EUROPANAZIONE

ESTERI E GEOPOLITICA

L’EUROPA E LA QUESTIONE ENERGETICA, TRA INTERESSI NAZIONALI E MULTINAZIONALI

DI GIAN PIERO JOIME

1. Lo scenario energetico

Lo scenario energetico globale sta attraversando una fase di profondi mutamenti: la crescita della domanda, e del potere d’acquisto, di energia dei paesi asiatici, in particolare di  Cina e India, che sta modificando i flussi delle materie prime energetiche; la  crescente quota dell’elettricità nell’offerta energetica,  anche per le funzioni d’uso relative al termico e alla mobilita’; il grande sviluppo  delle fonti rinnovabili,  in particolare solare, idroelettrico, eolico, nel sistema  dell’offerta energetica mondiale e il conseguente avvento  di nuovi modelli di produzione e consumo, ovvero della cosiddetta generazione distribuita, costituita da un insieme di isole energetiche autonome e interconnesse.

E ancora,  tra le fonti fossili, condizionate dal loro progressivo esaurimento e dai loro effetti sul cambiamento climatico,  la costante crescita dell’importanza del gas, grazie allo sviluppo di gasdotti e gazificatori, la resistenza del petrolio, nonostante il picco e la crescita dei costi di estrazione, e il  declino del carbone, almeno nei mercati occidentali.

E infine la forte dipendenza delle fonti rinnovabili dalle tecnologie informatiche e elettrotecniche, concentrate in poche grandi imprese e in altrettanti pochi centri di eccellenza, e dalle materie prime necessarie per la produzione delle componenti, concentrate in pochi paesi africani e oggi controllate soprattutto da imprese cinesi.

L’insieme di queste tendenze costituisce la base per una transizione epocale ,  dalla generazione del  carbone alla generazione del sole, dallo stock al flusso, e determina  una   rivoluzione nelle strutture e nelle dinamiche del sistema energetico, e quindi economico, ovvero un progressivo passaggio da un modello energetico-industriale basato sulle fonti fossili, dove il fattore chiave di successo e’ la proprietà dei giacimenti, a un modello con anche un  consistente posizionamento strategico delle fonti rinnovabili,  dove il fattore chiave di successo è l’innovazione per la realizzazione di tecnologie – pale eoliche, pannelli fotovoltaici, smart grid e batterie – sempre più competitive.

La prospettiva della transizione energetica sembra particolarmente favorevole per quelle aree, come il continente europeo, da sempre molto dipendenti dalle importazioni di fonti energetiche fossili e potenzialmente ricche di capacità industriale e di spinte innovative, aprendo la strada ad una maggiore  autonomia energetica.

2.  L’Europa e la dipendenza energetica

L’Unione europea si colloca al terzo posto nella classifica internazionale dei maggiori consumatori di energia, dopo la Cina al primo posto  e gli Stati Unti al secondo, ed  è  sempre stata dipendente dall’importazione di energia, soprattutto  di petrolio e di gas, e da parte di  pochi  paesi, tra i quali dominano  la Russia e   i paesi del Medio Oriente.

Per  quanto riguarda la ripartizione tra le fonti di energia primaria utilizzate, la UE presenta un mix piuttosto differenziato, basato per il 32% sul petrolio, il 24% sul gas naturale, il 18% sui combustibili solidi (carbone, lignite e torba), il 14% sul nucleare e il 12% sulle rinnovabili. Nonostante la prevista diminuzione della domanda interna e la crescita dell’offerta locale di energia da fonti rinnovabili,  l’ import mix non cambierà  sostanzialmente nei prossimi anni, proprio a causa della scarsità di risorse negli Stati membri. Tutto a favore della Russia, che non domina solo l’offera del gas europeo, ma anche  del  petrolio: viene infatti da Mosca oltre un terzo (35%) di tutto il greggio importato in Europa, quasi l’85% del suo fabbisogno .

