EUROPANAZIONE

POLITICA

EUROPA PATRIA NOSTRA

DI ANGELO GALLUZZI

FONTE: https://www.ordinefuturo.it/2020/04/09/europa-patria-nostra/

“Chi vede la verità con cervello limpido e con l’animo pulito da ogni interesse è, se è un vero uomo, impegnato a battersi per questa verità senza compromessi. Non è molto importante se vincerà o perderà: quel che conta è riaffermare quella verità. I risultati della battaglia, del resto, li vedrà la storia, fra due, tre o forse più generazioni. Io so per certo d’essere europeo per antico sangue, e voglio, che i miei figli e nipoti continuino ad essere europei. Io so che gli europei, dalla Grecia a Roma al Cristianesimo, hanno prodotto una Civiltà: ad essa, che è un’ansia di progredire restando fedeli alle proprie origini, io affido la lealtà della mia intera vita e del mio sangue. Non voglio diventare cittadino americano, né cittadino del mondo: io voglio restare europeo! Giuste o ingiuste che fossero, io resto fedele alle battaglie della mia gente. Alle loro vittorie, alle loro sconfitte. Io so che si può perdere. Si può perdere una volta, due volte, dieci volte. Ma lo sconfitto che si rialza e non cambia bandiera, non sarà mai un vinto.”  (Sergio Gozzoli)

“Io so per certo di essere europeo per antico sangue”. Sergio Gozzoli, con questa semplice affermazione, ci impegna a una profonda riflessione e ad un fermo quanto categorico proposito: nonostante l’Unione Europea, nonostante la Banca Centrale, nonostante la pletora di politicanti mondialisti e filo-atlantisti che siedono sugli scranni del parlamento di Bruxelles, non dovremmo mai perdere di vista chi siamo e da dove veniamo, né dovremmo rinunciare alle nostre origini e, soprattutto, ad un migliore e più prospero destino.

Sarebbe troppo semplice in questi periodi oscuri di crisi economica e sociale, abbandonarsi a rassicuranti pensieri di “ritirata” entro i confini ermetici dei vecchi nazionalismi. Di certo Sergio Gozzoli la pensava molto diversamente, infatti affermava sempre e con profonda convinzione “predicate la patria europea!”.

È del tutto scontato che la patria europea nulla o poco ha a che vedere con l’attuale Unione Europea e, a questo proposito, abbiamo pensato, fra le diverse ipotesi politiche, a un’idea alternativa di Europa dei popoli, sovrani e confederati[1].

All’interno di quest’Europa confederata si è ipotizzata un’Italia riformata radicalmente in senso federale, suddivisa in macro-regioni semi-indipendenti, sul modello dei lander tedeschi o della federazione russa.

È solo ovviamente una possibile alternativa fra tante per la ricostruzione nazionale ed europea, ma è un’idea che vale la pena di lanciare nel gioco bizzarro del destino, proprio in un momento in cui la UE, un gigante dai piedi d’argilla, sta vacillando sotto il peso delle sue mille contraddizioni endemiche e delle sue utopie mercantiliste e libertarie, priva com’è di una visione politica unitaria e lungimirante.

Discorso a parte meriterebbe la moneta unica che, in linea di principio, non avrebbe in sé nulla di sbagliato. Se fosse però emessa da una banca centrale pubblica e non dalla BCE che, giova ricordarlo sempre, è soggetto privatissimo e il cui unico scopo è quello di realizzare utili per gli istituti di credito – anch’essi privatissimi – che la compongono.

Si renderà quindi necessario, se davvero i popoli europei vorranno essere davvero liberi, realizzare la tanto agognata sovranità monetaria. A tal proposito un segnale fortissimo e del tutto inaspettato – perlomeno dagli Stati di “serie B” della UE – è stato dato proprio in questi giorni dalla Germania, che ha emesso la bellezza di 550 miliardi di euro per far fronte all’emergenza Coronavirus, attraverso un suo istituto di credito pubblico, evitando così di accollare ai tedeschi ulteriori debiti colossali.

L’Unione Europea non deve quindi farci dimenticare gli ancestrali vincoli di sangue e spirituali che ci legano, in una comune Civiltà, ai nostri compatrioti europei; che siano essi russi, greci, tedeschi o portoghesi, finnici o francesi. Nessuna BCE ci farà rinnegare le nostre radici comuni e nessuna Commissione non eletta ci metterà gli uni contro gli altri, in una tristissima lotta fratricida fra Nord e Sud. Esistono certamente anche differenze di ordine culturale, che però dovrebbero arricchire e non dividere, nella consapevolezza che solo all’interno di una grande casa comune è possibile confrontarsi con potenze quali gli Stati Uniti d’America, o con talune nazioni che attualmente stanno fiancheggiando o sostenendo più o meno apertamente il fondamentalismo islamico – pensiamo alla Turchia o all’Arabia Saudita.

