EUROPANAZIONE

POLITICA

UN’IDEA MEDITERRANEA ED EUROPEA

Si tende a considerare il Fascismo come un movimento politico nel quale fu preponderante – per non dire esclusivo – l’aspetto ultranazionalistico.

L’opera di diversi studiosi, seguendo una certa superficiale vulgata, ne ha particolarmente sottolineato tale caratteristica – di cui ovviamente non mettiamo in dubbio la presenza, e che non rifiutiamo – con il risultato di aver ridotto il fenomeno fascista ad un farsesco sciovinismo plebeo fatto di tricolori e marcette. Una caricatura che sembra però aver fatto breccia anche nei cuori e nelle menti dei contemporanei, incapacitandone così ogni possibilità di analisi del reale e di confronto con il mondo moderno.

In realtà all’interno della complessa e multiforme dottrina mussoliniana si fece progressivamente largo una tendenza volta ad “universalizzare” il fascismo, principalmente in chiave europea.

Era questa una tendenza già da tempo presente nella Weltanschauung di Benito Mussolini, sbocciata probabilmente durante le esperienze lavorative e politiche “estere” della gioventù e che forse poggiava su una riscoperta della “Giovine Europa” mazziniana e su una lettura romantica dell’impresa di Fiume – rilettura che vedeva nell’epopea di D’Annunzio il tentativo di creare una sorta di lega dei popoli oppressi – ma che divenne matura e ufficialmente ripresa già dalla fine degli anni Venti, anche grazie al contributo di Asvero Gravelli, che con la rivista Antieuropa, la pubblicazione del libro Panfascismo – editrice “Nuova Europa”, ndr – ed i CAUR, animò notevolmente gli ambienti dottrinari italiani in tale direzione.

L’Europeismo Fascista, dunque, iniziò ad emergere quasi fin da subito e ad essere affermato e propagandato pubblicamente, ad esempio attraverso la citazione mussoliniana “O si realizza l’unità europea nel terreno della ricostruzione economica o la civiltà europea è condannata a spegnersi”, che apparirà fiammeggiante in una sequenza del film “Camicia Nera” del 1933, diretto da Giovacchino Forzano per il decennale della Marcia su Roma.

Quello europeo fu, perciò, un elemento costante nella propaganda del Ventennio, in contraddizione solo apparente con l’altro grande tema della Rivoluzione Fascista, cioè il nazionalismo italiano. 

La “più mediterranea ed europea delle idee”, infatti, pur continuando ad affermare la sua forte impostazione nazionalistica, per affrontare i mutati scenari internazionali e non ghettizzarsi – e quindi scomparire – si propose di attuare una strategia in politica estera di ampio respiro individuando nell’Europa, dopo la rivendicazione coloniale, la propria dimensione continentale. 

In quest’ottica, l’Europa democratica e finanziaria era destinata ad essere sostituita da un’Europa “fascista o fascistizzata”, terza via rispetto al capitalismo americano e al comunismo sovietico. 

Già da metà anni Trenta i dottrinari iniziarono ad auspicare una “federazione pan europea di nazioni fasciste”, e nel 1942 maturerà addirittura l’idea di un “consorzio” europeo di nazioni fasciste unite in un “Regime europeo di unione federale”. Citando Zeev Sternhell, “il Fascismo duro è sempre stato paneuropeo. Il tema dell’unità dell’Europa è già molto importante negli anni 30, ma a condizione che sia una “buona Europa”, non l’Europa dei mercanti, non l’Europa dei finanzieri o dell’internazionale comunista. Un’Europa virile ed eroica”.

Non essendo questa la sede adatta per una digressione “archeologica” sullo slancio continentale dell’Impero Romano, di Carlo Magno, di Federico II, Carlo V e Napoleone – tra l’altro tutte esperienze determinanti anche o almeno in parte, per l’unita d’Italia – e non essendola neanche per un approfondimento sull’europeismo del nazionalsocialismo – altro argomento “eretico” – accenneremo soltanto a come questo fascismo ecumenico, questo Eurofascismo, si sia diffuso in lungo e in largo già prima del 1945, finanche negli ambienti culturali dell’epoca – ad esempio con Junger, Drieu La Rochelle, Celine, Brasillach – per poi divenire il nucleo centrale delle destre radicali – si pensi a Romualdi e Thiriart prima, a Mabire e Venner poi – dal dopoguerra fino all’avvento dell’odierno sovranismo e della critica alla moderna Unione Europea.

Tornando al contemporaneo, dunque, va sottolineata in tal senso la mutazione ideologica di tale ambiente. 

Se è vero che oggi si è in balia di un falso europeismo manipolato dalla finanza mondialista e dalla socialdemocrazia liberale, il cui incesto ha generato un mezzo mostro animato da particolarismi finanziari ed egoismo capitalista, è altresì interessante far notare che l’ultima volta che è stata difesa l’unita europea fu la “destra” a serrare i ranghi. E “a destra” si pianse per i martiri europei come Jan Palach e Alain Escoffier, e sempre “da destra” ci si schierò al fianco dei ragazzi di Buda e si gioì per il crollo del muro di Berlino e la nuova unità germanica – che si sapeva bene non sarebbe stata anticapitalista. 

Anche allora, nei primi decenni del XX secolo come nel dopoguerra, i nemici dell’Europa Nazione erano gli stessi di oggi, ma non si fece confusione scambiando l’Idea con le strutture liberali che la imbrigliavano.

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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