Questo sbilanciamento tra offerta e domanda interna, dato dalla scarsa dotazione di combustibili fossili,  ha fatto dunque  dell’Europa un significativo importatore netto di energia,  dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi. A partire dagli anni Novanta il progressivo esaurimento dei giacimenti d’idrocarburi scoperti tra gli anni Sessanta e Ottanta nel Mare del Nord e in altre parti del continente, Italia compresa, unitamente al minore sfruttamento delle miniere di carbone non più economicamente profittevoli in Germania e altrove, ha fatto sì che la produzione di energia primaria nella UE si riducesse significativamente. E così le importazioni di petrolio mostrano una  dipendenza dall’estero cresciuta negli ultimi anni e ormai collocata tra l’87 e l’89%, dopo essere stata inferiore al 75% alla metà degli anni Novanta:  petrolio importato da  Russia (34%), Norvegia (11%), l’Arabia Saudita (9%),  Nigeria e  Libia (entrambi con l’8%).  La UE a 28 risulta molto dipendente anche dalle importazioni di gas naturale,  pari al 28% delle importazioni nette di energia. Anche in questo caso si nota la notevole crescita dell’indice  di dipendenza, ora intorno al 68% visto che alla metà degli anni Novanta era  circa del 43%. Relativamente più concentrata rispetto al caso del petrolio è anche l’offerta, con la Federazione russa che copre  circa il 32% delle importazioni, seguita dalla Norvegia (31%) e dall’Algeria (13%). Rilevanti sono anche i flussi da Qatar, Nigeria e Libia. A differenza del petrolio, nel caso del gas gli approvvigionamenti avvengono soprattutto tramite gasdotti, mentre il ruolo del gas naturale liquefatto (Gnl) importato tramite navi è andato riducendosi molto negli ultimi anni,  a causa della forte concorrenza di prezzo esercitata da parte degli acquirenti asiatici. Tale modalità di approvvigionamento, unita alle scarse interconnessioni fra le reti nazionali, e alle formule contrattuali oggi prevalentemente in uso, fa sì che per molti Stati membri le importazioni provengano da un solo paese (tipico è il caso delle importazioni dalla Russia per i paesi dell’Est Europa), con evidenti ricadute negative in termini di sicurezza .

La domanda di gas naturale in Europa sta crescendo a ritmo serrato ed è destinata ad accelerare entro i prossimi  anni. A svolgere un ruolo importante nell’accelerazione dell’Europa verso il gas ha contribuito la la  direttiva  sulle emissioni industriali del 2010, che fissa i requisiti di efficienza e i limiti di emissione per le centrali elettriche. Si prevede che nei prossimi  anni tali limiti metteranno effettivamente al bando tutte le centrali a carbone ad eccezione di quelle più pulite, a favore del gas. Sebbene il carbone rappresenti ad oggi il 18% dell’approvvigionamento energetico dell’Unione europea, l’Oxford Institute prevede che la decisione di eliminare gradualmente il carbone in diversi paesi, tra cui Francia (entro il 2022), Germania e Italia  (entro il 2025), rivoluzionerà il settore nel giro di poco tempo. Naturalmente, una maggiore dipendenza dal gas, a scapito di carbone e nucleare, richiederà un maggiore import di gas, soprattutto dai fornitori storici,  Norvegia e Russia, che già attualmente garantisce un terzo degli approvvigionamenti. La Polonia, che utilizza ancora poco gas e dipende in larga misura dal carbone di produzione nazionale, teme per la sua sicurezza energetica e si oppone alla tendenza dell’Unione europea di voler favorire il gas, ed e’ infatti stata anche la principale oppositrice al Nord Stream 2, il nuovo gasdotto   Progettato  dalla Russia per rifornire la Germania attraverso il Mar Baltico. Il progetto, voluto dalla Russia e dalla Germania, ha sollevato le proteste di alcuni paesi UE dell’est europeo che temono di essere superati e dell’Italia. Di fatto il North stream significa una illimitata offerta di energia russa alla macchina industriale tedesca.