Un’altra “unione europea” è impossibile da realizzare? Niente affatto: pensiamo ad esempio come nacquero gli Stati confederati americani, ognuno con le sue specificità culturali, ma uniti da una comune visione del mondo, antitetica rispetto a quella calvinista e liberale che stava via via prevalendo negli Stati Uniti, soprattutto nelle sue forme più radicali. Oppure, per rimanere in Europa, alla piccola Svizzera, una confederazione composta da Cantoni in cui si parlano addirittura quattro lingue differenti. Dunque i popoli europei dovranno prima o poi riorganizzarsi in una confederazione di blocchi etnicamente omogenei; solidi e compatti blocchi che andrebbero a formare, uno incastrato all’altro, le solide mura della futura fortezza Europa. Sarebbe peraltro un regalo graditissimo all’America – meglio sarebbe dire alle élite apolidi e plutocratiche che la governano – quello di un’Europa frammentata e impotente, dove i suoi Stati – molti dei quali sarebbero insignificanti non solo per il loro prodotto interno lordo, ma anche dal punto di vista demografico – sarebbero facile bersaglio delle sue speculazioni finanziarie e delle sue bombe “democratiche” – non dimentichiamo ciò che accadde alla Serbia. Un’Europa con una visione politica comune che, ad esempio, rivendichi con forza il suo fondamentale ruolo nel vicino Oriente, dove soprattutto l’Italia ha sempre avuto interesse a tessere buoni rapporti commerciali con il mondo arabo.

È proprio in questa prospettiva di un auspicabile nuovo ordine europeo che riproponiamo qui alcuni stralci di una vecchia, ma allo stesso tempo attualissima, conferenza tenuta da Sergio Gozzoli nel 1991. Si tratta di un messaggio forte e radicale “alla gioventù d’Europa”, come era nel suo stile, che richiede certamente un grande impegno politico e culturale, e che rifiuta qualsiasi compromesso con le forze transnazionali mondialiste, organizzate in lobby potentissime quali, per citare le più note e influenti, il Bilderberg Group o la Trilateral Commission.

“Non è possibile pensare l’Europa senza avere ben presenti questi quattro momenti fondamentali della sua identità: l’Europa come Terra, l’Europa come Sangue, l’Europa come Memoria storica, l’Europa come Civiltà”.

Siamo quindi genti con identità specifiche e peculiari, che tuttavia affondano le radici nel comune humus degli indoeuropei, nostri antichissimi predecessori che hanno lasciato un segno profondo e tangibile delle loro tradizioni e costumi. È proprio questo immenso patrimonio identitario comune che ci deve richiamare alla realtà e a non farci battere in ritirata, a non abbandonare la fortezza nel momento stesso in cui le sue mura devono essere difese da nemici interni ed esterni, col pensiero a quella Vienna assediata nel 1529 dall’Impero Ottomano.

Indietro insomma non si torna, nessuna nazione potrà mai metterci al riparo da speculazioni e aggressioni, se non con un’altra nazione a proteggerle il fianco, proprio come un oplita spartano. L’alternativa alla UE non potrà essere che un’altra Europa che veda i suoi orizzonti spaziare fra l’Atlantico e gli Urali, i cui popoli che abbiano deciso liberamente di farne parte, possano cooperare proficuamente e pacificamente in campo scientifico, industriale, commerciale, artistico e culturale; in un progetto di piena autosufficienza economica ed energetica, che permetterebbe di esprimere al meglio la missione civilizzatrice affidata loro dal destino.

E dato che i simboli sono importanti, giacché vanno a anch’essi a comporre i miti, questa brutta bandiera da circo andrebbe sostituita con qualcosa di più consono alla fiera austerità degli europei, i quali nelle loro bandiere hanno sempre riposto simboli araldici come aquile e croci, non stelline a cerchio.

