EUROPANAZIONE

ECONOMIA

DOPO LA PANDEMIA

Ricostruzione o fine di una Civiltà?

Indicatori e scenari socio-economici, visione e percorsi pensando alla Ricostruzione eventuale prossima ventura.

Abbiamo sentito il bisogno, al di là delle polemiche politiche ed ideologiche più o meno sciacallesche di questi giorni, di aprire un focus sullo scenario socioeconomico nazionale che verrà, a seguito della pandemia.

E ne parliamo, ora, relegati nelle nostre case, bombardati da sovraesposizione mediatica e da nuovi rituali di massa di matrice psicotico-social.

Facciamoci i conti, in tutti i sensi, a casa nostra, al netto di paturnie sovraniste e ideologie globaliste, ai tempi dello “smart working”, termine ora diffusissimo confuso con “telelavoro” (d’emergenza) ma che in effetti è ben altro, ovvero lavoro condiviso e fiduciario per obiettivi senza vincoli di spazio (ufficio fisico) e di tempi (orario di lavoro).

Un’analisi Interessante e di oggettiva qualità scientifica ci viene da uno studio del Cerved, autorevole Osservatorio sulle Imprese.

L’analisi rivela un dato evidente, ma che riflette una percezione crescente: quel sistema socioeconomico che abbiamo conosciuto fino a pochi giorni fa, già di per sé critico per tanti aspetti, sferzato dalle speculazioni globali, dall’impotenza politica, dalla crisi dei rapporti sociali e comunitari, dalla precarizzazione del lavoro e dell’esistenza, dopo il “blocco” pandemico non sarà più lo stesso. Forse peggio, forse no. Non andrà tutto bene, come si usa ripetere con e senza tastiere, ma non necessariamente male per tutto e tutti.

Il coronavirus, questo ci prospetta Cerved, potrebbe costare fra 270 e 650 miliardi di euro di fatturato alle imprese italiane. L’impatto del virus sulle aziende italiane, si evince dallo studio, dipenderà ovviamente dalla durata dell’epidemia e dalla velocità di reazione del nostro sistema.

Mentre la risposta sul primo dato, diciamo noi, spetta alla cosiddetta “comunità scientifica” (luci e ombre, ma prevalente “volontà di potenza” nel combattere il virus) sul secondo, inteso come istituzioni e politica, è tutto “a seguire”, ovvero senza adeguata visione, assunzioni di responsabilità nette, capacità di prendere decisioni senza scaricare su “altri”.

In ogni caso, la crisi economico-finanziaria, ovviamente, sarebbe particolarmente violenta quest’anno, mentre per il 2021 si prevede un rimbalzo, che potrebbe riportare  i ricavi vicini e, in alcuni casi, persino al di sopra dei livelli del 2019.

Le stime di Cerved sono state elaborate grazie a modelli statistici di previsione dei bilanci, applicati a una base dati di circa 750 mila società di capitale. In particolare, Cerved ipotizza due scenari, assumendo che non si innescheranno crisi finanziarie dovute al Coronavirus e che saranno varati interventi di spesa pubblica a sostegno delle imprese e delle famiglie:

  • nello “scenario base” l’emergenza durerebbe fino al maggio 2020 e saranno necessari altri due mesi per il ritorno alla normalità, in presenza di impatti importanti sulle economie mondiali e le esportazioni.
  • In uno scenario, invece, “pessimistico” l’emergenza potrebbe durare fino al dicembre 2020, cui si aggiungeranno altri sei mesi necessari al ritorno alla normalità, considerati anche la ripresa dall’isolamento e dalla chiusura dei Paesi europei.

Nello scenario base, le imprese italiane perderebbero il 7,4% dei propri ricavi nel 2020, per poi riprendersi nell’anno successivo, in cui è previsto un aumento del 9,6%. Questo riporterebbe i fatturati di nuovo oltre i livelli del 2019. Rispetto a uno scenario senza epidemia, la perdita sarebbe comunque molto rilevante, pari a 220 miliardi nel 2020 e a 55 miliardi nel 2021. Quasi la metà della perdita del 2020 sarebbe concentrata tra le imprese che hanno sede in Lombardia (-62 miliardi) e nel Lazio (-47 miliardi), ma in termini percentuali la caduta sarebbe più pesante per la Basilicata (-11,1%) e per il Piemonte (-9,6%), penalizzata dalla specializzazione nella filiera dell’automotive.

