EUROPANAZIONE

ECONOMIA

LO TSUNAMI DEL CORONAVIRUS

Le piccole e medie imprese italiane sono le principali vittime della crisi generata dal coronavirus. Tutto ciò era inevitabile. Si tratta ora di capire se gli stanziamenti del governo saranno capaci di far recuperare il terreno perduto alle nostre pmi. Andiamo con ordine.

Pmi: l’asse portante della nostra economia

Nel sistema economico italiano operano, oltre 3,8 milioni di imprese, di cui circa il 99% è rappresentato dalle cosiddette Piccole e Medie Imprese (imprese che impiegano fino a 250 dipendenti e che fatturano fino a cinquanta mln di Euro). Le pmi hanno un’elevata importanza nel nostro sistema produttivo: contribuiscono in larghissima misura alla formazione del Prodotto Interno Lordo, occupano circa l’80% della forza lavoro totale e giocano un ruolo decisivo sullo sviluppo economico del Paese. Gli ultimi Decreti del Presidente del Consiglio dei ministri che hanno imposto la chiusura di molte attività non solo del terziario, hanno gettato nello sconforto migliaia di imprenditori. I numeri forniti dalle associazioni di categoria ci dicono che, nonostante gli slogan, nulla andrà bene. Vediamo perché.

Il pessimismo delle associazioni di categoria

Cominciamo dall’analisi effettuato dall’ Ufficio Studi di Confcommercio. Secondo l’associazione dei commercianti: il ritorno ad una situazione “normale” a giugno rischia di saltare. Questa previsione ottimistica avrebbe limitato danni: si sarebbe registrato “solo” la perdita di 1 punto di Pil e 18 miliardi di consumi. “Si fa, quindi, più realistica l’ipotesi della riapertura del Paese solo all’inizio di ottobre, con una riduzione dei consumi di oltre 52 miliardi e un calo del Pil di circa il 3%, stime che incorporano anche gli aiuti stanziati con l’ultimo decreto”. “In quest’ultima ipotesi- continua il comunicato- i settori che saranno più colpiti sono: alberghi e ristorazione (-23,4 miliardi di consumi nel 2020), trasporti e acquisto autoveicoli (-16,5 miliardi), cultura e tempo libero (-8,2 miliardi), abbigliamento (-6,6 miliardi)”. Basteranno i fondi che il governo vuole stanziare? Probabilmente, no. Anche perché difficilmente le banche, nonostante i proclami fatti in questi giorni, apriranno i rubinetti del credito. Per questo, secondo Confesercenti: serve un piano choc con risorse rilevanti per far fronte al calo della domanda privata e sostenere il fatturato delle imprese. Le misure contenute nel decreto Cura Italia “rischiano di essere inadeguate sia per le imprese, che per i privati”. La strategia da predisporre, secondo l’associazione datoriale: “Deve essere garantita dallo Stato con strumenti di finanza pubblica volti a proteggere famiglie e imprese da una situazione di crisi imprevedibile quale è quella di questi giorni, senza badare ai bilanci pubblici. Vanno bene, quindi, tutti gli strumenti di politica espansiva e, per evitare il crack economico, è indispensabile mobilitare l’intero sistema finanziario”.

Ma, come dicevamo il problema non riguarda solo il terziario: la stragrande maggioranza delle imprese metalmeccaniche ha chiuso. Secondo la stima di Federmeccanica, elaborata analizzando l’elenco dei settori a cui il Governo ha consentito di rimanere aperti, il 93% delle imprese metalmeccaniche ha chiuso, l’88% dei lavoratori non è più in fabbrica e l’80% dell’export generato da queste linee produttive svanisce.

Sarà necessaria un’ingente iniezione di liquidità per far ripartire la nostra nazione. Anche se, a dire il vero, questo potrebbe non bastare. Il motivo è semplice: la nostra burocrazia è una vera palla al piede per l’Italia.

Non trascuriamo il peso della zavorra burocratica

Secondo l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre: “Tra i debiti commerciali non ancora onorati (53 miliardi di euro) e la mancata apertura di tantissimi cantieri relativi a infrastrutture strategiche e a opere pubbliche minori distribuite lungo il Paese (per un valore di 62 miliardi), la nostra Pubblica Amministrazione (PA) blocca complessivamente 115 miliardi di spesa che sarebbero indispensabili per fronteggiare l’attuale situazione economica”.

Purtroppo, le nostre inefficienze pesano di più della mancata solidarietà dell’Unione Europea. A confermarlo è Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi degli artigiani mestrini. “Mentre aspettiamo che i 27 Paesi dell’UE trovino un accordo per consentire l’utilizzo dei coronabond – afferma Zabeo – nel frattempo sarebbe opportuno che la nostra PA pagasse i propri fornitori e fosse in grado di avviare le tante opere pubbliche che, ironia della sorte, sono in buona parte quasi tutte finanziate. Se sbloccate, queste misure darebbero una prima importante iniezione di liquidità al sistema economico del Paese, invece, la cattiva burocrazia e il malfunzionamento della macchina pubblica continuano a rappresentare un problema molto serio, quanto la rovinosa caduta che l’economia italiana si appresta a subire nei prossimi mesi”.

In sintesi, non è la pandemia da coronavirus ad aver scatenato la crisi. Il Covid-19 però rischia di incancrenire tutte le ferite di una nazione che finora ha fatto ben poco per sanare i suoi malanni.

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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