Alla gioventù d’Europa

di Sergio Gozzoli[2]

(…) dire Europa significa evocare subito una molteplicità di immagini e di concetti diversi. Primo fra tutti, naturalmente, un concetto geografico: l’Europa é una terra. Ma subito dopo un concetto di ordine etnico: l’Europa é infatti un insieme di popoli; di popoli affini per comuni radici di sangue e di lingua. Ancora, un concetto di ordine storico: l’Europa é il risultato di millenni di vicende storiche specifiche, é il prodotto della vita fisica e spirituale, delle attività – sociali, produttive e culturali, quindi religiose, artistiche, giuridico-politiche – delle genti che l’hanno abitata per decine di secoli. E infine un concetto di ordine ideale: l’Europa é una civiltà. Quindi un mondo di idee, un mondo di valori, di tradizioni, di costumi, ma anche un modo specifico e particolare di percepire e concepire la realtà, quella cosmica e quella più direttamente umana. Quindi una visione, una visione dell’uomo, del mondo e della vita che é peculiare alla nostra cultura e alla nostra mentalità.

Non è possibile pensare l’Europa senza avere ben presenti questi quattro momenti fondamentali della sua identità: l’Europa come Terra, l’Europa come Sangue, l’Europa come Memoria storica, l’Europa come Civiltà. Alla cosiddetta pubblica opinione, che é oggi in realtà il prodotto di lunghi decenni di diseducazione e disinformazione soprattutto in termini storiografici, l’idea dell’unità europea viene presentata come qualcosa di assolutamente nuovo, quasi fosse un progetto di ingegneria economico-politica partorito da questi tempi, da questa cultura, da questo sistema. Si tratta, indubbiamente, di una mistificazione. Si tratta di una mistificazione intanto perché l’Europa, per almeno due lunghi periodi storici, é già stata Una; ma ancora e soprattutto si tratta di una mistificazione perché l’idea recente di unità europea non é certo figlia dei tempi ultimi. Essa nacque infatti, e si fece carne e sangue per milioni di Europei, nel grande campo trincerato dell’Europa assediata durante l’ultimo conflitto mondiale, in particolare negli anni fra il 1942 e il 1945.

L’Europa intanto fu Una, certamente, sotto le insegne di Roma: dall’Atlantico alla Pannonia, alla Germania renana; dal Vallo di Adriano alle foci del Danubio, quindi al Mar Nero, i popoli europei vivevano stretti dalla stessa legge e da un comune destino. Ai vertici politici di questa unità si alternavano imperatori di stirpe italica, illirica, celtica, germanica. Ai confini vigilavano in armi legioni composte di Latini, di Celti, di Greci, di Daci, Germani, Ispanici. Nella universalità dell’idea imperiale romana crescevano a civiltà comune i popoli del Continente senza nulla perdere, però, della loro specificità originaria, della quale Roma fu sempre rispettosa garante. E così per lunghissimi secoli, all’ombra delle Aquile imperiali, i popoli di questo continente vissero un’esperienza di concorde, civile e pacifica convivenza, quale nessun altro continente conobbe mai nella storia. Ma anche dopo la caduta di Roma, dopo il suo crollo, prima che la comparsa degli stati nazionali portasse al lento consumarsi dell’idea imperiale romana, ancora l’Europa fu Una. Quel grande, quell’immenso fenomeno migratorio dei popoli cosiddetti barbarici, che dal nord e dal cuore del continente fino alle sue periferie più estreme produsse ciò che noi oggi possiamo scientificamente definire la «germanizzazione» dell’Europa – coi Goti, coi Danesi, coi Sassoni, coi Burgundi, cogli Alemanni, coi Longobardi, coi Franchi, coi Normanni, coi Vareghi fino al bacino del Volga e del Don – insieme alla pressoché contemporanea cristianizzazione di tutte le genti del continente, fece si che l’eredità di Roma venisse raccolta dalla grande unità della società medioevale europea. Giacché se anche l’idea dell’Impero – pure risorgente, rinascente, ritornante in Carlo Magno, negli Ottoni, in Federico di Svevia, ancora in Dante – non riuscì più, per il distacco della sua componente greco-bizantina, a ricomporsi nella estensione territoriale e nei confini precedenti, tuttavia quella medioevale europea fu certamente nel suo insieme una grande società unitaria. Il mercante, il pellegrino, il chierico, il cavaliere che ne percorrevano le strade si sentivano ugualmente a casa propria, ugualmente in Patria, in un villaggio di Puglia o di Aquitania, in un mercato di Fiandra, su una piazza d’Aragona, in un castello di Boemia o alla corte di Pavia. E i confini non correvano fra Stati, ma fra feudi, fra diocesi, fra contadi di liberi comuni, uniti tutti dall’uso comune della lingua latina, dal diritto romano-barbarico, dal costume cavalleresco e dalla fede religiosa, che per un lunghissimo arco di secoli – quantomeno da Roncisvalle sino a Lepanto – identificò l’Europa nella Cristianità. Poi, con la comparsa degli Stati nazionali, anche se lentamente e gradualmente, andò alla dissoluzione la grande unità medioevale.

