EUROPANAZIONE

ECONOMIA

AGRICOLTURA E CORONAVIRUS

OGNI SCUSA E’ BUONA PER IMPORTARE IMMIGRATI

L’Italia è una nazione strana: abbiamo circa 2,5 milioni di disoccupati ma ci manca la manodopera. Non parliamo di quella qualificata, ma ci riferiamo ai lavori più umili ad esempio raccogliere i pomodori. A lanciare l’allarme è stata un’accoppiata a dir poco anomala: sindaco di Bergamo Giorgio Gori (Pd) e del ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova. Secondo il primo cittadino orobico: “servono almeno 200 mila lavoratori extracomunitari” e un nuovo decreto ad hoc per attrarre i lavoratori stagionali. L’ex sindacalista Bellanova ha chiesto invece la regolarizzazione dei lavoratori in nero e clandestini stanziati nelle baraccopoli-ghetto e vittime del caporalato. Il lockdown rischia di avere un impatto devastante sui lavoratori italiani, ma c’è chi sente il bisogno di manodopera proveniente dall’estero. Strano ma non troppo. Lo aveva capito anche il famoso Salvatore Buzzi che l’immigrazione rende più del traffico degli stupefacenti.  A questo punto le opzioni sono due: o gli italiani sono dei minus habens, incapaci di raccogliere gli ortaggi, oppure sono talmente pigri da chiedere allo stato la questua per non morire di fame. Come spesso accade la verità sta nel mezzo. Vediamo perché.

Gli immigrati fanno i lavori che gli italiani rifiutano

Molto spesso sentiamo dire che gli allogeni sono molto volenterosi a differenza nostra. Se fosse veramente così le istituzioni potrebbero (rectius dovrebbero) benissimo tagliare ogni sussidio di disoccupazione agli italiani fannulloni. Si tratta di una tesi fragile ma non completamente errata, e più avanti vedremo perché. Andiamo con ordine. Partiamo dal settore primario: l’agricoltura. Il lavoro nei campi è faticoso. Il caporalato è diffusissimo e secondo le stime più accreditate solo un terzo degli addetti ha un contratto di lavoro. Certamente le aziende agricole subiscono le stesse vessazioni fiscali e burocratiche che le accomunano alle imprese di altri settori. Questo però non è un buon motivo per costringere un “dipendente” a dieci ore di lavoro ininterrotto per pochi euro. È ovvio che solo il più disperato sarà disposto a farsi spremere come un limone. A chi giova dunque importare migliaia di persone disposte a tutto per un magro guadagno? Di certo né agli sfruttati né tantomeno ai disoccupati italiani. La guerra tra poveri parte proprio nei campi come avveniva nei secoli precedenti. Lo stesso discorso vale anche nelle fabbriche soprattutto quelle che si reggono sulle commesse dei grandi gruppi. Non parliamo poi dell’edilizia, dove si guadagna poco mettendo a rischio la vita. Ogni straniero che arriva in una nazione con tanti disoccupati incentiverà la corsa al ribasso in termini di diritti.

La scuola italiana ha creato troppi “diversamente colti”

C’è anche un altro lato della medaglia che non possiamo fare a meno di sottolineare. Le aspettative dei disoccupati. Facciamo qualche esempio. Tutte le statistiche concordano sul fatto che l’occupazione femminile in Italia è troppo bassa. Per le neofemministe questo fenomeno è frutto del maschilismo o del patriarcato. Una lettura un po’ semplicistica nel meridione molte donne non lavorano ma in ogni paesino non mancano le badanti che si prendono cura degli anziani. Sono pochissime le italiane si adattano a gestire un novantenne. Anzi molte di queste vantano il loro titolo di studio e passano la vita a fare concorsi cercando la spintarella giusta per avere il posto fisso. Se quest’ultimo non arriva allora saltuariamente si accetta qualche lavoro in nero non disdegnando i sussidi statali. Per i giovani la musica non cambia. Chi ha un diploma non andrebbe mai in un cantiere o in un campo a raccogliere pomodori. Un’intera generazione è stata illusa dal mito del “pezzo di carta”. Inutile sarebbe ricordare a cosa serve un pezzo di carta. Diciamo che sicuramente non aiuta a trovare un lavoro. Forse quest’analisi è troppo severa, ma ci mostra quello che non vogliamo vedere. Tuttavia, prendersela solo con i disoccupati sarebbe ingiusto e sbagliato. Anche le istituzioni e le famiglie hanno le loro colpe. Nessun ministro della Pubblica Istruzione è riuscito a far funzionare gli Istituti professionali che potevano garantire uno sbocco lavorativo nei settori più all’avanguardia (informatica, robotica). In compenso abbiamo moltiplicato e (mortificato) i licei facendo rivoltare nella tomba Giovanni Gentile.

Dentro le mura di casa, poi, si è fatto poco per responsabilizzare i più giovani. Un mix di atavico familismo amorale e di mentalità consumistica spinge i genitori a lavorare per mantenere i figli trentenni. La disoccupazione è meglio di un lavoro utile; almeno così l’italiano se la prende con lo stato che non dà nulla ai giovani.

I problemi come si vede si intrecciano tra di loro ed è difficile stabilire chi è il principale responsabile. Ed è così che l’immigrato diventa il principale protagonista del dibattito politico. C’è chi si scaglia contro l’africano che va in giro con le Nike nuove. E poi chi si impegna a far sbarcare in Italia altri migranti che andranno ad alimentare l’industria dell’accoglienza; l’unico settore che in Italia non conosce crisi. Neanche il coronavirus ha fermato gli sbarchi.

Torneremo a fare i contadini

E torniamo all’appello disperato del duo Gori-Bellanova. “Nell’agricoltura italiana- sostiene il sindaco bergamasco- lavorano 400 mila lavoratori stranieri regolari, il 36% del totale, la maggior parte dei quali rumeni. Quest’anno molti non arriveranno”. Anche il Financial Times è d’accordo con l’ex manager. Il celebre giornale britannico: “ha calcolato la massa di lavoratori stagionali, provenienti in larga misura dall’estero, di cui le agricolture europee rischiano di essere ben presto private: 200.000 la Francia, 250.000 l’Italia, 70/80.000 sia la Spagna che il Regno Unito, 300.000 la Germania. Circa 900.000 unità in totale, molte delle quali frenate dalle restrizioni ai viaggi (rimosse per gli stagionali da Berlino), dall’incertezza dei mercati, dai timori dei singoli”.

Insomma, dopo la pandemia anche la carestia: non troviamo un disoccupato capace di raccogliere i pomodori.

Eppure qualche soluzione deve esserci. Ad esempio partiamo dagli ultimi dati dell’Osservatorio dell’Inps: “Dall’istituzione del beneficio risultano 1,21 milioni di nuclei le cui domande sono state accolte; di questi, 155 mila sono decaduti dal diritto. I nuclei restanti (1,07 milioni) sono costituiti per 948 mila da percettori di Reddito di Cittadinanza, con 2,4 milioni di persone coinvolte”. In breve, c’è tanta gente pagata pe non far nulla.

La crisi economica scatenata dal coronavirus peggiorerà il quadro della situazione. Non abbiamo, quindi, bisogno di altri allogeni. Se proprio manca la manodopera, è sufficiente invitare i percettori del RdC ad accettare il lavoro nei campi. Perfino i vescovi dovrebbero essere d’accordo. Come diceva San Paolo “Chi non vuole lavorare, neppure mangi!”.

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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