Dal punto di vista settoriale, le perdite maggiori ricadrebbero su alberghi, agenzie di viaggio, strutture ricettive extra-alberghiere, trasporti aerei, organizzazione di eventi produzione di rimorchi e allestimento di veicoli, concessionari auto, che vedrebbero una riduzione di oltre un quarto dei propri ricavi.

Viceversa, beneficerebbero dell’emergenza sanitaria il commercio online (+26,3%), la distribuzione alimentare moderna (+12,9%) e gli apparecchi medicali (11%).

Nello scenario pessimistico, le imprese perderebbero 470 miliardi (-17,8% dei ricavi) nel 2020, con un rimbalzo del 17,5% nel 2021, che non permetterà quindi di recuperare i livelli dell’anno precedente.

I settori più colpiti saranno gli stessi, ma con un impatto più devastante: gli alberghi perderebbero nel 2020 quasi tre quarti dei propri ricavi, le agenzie di viaggi e le strutture extra-alberghiere quasi due terzi, l’automotive e i trasporti circa la metà. Saranno invece ancora migliori le previsioni di crescita per l’e-commerce (+55% dei ricavi), la distribuzione alimentare moderna (+22,9%) e il commercio all’ingrosso di prodotti farmaceutici e medicali (+13,8%). A livello territoriale, nessuna regione riuscirà nel 2021 a tornare ai livelli di fatturato pre-Covid-19 e soffriranno maggiormente Basilicata, Abruzzo, Sardegna, Piemonte, Valle d’Aosta e Lazio, con un crollo di oltre il 20% dei ricavi.

Pur ritendo serio questo studio, non possiamo pessimisticamente ma attivamente accompagnare questi dati con altre considerazioni:

  1. Premessa: noi riteniamo il “fattore umano”, oltre i dati statistici, come una sorte di variabile impazzita, data la “perdita del Centro” a livello esistenziale e spirituale (“andrà tutto bene” è una litania da stolti)
  2. nutriamo poca fiducia nella Politica attuale (e tantomeno negli intellettuali più o meno organici) di attuare una Rivoluzione Culturale tale da rimettere al Centro la Politica stessa, come intendiamo noi, non per occupare indebitamente spazi di potere ma per aprire spazi alle Organizzazioni della Produzione e dei Servizi per ridisegnare una road map strategica tale da marcare il sentiero di una vera Ricostruzione.
  3. dato il punto precedente, politiche industriali, fiscali e del lavoro, se non vengono ripensate nell’ottica dello sviluppo strategico delle infrastrutture (fisiche e digitali) e della messa in sicurezza del territorio (del patrimonio naturale, idrogeologico, monumentale e urbano), difficilmente si riesce a ripartire
  • va ripensata la Cooperazione, che deve essere fortemente ed autenticamente eurocentrica e mediterranea, ma blindata nei confronti di europeismi burocratici e truffaldini, sovranismi da operetta e globalismi strozzapopoli.

Attivamente, senza indulgere a pessimismo passivo, autocommiserazione e psicosi, ad ogni livello dobbiamo indicare linee di vetta e azioni pratiche quotidiane anche locali come tessere di un mosaico che diano vita a paradigmi produttivi e sociali che abbiano la forza dell’influenza nei confronti dei centri di decisione. Con legittima forza.

Last but not least: chi ha avuto modo di leggere un nostro precedente articolo su Kulturaeuropa in tema di digitalizzazione e Reti di imprese del commercio, Smart City, ecc v., provi a confrontare con i dati dello studio Cerved.

 Indovinate quali sono i due settori che comunque vadano la pandemia e gli aiuti statali sicuramente cresceranno in diffusione e fatturato? Il commercio on line e la distribuzione organizzata.

Tutto chiaro?

Tecnologia, infrastrutture e comunità organiche sono troppo belle per lasciarle in mano ai “global”!

Ce la faremo, ma solo se avremo la consapevolezza e la volontà di potenza: il giusto grado di “visione” ma la concretezza, anche severa, di un imprenditore-innovatore e di un soldato politico.

CARLO M. BRESCHI

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