3. L’irresistibile attrazione orientale delle fonti fossili e la solitudine europea

Se si guarda allo  scenario di riferimento della International Energy Agency (Iea), tra il 2012 e il 2030 il consumo di energia in Europa dovrebbe calare di 90 Mtep, mentre a livello mondiale si dovrebbe registrare un aumento di circa 3.300 Mtep, per lo più concentrato nell’area Asia-Pacifico, che progressivamente diventa il centro del consumo mondiale di energia e il perno attorno a cui ruotano quote crescenti del commercio internazionale di fonti energetiche. In questo intervallo di tempo la UE continua a importare molta energia e a pagare circa 530 miliardi di dollari all’anno; tuttavia, se nel 2012 questa cifra equivaleva grosso modo al 25% della spesa per importazioni di tutti i paesi importatori netti di energia, nel 2030 tale valore è stimato scendere al di sotto del 19%.

Lo spostamento del baricentro del commercio internazionale verso oriente è particolarmente evidente nel caso del petrolio e del carbone. Per quanto riguarda il petrolio greggio, già oggi circa la metà dei flussi internazionali di greggio ha come destinazione l’area Asia-Pacifico e secondo la Iea attorno al 2030 questa quota salirà ulteriormente, arrivando addirittura a circa il 70% nel 2040.

Ciò significa che nel 2040 l’Asia importerà circa 29 milioni di barili di petrolio al giorno, a fronte dei circa 8 milioni di barili di petrolio al giorno che invece importerà la UE. Questo aumento dovrebbe essere tale da ridurre non solo la capacità di esportazione dei produttori mediorientali, già oggi principali fornitori dei consumatori asiatici, ma richiedere addirittura la parziale deviazione dei flussi d’esportazione dalla Russia e dall’America, sia del Nord che del Sud, verso l’Oceano Pacifico e l’Asia meridionale.

Analogo il destino previsto per il mercato del carbone: le importazioni nette della UE sono stimate diminuire tra il 2012 e il 2030 di quasi il 20%, arrivando a rappresentare per quella data meno del 15% della domanda mondiale d’importazioni.

Parzialmente diverso il caso del gas naturale, dove è previsto che la UE mantenga il suo primato di maggiore importatore mondiale. Tuttavia, è ragionevole aspettarsi che nei prossimi anni alcuni produttori scelgano d’investire maggiormente nei giacimenti e nelle infrastrutture di trasporto necessarie a coprire i crescenti consumi asiatici, cinesi in primo luogo, piuttosto che la stagnante domanda europea. In questa prospettiva, è plausibile che la Russia e i paesi dell’area caspica continuino a spostare la loro attenzione verso oriente, potenziando la capacità di produzione e i gasdotti in funzione cinese anziché europea. Anche per quanto riguarda il Gnl, è probabile che la domanda resti forte nell’area del Pacifico, Corea e Giappone,  e che lo sbocco rappresentato dai mercati europei rimanga poco interessante per i paesi produttori, salvo forse quelli più prossimi alle coste europee.

Dunque, nel corso dei prossimi anni i cambiamenti in atto e quelli che seguiranno all’accordo sul quadro energia-clima al 2030,  ridimensioneranno e non poco il peso del mercato europeo nello scenario mondiale  delle fonti fossili, tanto che i prezzi e i flussi commerciali delle fonti saranno sempre più determinati dalle dinamiche proprie dei grandi consumatori asiatici, con uno spostamento della strategia  energetica europea verso la ricerca della leadership nelle rinnovabili.

D’altra parte basta pensare  alla recentissima “guerra del petrolio” , ovvero alla durissima competizione sul prezzo del greggio, che ha visto una battaglia economica durissima tra i principali paesi produttori Arabia Saudita, Russia e Cina per verificare il ruolo marginale del continente europeo.

4. L’Europa, l’ opzione dell’energia rinnovabile e la ricerca del primato ecologico

Dunque la centralità del continente europeo nel mercato globale dell’energia sembra diminuire, così come la forza contrattuale nei confronti dei grandi fornitori di gas e petrolio:  in questo senso la scelta europea per lo sviluppo delle energie  rinnovabili e dell’efficienza energetica appare come un necessario riposizionamento competitivo, per la ricerca della leadership dell”energia carbon free.

