EUROPANAZIONE

POLITICA

GRAMSCI: IL PESO DEGLI INFLUSSI STRANIERI

FONTE: https://internettuale.net/3814/politica-8-gramsci-il-peso-degli-influssi-stranieri

«Quale pressione hanno esercitato gli interessi e gli agenti stranieri nella determinazione e nello svolgimento della crisi parlamentare italiana, oggi solo provvisoriamente e malamente conclusa? A questo proposito, come è facile comprendere, è dato a noi disporre solo di indizi molto vaghi e generici…». Non è uno dei tanti dietrologi a tanto al chilo; è nientepopodimenoche Antonio Gramsci, uno dei fondatori nel 1921 del Partito comunista. Il periodo l’ho copiato da un articolo del 4 marzo 1922 pubblicato su “L’Ordine Nuovo” (il giornale da lui fondato quattro anni prima).

Perché gli interessi stranieri trovano sempre italiani pronti a servirli? «A parte gli episodi di corruzione individuale – scriveva Gramsci – la quistione degli influssi stranieri in Italia è la quistione fondamentale della nostra vita politica». E faceva l’esempio della Francia che, come qualcuno sa ebbe un ruolo “costruttivo” per Benito Mussolini.

Spiegava Gramsci: «La Francia, dove i latifondisti conservano una maggiore potenza politica, diventa il centro reazionario mondiale. I conservatori di tutti i paesi si orientano verso la Francia e ne ricevono gli ordini. In Italia questa soggezione, per la maggior depressione generale del paese e per la maggior vigliaccheria delle classi di governo, si manifesta in forme più brutali».

Il meccanismo della “lotta di classe” mutuato da Marx-Engels veniva da Gramsci tradotto così: «Tutta la struttura intima dello Stato italiano ha subito e continua a subire un intenso processo di trasformazione organica, i cui risultati… normali non sono ancora prevedibili con esattezza, eccettuato uno: cambieranno le conventicole dirigenti, cambierà il personale amministrativo, il potere di Stato cadrà completamente in altre mani da quelle tradizionali…».

«Nun c’è bisogno ‘a zingara…»: canta una classica canzone napoletana (Comme facette mammeta), per indovinare come fece mammà a farti tanto bella. Allo stesso modo, si può prevedere cosa accadrà dopo il periodo di detenzione che le italiche genti hanno in maggioranza accettato per naturale istinto di conservazione. Il consenso elettorale che Giuseppe Conte sta ammucchiando in attesa di capitalizzazione; la ridistribuzione delle quote all’interno del centrodestra; la “purificazione” subita dai Cinquestelle arrivati troppo presto (per loro e per il Pd) al governo; la resurrezione che il partito erede di due grandi partiti (Pci e Dc) sta provando a fare dopo il “Lazzaro, alzati e cammina” ordinato all’Emilia-Romagna e, non da ultimo, la più forte dipendenza dallo Stato, che Covid-19 ha imposto al mondo dell’imprenditoria, sono tutti fattori di cambiamento. In quale direzione? Gli antieuro&associati non ci sperino: l’Europa è tornata ad essere la vacca che dà latte in abbondanza e non ci sarà più motivo di contestarla. Qualche gridolino lo udremo ancora a proposito della distribuzione del latte (a chi più a chi meno etc.), ma l’Ue festeggerà le adesioni di Albania e Macedonia del Nord.

«Corrotto fino alle midolla – scriveva Gramsci – asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno». Più o meno siamo lì.

Secondo Antonio Gramsci, «…politicamente le grandi masse non esistono se non inquadrate nei partiti politici: i mutamenti d’opinione che si verificano nelle masse sotto la spinta delle forze economiche determinanti vengono interpretati dai partiti, che si scindono prima in tendenze, per poi scindersi in una molteplicità di nuovi partiti organici: attraverso questo processo di disarticolazione, di neoassociazione, di fusione tra gli omogenei si rivela un più profondo ed intimo processo di decomposizione della società democratica..».

Un’ultima annotazione gramsciana pare sia indirizzata ai “duri e puri” di alcuni gruppi esterni al Parlamento. Lui ce l’aveva con i “massimalisti”. Mutatis mutandis, qualche somiglianza contemporanea è evidente.

«I cosiddetti massimalisti unitari, con quella ignoranza della storia sociale del loro paese che sempre li ha distinti, credettero invece che il tenere imprigionate in una formazione di partito verbalmente rivoluzionaria le tendenze collaborazioniste, fosse sufficiente per evitare che il fatto storico si compiesse. (…) essi si rifiutarono sempre, con una cocciutaggine da muli bendati, di riconoscere che tutta la storia italiana, per i suoi presupposti peculiari e per il modo con cui si era costituito lo Stato unitario, dovesse necessariamente condurre alla collaborazione».

Ma di questo se ne potrebbe parlare in un’altra nota.

GIUSEPPE SPEZZAFERRO

FONTE: https://internettuale.net/3814/politica-8-gramsci-il-peso-degli-influssi-stranieri

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