EUROPANAZIONE

ECONOMIA

CONSIGLIO EUROPEO: UNA FRAGILE INTESA PRIVA DI UNA STRATEGIA LUNGIMIRANTE

Inutile girarci troppo intorno: l’Europa (o meglio l’Ue) è un litigioso condominio in cui tutti si lamentano dell’amministratore. C’è chi dice che si spende troppo e chi si lamenta per il motivo opposto. Questa chiave di lettura, volutamente semplicistica, ci aiuta a capire le schermaglie di questi giorni in seno al Consiglio europeo.

Il debito come pomo della discordia

Prima di capire quanto detto sopra è necessario dire due parole sul Consiglio europeo. Quest’ultimo definisce le priorità e gli orientamenti politici generali dell’Ue. I membri di quest’organismo sono i capi di Stato o di governo dei 27 Stati membri dell’Ue, il presidente del Consiglio europeo e il presidente della Commissione. La politica comunitaria passa sempre e comunque da ciò che si decide in quel consesso.

Fatta questa indispensabile premessa, cerchiamo di capire cos’è avvenuto in quest’ultima settimana. Purtroppo abbiamo assistito alla solita diatriba. Le ragioni delle cosiddette nazioni cicala (Italia, Spagna e Grecia soprattutto), che chiedono un aiuto da destinare a investimenti in grado di andare potenzialmente a vantaggio di tutta l’Unione, si infrangono sulla fiera opposizione degli altri (Germania, sopravanzata negli ultimi tempi dall’Olanda, ma anche Austria, Finlandia e altri Paesi nordici) che invece sono preoccupati per la gestione delle risorse.

Tutti dicono che di fronte all’emergenza generata dalla crisi economica causata dalla pandemia del coronavirus, è mancata la solidarietà tra gli stati membri. Anche se sarebbe più giusto dire i capi di stato non hanno una strategia comune su come affrontare l’emergenza. Ogni condomino cerca di esporsi il meno possibile, e il palazzo nel frattempo cade a pezzi.

Il dibattito si è arenato sugli strumenti da adottare. Proviamo a spiegare in maniera semplice cosa è avvenuto. I Paesi più indebitati hanno proposto un titolo obbligazionario emesso in comune all’interno dell’area euro: i coronabond. Inutile dire che le nazioni del Nord con i “conti in ordine” hanno alzato le barricate sostenendo che già ci sono gli strumenti per risolvere questa crisi ad esempio il Mes o meglio l’Esm (European Stability Mechanism). Si tratta di uno strumento finanziario permanente costituito da un fondo creato dagli Stati membri dell’eurozona con l’obiettivo di fornire assistenza finanziaria ai partecipanti al fondo stesso. Ovviamente l’aiuto economico è sottoposto ad una serie di condizioni. In pratica, gli stati che ricevono il finanziamento devono adottare politiche di austerità. Insomma, una specie di Fondo Monetario Internazionale in salsa europea.  

È dunque evidente che un Paese (come l’Italia), con un debito pubblico rilevante (oltre 2.400 miliardi di euro) soprattutto se confrontato con la ricchezza nazionale (Pil) e con il debole ritmo di crescita dell’economia, è destinato a pagare di più rispetto a un Paese del nord Europa con un bilancio meno pesante da portare sulle spalle e magari uno stato più florido dell’economia. Per questo l’Italia si batte per ottenere i coronabond e cercherà di fare di tutto per evitare o depotenziare il Mes.

Il patto del “minestrone”

Dopo giornate infuocate di dibattito i contendenti sembrano aver trovato la quadratura del cerchio. I ministri delle finanze europei hanno raggiunto un accordo di mediazione tra le posizioni di Italia e Olanda e consegnano ai leader un pacchetto ‘a quattro gambe’ da 500 miliardi di euro. Per non scontentare nessuno in questo patto c’è un po’ di tutto. Se vogliamo semplificare è un bel minestrone per molti rischia di essere indigesto e per altri non basterà a placare i morsi della fame.