La promozione delle energie rinnovabili ha per l’Unione Europea un ruolo molto importante, sia riguardo alla  riduzione  della dipendenza dall’estero, sia per l’adeguamento, e l’orientamento, ai  trattati internazionali, adottando misure efficaci in rapporto alla lotta contro il cambiamento climatico.

La crescita delle rinnovabili in Europa e’ strettamente legata alla politica ambientale dell’Unione europea e alla ricerca di un posizionamento di guida globale nelle lotta al cambiamento climatico. L’UE ha così sviluppato norme ambientali fra le più rigorose al mondo con programmi  d’azione che investono  sia le istituzioni dell’UE che i governi nazionali, definendo inoltre le strategie competitive delle imprese.

Quindi a  fronte della crescente  dipendenza dalle importazioni di fonti energetiche fossili, e dei cambiamenti negli equilibri dello scenario energetico, negli ultimi anni si assiste in Europa ad una rapida crescita delle rinnovabili domestiche, specie per il settore elettrico. Nel 2017   per la prima volta la produzione europea  di elettricità da fonti rinnovabili , 679 terawattora , ha superato quella proveniente dal carbone, che scende a 669 terawattora. Si tratta di grandi progressi, considerando che solo cinque anni fa la produzione da carbone era più del doppio di quella di eolico, solare e biomassa.  In un solo anno (2016-2017), la crescita nella produzione elettrica è aumentata di 72 terawattora, l’eolico ha visto un’impennata del 19 per cento grazie agli ingenti investimenti. Il fotovoltaico  in tre anni (2014-2017) ha contribuito alla crescita delle rinnovabili in Europa  per un 14 per cento.

Lo sviluppo del settore delle rinnovabili e’ stato dunque trainato dalla legislazione ambientale: ad esempio nel gennaio 2007 dalla decisione di  politica energetica basata  sull’ obiettivo  di ridurre del 30% le emissioni di gas serra dal 2007 al 2020, rispetto ai livelli del 1990.  A questa decisione seguì la presentazione di un piano di intervento, che combinava le azioni intraprese per il rilancio della politica energetica comunitaria con le azioni adottate per contrastare i cambiamenti climatici. Piano d’intervento, appunto,  in cui la Commissione, per ridurre le emissioni di gas serra, si concentrò in modo particolare sull’efficienza energetica e sulle fonti energetiche rinnovabili. Nell’ambito del piano di intervento la Commissione stabilì che entro il 2020 la  quota delle energie rinnovabili  nel mix complessivo dell’Unione Europea doveva essere del 20%, obiettivo che per essere raggiunto richiedeva un grande impegno da parte di tutti gli Stati Membri. A questo piano di intervento seguì la decisione del Consiglio Europeo che definì una politica energetica dell’Unione Europea incentrata su tre obiettivi principali, riuniti nel “Pacchetto Clima-Energia” o “Pacchetto 20-20-20”: riduzione delle emissioni di gas serra  rispetto ai livelli del 1990 del 20%; 20% di consumi energetici finali da energie rinnovabili nel 2020; risparmio del 20% dei consumi di energia entro il 2020 rispetto allo scenario baseline. .

La spinta legislativa e culturale, abbinata all’evoluzione tecnologica dei sistemi e alla riduzione dei costi delle componenti, hanno certamente contribuito alla rapida crescita del mercato europeo delle fonti rinnovabili: infatti, secondo  le stime dell’Agenzia europea, le energie rinnovabili hanno rappresentato l’86% della nuova capacità di produzione di energia elettrica dell’UE nel 2016. A livello mondiale, dove la cifra è di circa il 62%, l’Unione europea occupa dunque una posizione di leader nella capacità pro capite di energia rinnovabile.

La relazione dell’Agenzia europea mostra però che l’uso di fonti rinnovabili varia ampiamente in base al paese e al settore di mercato, segno piuttosto evidente che le direzioni normative non hanno ancora determinato direzioni unitarie e che le politiche energetiche sono ancora una questione prevalentemente nazionale, quando non regionale, e soprattutto industriale. Si va da oltre il 30% in Austria, Danimarca, Finlandia, Lettonia e Svezia, al 20% per l’Italia,  a meno del 9% in Belgio, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi e Regno Unito.

