corporativi fascisti europei.”

“[…] Occorre vivere celermente in questo nostro secolo […]”

“Certamente la nostra azione non fu scevra di audacia. Si trattava di affrontare le false ipercritiche interpretazioni degli avversari politici e qualche volta, e ciò lo abbiamo dovuto constatare con profondo rammarico, di qualche italiano scettico. La nostra lotta ha avuto due aspetti ben distinti: il primo antieuropeo, ossia diretto contro il vecchio mondo del pensiero, contro il demo-liberalismo, il socialismo, la massoneria, il paneuropeismo, contro le vecchie internazionali di antica e superata memoria; il secondo aspetto è quello costruttore, unificatore, chiarificatore. Il Fascismo con ANTIEUROPA ha varcato le frontiere […] vediamo fascistizzarsi l’Europa.”

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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