EUROPANAZIONE

ESTERI E GEOPOLITICA

PER UNA POLITICA MILITARE EUROPEA DI SUPERPOTENZA

L’Europa è ancora, nettamente,  la seconda potenza militare mondiale. L’interesse piccolo-nazionalista che si addensa attorno alle cose militari, però, spesso ci impedisce di accorgercene.
Non c’è sigla o partito di ispirazione vetero-nazionalista che oggi, in Europa, non chieda un aumento, anche drastico, delle spese militari destinate alla difesa della nazione di riferimento. Fortunatamente, il target di oggi sembra più la difesa dei confini nazionali dall’invasione migratorio, piuttosto che dalle mire espansionistiche del vicino, ma la storia ci insegna quanto pericolosa sia la visione piccolo-nazionalista collocata in contesti di prolungate crisi internazionali.

Nella lotta tra grandi spazi innescatasi nel mondo tra il Nordamerica, la Russia, la Cina ed il sub-continente indiano, l’Europa non ha ancora trovato una vocazione ed una propria sfera di influenza che non sia quella di testa di ponte del mondo “occidentale” al servizio, militare e culturale, della cosiddetta “civiltà occidentale”. Eppure la potenzialità per cominciare ad attuare, da adesso, una politica di ricollocazione dell’Europa al centro del mondo (Nuovo Ordine Europeo), sussistono già, nell’indifferenza delle nostre èlites politiche ed, ahinoi, metapolitiche. Gli Stati Uniti, potenza ancora di gran lunga egemone, ma in arretramento costante nonostante le velleità del PNAC, appaiono animati, con la nuova presidenza Trump, da una sempre più forte volontà di separazione delle proprie sorti dagli alleati europei, che nella logica dell’amministrazione di Washington sono visti più come palle al piede che non come efficienti, seppur sottomessi, vassalli.
L’Europa potrebbe dunque approfittare per ritagliarsi sempre più spazi nella politica internazionale, per liberarsi, gradualmente, delle catene che la legano all’ “alleato” d’oltreoceano. Stretta dal grande spazio di influenza moscovita ad oriente, il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico ai suoi confini, l’Europa, in una prospettiva unificata, non potrebbe trovare altro sbocco, per la sua influenza ed i suoi interessi in quelli che già furono, storicamente, i suoi sbocchi nei secoli passati: l’Oceano Atlantico ed il continente africano.

La Francia, autonomamente, persegue prospettive franco-africane fin dagli anni sessanta, anni della liquidazione del suo impero coloniale in Africa Occidentale, con risultati magari discutibili sul piano civile, ma indubbiamente molto ben capaci di servire gli interessi della nazione transalpina in quelle aree. Sono state decine gli interventi militari da parte delle Forze Armate francesi negli ultimi trent’anni nelle zone di interesse transalpine in Africa, ed esse sono continuate senza sosta con intensità crescente, a partire dall’intervento armato contro il legittimo governo della Costa d’Avorio nel 2004, all’intervento in Mali del 2013 (Operazione Serval) a quello in Repubblica Centrafricana nel corso dello stesso anno. Il tutto sorvolando su di una lunga serie di interventi di minore intensità, ma non meno geopoliticamente importanti in molti altri stati della francofonia (Congo Brazzaville, Ciad, Comore etc.). La Francia conduce, insomma, una politica di forte presa di posizione nei territori della sua antica sfera coloniale. Se la Francia può dunque dispiegarsi in breve tempo in tutti i teatri bellici del mondo, proviamo a immaginare quale sarebbe il potenziale militare di un’Europa unificata ed animata da una volontà di potenza propria ed indipendente. Gli attuali stati dell’Unione Europea, pur avendo (con l’eccezione dell’Austria) dismesso la leva obbligatoria, costituirebbero attualmente, se uniti in un’unica forza, il secondo esercito del mondo per consistenza numerica con ben un milione e seicentomila uomini sotto le armi, dietro solamente alla Cina e nettamente davanti alla Russia ed all’India.