Un’Europa, Terra di Mezzo, per lunghi decenni oggetto di spartizione fra i vincitori del Secondo Conflitto Mondiale, e, fino ad oggi, strumento servile – senza voce e senza dignità – dell’arroganza americana, ma che da oggi può, e deve, farsi una per riscattarsi – anzi, prima ancora, per sopravvivere. Ecco allora riproporsi imperiosa la domanda: chi potrà farla, chi potrà farla oggi, questa unità europea? Non potranno certo farla le forze politico-economiche oggi al potere – legate come sono a filo doppio ai vertici americani e sionisti, integrate come sono a quella rete mondiale di interessi economici e ideologici che potrebbe al massimo vedere l’unificazione europea come una tappa, come un gradino verso l’unificazione mondialista, vale a dire verso un unico governo mondiale che, dietro la maschera dell’Onu, avrebbe come braccio gli Stati Uniti d’America e, come mente, la Trilateral Commission, o il Council on Foreign Relations, o il Federal Reserve System, o la Banca Mondiale. Ed ecco allora comparire qui la seconda grande truffa – dopo quella dell’Occidente – il secondo grande inganno: il mito mondialista, o, meglio ancora, il mito del cosiddetto «nuovo ordine mondiale». Inganno e truffa perché non certo di un ordine si tratterebbe – fondato su di una paritetica rappresentanza dei popoli a ricercare insieme pacifica convivenza e più giusta distribuzione delle risorse nella sicurezza e nella libertà di tutti – ma al contrario di una dispotica tirannia (…) degli unici o, quantomeno, dei massimi detentori di ricchezze monetarie della Terra: la grande finanza bancaria cosmopolita. Una tirannia dispotica, ma, quel che é peggio – per logica naturale di cose e per esplicita dichiarazione d’intenti – una tirannia massificante e livellatrice. Livellatrice d’identità nazionali – quindi di culture, di memorie storiche, di tradizioni, di costumi – e spietato rullo compressore delle libertà politiche dei popoli, di tutti i popoli.

Bisogna allora che i Popoli europei siano in grado di badare a se stessi. Che siano in grado di produrre da sé quanto loro abbisogna, di contare sul risparmio interno per i necessari investimenti produttivi, e soprattutto siano in grado di difendere – se necessario con le unghie e coi denti – la propria sovranità monetaria. Non esiste altra via. Ma non esiste altra via non solo per i Popoli di un’Europa unificata di domani: non esiste altra via per qualunque grande entità statale contemporanea che, oltre che garantirsi la autosufficienza e quindi l’indipendenza, intenda tentare, intenda sognare di affrontare e sciogliere quel grande, quel tragico, quell’ineludibile nodo della nostra epoca che é rappresentato dalla cronica instabilità economica tipica del sistema attuale. Quella instabilità economica che genera le crisi ricorrenti, la disoccupazione endemica, i grandi fenomeni migratori di braccia a basso prezzo, le grandi sacche di disuguaglianza e di miseria, e quindi la conflittualità sociale, e quindi il disordine civile, e quindi il degrado civile – fenomeni tutti tipici del sistema attuale. L’unica via é quella di un’economia di mercato vasta quanto vasta é l’estensione territoriale di un grande Stato, e libera, certo, ma sempre entro la cornice di un controllo e di una programmazione da parte delle forze politiche e delle forze produttive inserite nello Stato, allo scopo e al fine di garantire e mantenere sempre l’equilibrio – oserei dire l’armonica proporzione – fra emissione monetaria, grandi investimenti, grande produzione, piena occupazione, salari, consumi e risparmio. Ecco la via attraverso la quale si può giungere, oltre che all’autosufficienza e quindi all’indipendenza, alla stabilità economica sulla quale si può costruire quella giustizia sociale, e quindi quella stabilità sociale che é, a sua volta, la premessa imprescindibile di ogni ordinamento politico superiore – di ogni ordinamento politico, vale a dire, che sia capace non soltanto di garantire ai propri popoli il soddisfacimento dei cosiddetti «bisogni primari», ma sia capace anche di guardare a quelle esigenze esistenziali di ordine spirituale che salgono prepotenti dal profondo della natura umana: l’esigenza del giusto, certo, ma anche quella del bello, del nobile, e – perché no, nel solco di una tradizione civile europea? – l’esigenza del poetico nella vita degli individui come in quella dei popoli, senza di che non vi é Civiltà. Ma se questa é la via che può condurre all’autosufficienza economica e quindi all’indipendenza politica, alla stabilità sociale e quindi alla civiltà, noi dobbiamo essere ben consapevoli che questa é anche una via che conduce, necessariamente, fuori dei confini del sistema attuale; giacché é evidente, giacché é chiaro che non serve – e sempre meno servirà in futuro, col progressivo accumularsi ed aggravarsi dei problemi – il tentare di rappezzare o di medicare le cose dall’interno del sistema. Quello che serve é una soluzione radicale, che si rifaccia al primato della politica sull’economia, e soprattutto al primato dell’interesse generale su quelli settoriali e su quelli individuali. Altrettanto chiaro, però, é che nessun tentativo d’imboccare e percorrere una strada come questa potrà essere anche solo ipotizzato nell’ambito di una piccola e isolata comunità nazionale. Solo grandi blocchi – blocchi di uomini e di risorse, quindi blocchi di popoli – possono tentare, possono sognare di affrontare e sciogliere nodi di questa portata. Un unico, immenso e cosiddetto libero mercato mondiale altro non sarebbe che un unico, immenso e definitivo cimitero delle libertà politiche dei popoli. E libertà, libertà assoluta e totale del mercato significa libertà solo per la grande speculazione e per la grande Usura.