C’è il Mes, ma si tratta di una versione light. Esso, infatti, potrà fornire assistenza finanziaria senza condizioni ai Paesi che lo chiederanno per le spese mediche e sanitarie dirette o indirette legate al Covid-19. Allo stesso tempo, come chiedevano Italia e Francia, entra nel documento finale il Recovery fund, un fondo per la ripresa che secondo il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri sarà “alimentato dall’emissione di debito comune europeo”. Non illudiamoci però. Il ministro francese delle Finanze, Bruno Le Maire, corregge il tiro: “Non c’è accordo sulla mutualizzazione del debito. C’è un accordo per un Fondo per la ripresa”. Secondo il ministro: “l’ipotesi di mutualizzazione del debito è “implicita” nel testo. Insomma, non viene menzionato il termine coronabond, ma forse ci sarà una condivisione maggiore del debito.

Altri due punti dell’accordo vanno citati.  Ad esempio, lo Sure, che è l’acronimo di “State sUpported shoRt-timE work. Si tratta di una proposta della cassa di integrazione europea. Un ammortizzatore sociale europeo in grado di ridurre i rischi della perdita massiccia di posti di lavoro a causa della crisi da coronavirus che sta mettendo a dura prova l’Europa. Uno strumento che potrebbe, però, rivelarsi insufficiente.

E poi c’è il capitolo della Banca Europea degli investimenti. la Bei sarà rinforzata con un fondo pan-europeo da 25 miliardi di euro capace di fungere da leva per un aumento dei finanziamenti del “gigante nascosto” d’Europa pari a 200 miliardi.

Nulla, però, al momento è sicuro. Se leggiamo i giornali olandesi l’accordo viene visto come una vittoria dei rigoristi del Nord. Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, a reti unificate rassicura gli italiani facendo capire che non intende rinunciare ai coronabond anche se preferisce chiamarli “strumenti innovativi”. Insomma, grande è la confusione sotto il cielo. Comunque tutto è rimandato al prossimo 23 aprile, quando al Consiglio europeo spetterà il compito di approvare in via definitiva il pacchetto di misure economiche per fronteggiare la crisi Coronavirus (su cui hanno convenuto i ministri delle finanze dell’area Euro).

Perché l’Italia rischia di rimanere schiacciata

Ciò che verrà deciso è per l’Italia di fondamentale importanza. I nostri vicini Francia e Germania paiono già pronti per fronteggiare le conseguenze della crisi. Abbiamo visto come la Germania metterà liquidità nel sistema. Berlino ha versato sul conto corrente quanto aveva promesso. Parigi non è da meno. Piaccia o meno Macron, alcune evidenze non possono essere tralasciate. Il già citato Le Maire ha annunciato “La decisione di mettere 20 miliardi di euro sul conto speciale di allocazione (dello Stato), appunto, per poter sostenere in capitale tutte le imprese che ne avessero bisogno, pubbliche o private”. Il conto speciale “State Financial Holdings” è gestito dalla State Holdings Agency (APE) ed è dedicato a queste operazioni sul capitale dello Stato azionista. In pratica, a Parigi hanno rispolverato l’Iri di Beneduce.

E l’Italia? I Dpcm che si susseguono in questi giorni promettono soldi a tutti, il rischio è che la liquidità arrivi quando sia troppo tardi. Questo riguarda ad esempio le piccole imprese che hanno bisogno di denaro cash subito. Chi soffoca ha bisogno dell’ossigeno ora, non tra una settimana. Inoltre, i pagamenti degli ammortizzatori sociali non arriveranno prima di maggio, perché “le banche non sono pronte per anticipare la cassa integrazione”. Almeno questo è il risultato di un sondaggio campione di quasi 4.500 consulenti del lavoro: “Il 91% degli interpellati gli assegni verranno realisticamente liquidati solo il mese prossimo, e l’83% denuncia la mancata operatività degli accordi per dare il via libera alle procedure per l’anticipazione bancaria delle somme”. Situazione è ancora più complessa soprattutto al Sud. In Italia dunque alla penuria di risorse si aggiunge l’incapacità di spenderle.

Europa: Impero o condominio?

Sicuramente le nazioni dell’Europa meridionale devono fare molto di più per migliorare la loro efficienza. La spocchia però di olandesi e di altri paesi nordici rischia di essere controproducente di alimentare l’antieuropeismo. Il mondo però è cambiato.  Nessuno si rende conto che le liti interne non fanno altro che rafforzare tutti i nostri competitor. Usa e Cina soprattutto. La politica dei “grandi spazi” schiaccia i soggetti politici più deboli. Se questo non viene comprese da tutti i membri dell’Unione Europea il Vecchio Continente rischia di affossare. E avere i conti in ordine servirà veramente a poco.

RDAZIONE KULTURAEUROPA

Lascia una risposta