Gli eserciti dell’UE sono, in materia di spesa, il secondo investitore mondiale dopo gli Stati Uniti, con 311 miliardi USD contro 664 miliardi. La Cina investe nella difesa circa un terzo rispetto all’UE (146 miliardi USD) e la Russia soltanto 66 miliardi. In campo marittimo, le cinque principali marine militari dell’Unione Europea arrivano ad un tonnellaggio quasi doppio rispetto a quello della Royal Navy britannica (705mila contro 367mila) e pari a quello della Marina cinese (708mila tonnellate), rendendo l’Unione Europea la terza flotta mondiale, a breve distanza dalla quella russa (ottocentomila), ma ancora molto indietro rispetto agli Stati Uniti (3 milioni e quattrocentomila).
L’Unione Europea è inoltre seconda al mondo per numero di portaerei (tre: due italiane, la Garibaldi e la Cavour, e la francese Charles de Gaulle), e questo permetterebbe, in linea teorica, di schierare contemporaneamente una portaerei europea in ognuno dei tre principali oceani del globo (Atlantico, Indiano e Pacifico), con un aumento considerevole, se supportato da volontà politica, di influenza geopolitica dell’Europa nello scacchiere mondiale.

A differenza degli Stati Uniti, inoltre, l’Unione Europea possiede molte dipendenze extra-europee, residuati degli immensi imperi coloniali delle potenze del vecchio continente, ma ancora parte effettiva e riconosciuta degli stati europei colonizzatori. Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, ma soprattutto Francia, possono contribuire in maniera determinante, attraverso le loro dipendenze e colonie, a fornire basi d’appoggio ad una Marina Militare Europea (da dividersi in tre flotte: atlantica, asiatica e pacifica), senza passare per lunghe ed onerose trattative che spesso gli USA sono costretti a portare avanti trattando con governi terzi. Ne consegue che il progetto sarebbe attuabile da subito, dal momento che ve ne fosse una volontà condivisa, senza passare dal parere degli stati del terzo mondo. Le basi europee, situate tutte su territori sovrani europei, debitamente collegati da apposite rotte militari strategiche da tenere in funzione sul modello delle rotte dei bombardieri aerei strategici, fungerebbero così da catena in grado, potenzialmente, di stringere in un cappio i principali areali di scambio di merci del mondo, vale a dire il Nord-Atlantico (rotte USA – Europa) ed il Nord Pacifico (rotte USA – Cina). Tale scenario, oltre a scardinare la secolare e vetusta Dottrina Monroe, metterebbe in seria difficoltà la potenza talassocratica statunitense, sia nei suoi rapporti col suo partner privilegiato nel vecchio continente, la Gran Bretagna, sia con la Cina. Di concerto a ciò, accordi stretti a livello paritario con la Russia, con il riconoscimento di specifiche e rispettive zone di influenza, avvicinerebbe le materie prime dello spazio russo al know-how europeo, e finirebbe, a tutto interesse dell’Europa, per allontanare la Cina dalla Russia, avendo l’Europa (a quel punto primo alleato della Russia), messo in serio pericoli i profitti cinesi negli Stati Uniti.

Nella mappa è dimostrato chiaramente come sia possibile tracciare una rotta tra le località danesi (Groenlandia) di Upernavik e Godthab (Nuuk) con la dipendenza d’oltremare francese di St. Pierre et Miquelon, al largo della costa canadese di Terranova. Da lì la nostra linea, per ora immaginaria, prosegue per la dipendenza francese di Guadalupa, per poi proseguire ancora verso l’isola, amministrata dall’Olanda, di Aruba, di fronte alle coste del Venezuela, proseguendo poi per la Guyana Francese, portando così l’Europa ad avere la capacità potenziale di aumentare sensibilmente la sua influenza nella maggior area di scambio navale commerciale del globo. Dalla Guyana si torna alle spagnole Isole Canarie, vera e propria base europea protesa verso l’Africa Occidentale, virando poi verso la portoghese Madeira e le enclavi spagnole nella costa mediterranea marocchina di Ceuta e Melilla. Tali enclavi, oltre a costituire uno strumento di influenza geopolitica interessante sul Maghreb, andrebbero a bilanciare la presenza britannica a Gibilterra. La rotta proseguirebbe poi per Malta e per Cipro (anche qui bilanciando la secolare presenza britannica). Attualmente la Royal Navy è ancora la prima forza navale nel Mediterraneo. L’unificazione delle marine europee, la condannerebbe ad un ruolo finalmente subalterno, se non all’espulsione dal Mare Nostrum. Attraverso Suez, la rotta proseguirebbe poi per Gibuti, stato indipendente del Corno d’Africa, ma sostanzialmente controllato dalla Francia, che vi mantiene (assieme all’Italia, cosa poco nota) un forte contingente militare ed una base navale. Da qui sarebbe rapido collegarsi con le dipendeze, sempre francesi di Mayotte, a metà tra il Madagascar e la costa del Mozambico, e Réunion, importante dipendenza francese in pieno Oceano Indiano. Una presenza di una flotta militare europea stabile in questo settore andrebbe a bilanciare così quella britannica, che usa come base le isole Diego Garcia.