Un’Europa non dei vecchi Stati nazionali, destinati a sparire – e, guardate, destinati comunque a sparire, giacché quelli fra gli Stati europei che, per avventura o per disavventura, scegliessero di negarsi alla integrazione e di persistere nell’isolamento, sarebbero fatalmente condannati, anzi, lo sono fin da oggi, a finire tutti uno per uno, come pesci piccoli, nelle fauci della balena mondialista – un’Europa allora non dei vecchi Stati nazionali, ma un’Europa delle etnie. Un’Europa federativa delle regioni, delle provincie, delle realtà locali. Dovunque esista una specificità – linguistica, storica, culturale, religiosa – lì dovrà esistere un’autonomia, garantita, tutelata, coltivata. Ecco, questa la possibile intelaiatura strutturale di un’Europa unificata di domani. Quanto alle più specifiche connotazioni politiche dei suoi ordinamenti, stringendo all’essenziale noi ci limiteremo qui a dire che dovrà trattarsi di un’Europa in cui, fatta salva la libertà di proprietà privata individuale e familiare, fatte salve le libertà imprenditoriali e commerciali, la grande produzione non sia più abbandonata, come oggi avviene nel sistema attuale, alla prevaricazione e al ricatto dei grandi investitori planetari – degli imperatori della finanza bancaria cosmopolita – ma sia protetta dallo Stato entro i confini dello Stato.

Siete voi, gioventù d’Europa, gioventù di tutta Europa, che dovete oggi alzare il grido di battaglia, serrare i ranghi, scegliervi dei capi, e inondare le piazze e i vicoli di questa Terra antica dal nuovo destino. Inondarla delle vostre bandiere. Studiate, leggete, pensate, discutete, parlate. Parlate della Patria europea. Predicate la Patria europea. Vivete la Patria europea, nei vincoli di fratellanza e di cameratismo che andrete a stringere per tutte le distanze di questo Continente. Entro pochi anni voi sarete tanti. E allora sarà difficile fermarvi. Soprattutto se ricorderete sempre quello che siete: gli eredi di una grande, di una millenaria, di una inimitabile civiltà. E se sempre resterete legati e uniti come alberi di una stessa foresta come onde di uno stesso fiume come gocce di uno stesso sangue. E abbandonate il costume borghese. Abbandonate il castrante rituale dei festival, delle discoteche, delle vacanze borghesi di massa. Che il tempo libero sia per voi, sempre, tempo di milizia. Tempo per incontrarvi, per conoscervi, per temprare i legami di affetto e di ideale. E andate a portare il vostro danaro dove i fratelli sono più poveri. Imparate ad amarli, imparatene le lingue e, insieme, pensate canzoni da gettare al vento e bandiere da levare nel sole. E cercate donne che vi dian tanti figli. Ecco la vostra battaglia!

Entro pochi anni, voi sarete tanti. E allora sarà difficile fermarvi. Soprattutto se ricorderete sempre quello che siete: i figli, gli eredi di una grande, di una millenaria, di una inimitabile Civiltà. E se saprete sempre restare legati e uniti come lo sono gli alberi di una stessa foresta, le onde di uno stesso fiume, le gocce di uno stesso sangue. E se sempre, dentro di voi, saprete coltivare lo spirito e la memoria dei Padri.

Viva l’Europa!

ANGELO GALLUZZI

FONTE: https://www.ordinefuturo.it/2020/04/09/europa-patria-nostra/

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