I paesi dell’Unione europea potrebbero rappresentare dunque una grande  potenza mondiale nell’ambito dello sviluppo ed impiego dell’energia rinnovabile, in una logica di riposizionamento competitivo diretto non solo alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, e quindi a stabilire il primato ecologico del continente europeo, ma anche  a diversificare l’approvvigionamento energetico e quindi  ridurre la dipendenza dai mercati volatili e inaffidabili dei combustibili fossili, in particolare del petrolio e del gas, e conseguentemente a rafforzare la posizione contrattuale.

Con il recente progetto  del Green New Deal,  l’unione Europea si pone l’obiettivo di posizionarsi come il primo continente al mondo ad impatto climatico zero entro il 2050,  attraverso una roadmap che prevede l’aumento degli obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra al 2030 dall’attuale 40 al 50-55% , e la mobilitazione di investimenti pubblici e privati per clima e ambiente. Il Green New Deal europeo non riguarda solo l’emergenza climatica, ma prende in considerazione tutti i settori dell’economia, in particolare i trasporti, l’energia, l’agricoltura, l’edilizia e settori industriali quali l’acciaio, il cemento, le TIC, i prodotti tessili le sostanze chimiche. Per conseguire gli obiettivi in materia di clima ed energia attualmente previsti per il 2030 si stima che occorreranno investimenti supplementari annui dell’ammontare di 260 miliardi di euro, pari a circa l’1,5 % del PIL del 2018, per i quali sarà necessaria la mobilitazione dei settori pubblico e privato: almeno il 25 % del bilancio a lungo termine dell’UE dovrebbe essere destinato all’azione per il clima; la Banca europea per gli investimenti, la banca europea per il clima, fornirà ulteriore sostegno. Per venire incontro agli Stati Membri in difficoltà e far sì che la lotta contro i cambiamenti climatici e il degrado ambientale sia un impegno comune, verrà utilizzato un meccanismo per una transizione  che dovrà sostenere le regioni che dipendono fortemente da attività ad alta intensità di carbonio, garantendo l’accesso a programmi di riqualificazione e a opportunità lavorative in nuovi settori economici.

Dunque si può dire che la strategia energetica europea mira con decisione a posizionare il continente come avanguardia mondiale della transizione energetica e della sostenibilità ambientale, anche provando nella difficile impresa di unificare le spesso contrastanti politiche energetiche dei diversi Stati membri, tramite politiche basate sullo  sviluppo delle tecnologie basate sulle energie rinnovabili.

I rapidi mutamenti degli ultimi anni dipendono tuttavia molto anche dalle scelte politiche prese a livello europeo e nazionale; e anche dalle direzioni strategiche delle grandi imprese europee – tra le quali Enel ed Eni, E-On e Rwe, Edf, Endesa – non sempre in linea con le linee guida istituzionali.

Ed e’ proprio quest’ultimo punto a dover essere chiarito. Abbiamo detto che per ridurre la dipendenza energetica dalle fonti tradizionali e per contribuire alla lotta al cambiamento climatico, l’Europa, in particolare tramite il citato Green New Deal, intende posizionarsi come avanguardia della transizione energetica, trainando stati membri e imprese nazionali verso la grande trasformazione della green economy. Tutto questo non può però prescindere dallo sviluppo di un settore industriale endogeno, in grado di produrre sistemi e componenti della catena del valore delle rinnovabili e delle auto elettriche. Infatti se la transizione energetica si realizzerà  con innovazioni, sistemi e componenti cinesi, giapponesi, americani, allora  si tratterà solo di una transizione della dipendenza, dal petrolio al litio.

E se la nascita di una nuova filiera delle energie rinnovabili filiera appare complessa a livello nazionale, ancor più problematica sembra una concreta integrazione industriale e armonizzazione politica  a livello europeo, data la storica concorrenza tra Stati membri  e  tra le diverse e agguerrite imprese nazionali.

PROF. GIAN PIERO JOIME

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