Da qui la rotta proseguirebbe con un lungo tracciato senza scali, via Capo Torres, fino alla città di Nouméa, nella dipendenza Francese della Nuova Caledonia, e collegandosi poi alle altrettanto francesi Isole Wallis e Futuna, con Tahiti e infine con l’atollo Clipperton, avamposto francese al largo della costa pacifica del Messico. Un pesante incremento della presenza europea nel settore del Pacifico porterebbe così a bilanciare la presenza statunitense a Guam, ed a regalare un ruolo geopolitico di primo piano anche all’Europa nell’ambito delle crisi geopolitiche dello scenario estremo-orientale (Isole Senkaku, Isole Spratly, Corea del Nord ecc.). In linea opzionale, sarebbe conveniente per l’Europa l’apertura di rotte militari polari (via Upernavik ed Isole Svalbard), con i porti della Norvegia polare, in modo da assicurare una forte presenza militare europea in uno degli scenari chiave del futuro economico ed energetico del globo. Tali progetti, che possono apparire megalomani nella loro globalità, non tengono invece conto che superpotenze meno attrezzate dell’Europa, come Cina e Russia, stanno già applicandosi alla realizzazione di scenari similari previa accordi con vari paesi del mondo. L’Europa avrebbe inoltre la capacità di proiettarsi negli scenari centrafricani attraverso la lunga tradizione di cooperazione che le potenze ex-colonizzatrici hanno mantenuto con le nazioni ex suddite; un ambito, questo, nel quale l’Italia può dare moltissimo all’Europa, attraverso i suoi forti legami culturali e storici con le ex colonie di Eritrea e Somalia, oltre che con la Libia. L’area dell’ex Africa Orientale Italiana si rivela ancora strategicamente fondamentale per via delle rotte commerciali che vi si accostano, e la presenza di una forte situazione di instabilità, alimentata ad arte dagli USA, nonché il mai sopito problema della pirateria, potrebbero invece aprire scenari interessanti ad un progressiva penetrazione, economica e militare, da parte di Roma in questi settori del continente africano. Similmente, i rapporti del Portogallo con l’Angola, ed in misura minore col Mozambico, sono ancora molto buoni, nonostante la lunga guerra per l’indipendenza. L’Angola in particolare, stato dalle grandi disponibilità petrolifere, soffre da decenni la presenza di guerriglieri indipendentisti (spesso sobillati da occidentali) nell’enclave di Cabinda, alle foci del Congo. Una presenza militare europea a supporto dell’esercito angolano, che andasse schiacciare gli indipendentisti, sarebbe ad esempio un buon incentivo per ottenere dall’Angola spazi commerciali e prezzi di favore per il petrolio che esso estrae.

Anche una collaborazione, solida ed effettiva, in campo strategico, militare e commerciale con l’Argentina, controbilancerebbe l’ingombrante presenza britannica in sud-atlantico (Ascensione, Sant’Elena, Falkland etc.). Con il varo di altre tre portaerei, costo molto alto, ma senza dubbio affrontabile per l’Europa, l’Unione Europea potrebbe schierare due portaerei in ogni scenario potenziale di conflitto in tutti i continenti. Questo andrebbe a diminuire sensibilmente, supportato con lo sforzo diplomatico, il rischio di una continuazione della dottrina americana di “ingerenza umanitaria” in Africa, Medio Oriente ed Estremo Oriente. La Riconquista della quale parliamo, oltre che essere dunque, ideologica ed economica, e nondimeno lessicale e spirituale, deve essere anche militare e geostrategica. Le salde fondamenta gettate dai grandi imperi coloniali europei sono, lo abbiamo visto, ancora in piedi, e aspettano solo che nuove aquile vi si possano installare. Tali fondamenta però non restaureranno alcuna grande heure , se lasciate in balia dei piccoli nazionalismi europei, e rinfocoleranno solamente l’instabilità nella quale i colossi geopolitici mondiali (USA e Cina), prosperano per aumentare la loro influenza, assieme ai pesci piccoli, ma non meno pericolosi, sauditi e wahabiti del Golfo. La potenza militare unificata europea dovrebbe dunque diventare proiezione effettiva e marziale di una Eurosfera che sottraesse gradualmente l’Africa alle grinfie sino-americane, riconfinando queste ultime ai loro settori tradizionali d’influenza: le americhe e l’estremo Oriente. Questa visione di Nuovo Ordine Europeo non dovrebbe dunque collocarsi in uno scenario di neo-colonialismo tout court, ma diventare uno spazio d’influenza europeo in grado di portare avanti il percorso di civilizzazione del continente nero, guarda caso interrotto dalle potenze sovietiche e americane proprio mentre stava cominciando a delinearsi; andando così a delinare, al centro del mondo, un grande spazio di influenza europeo in modo da controbilanciare i blocchi più potenti, e andando a creare così, mediante l’esportazione del’Ordine di Westfalia e la pervicace costruzione di infrastrutture (in cambio di materie prime e presenza militare), un progressivo avanzamento civile delle nazioni africane, anche allo scopo di de-attivare la bomba demografica e migratoria che minaccia da vicino l’esistenza stessa dell’Europa.

L’Europa, col suo bacino di mezzo miliardo di uomini e donne, con le sue vette indiscusse nel campo della ricerca scientifica, e con il suo già illustrato potenziale militare, possiede, già da oggi, tutti i mezzi per portare avanti una seria e formidabile politica imperiale nei mari del mondo. Tale potenza, se sposata al garantismo del Diritto (e non dei diritti) ed alla stabilità che l’Europa, con le sue leggi e la sua cultura sa portare, potrà essere, nel domani, una nuovo strumento al servizio della pace e della stabilità del mondo, diminuendo drasticamente il potenziale destabilizzatore delle multinazionali del dollaro e del Ren Min Bi, e riportando la civiltà dove oggi rimangono solo miseria e disperazione, oltre che nostalgia. Ci occorre soltanto la riconquista dell’orgoglio, la riconquista dei grandi spazi mentali, prima ancora che geopolitici. La ristrettezza di vedute, l’incapacità di pensare oltre i “sacri confini”, o addirittura il campanile, restringono oggi agli occhi dell’Europeo, le potenzialità enormi che il suo continente dormiente potrebbe ancora occupare, e che saranno, se non ci destiamo, prontamente occupate da altri attori ben più agguerriti. La crisi siriana ha dimostrato quanto una guerra alle porte di casa possa diventare una tempesta economica e sociale destinata a travolgerci: la costruzione di un nuovo apparato imperiale di difesa europea può e deve essere la soluzione alla quale, i popoli europei, devono guardare con la stessa fiducia che le famiglie americane guardano la US Army. L’Esercito Europeo deve essere la spada al servizio della stabilità dei popoli del mondo, ma ancor di più alla sicurezza ed al futuro delle famiglie e dei popoli d’Europa. Riconquistando il nostro orgoglio, riconquistando la nostra capacità di sguardo globale, che fece la nostra fortuna quando a suo tempo dominammo il mondo, riporterà l’Europa centro dell’ordine mondiale, e con essa, gli interessi e la felicità delle sue genti.

MARCO MALAGUTI

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