EUROPANAZIONE

ECONOMIA

PICCOLE IMPRESE, CONSUMI, SERVIZI: TRACOLLO O RIPRESA?

Creare Reti tra imprese puntando sulla tecnologia digitale e sulle “smart City”. Ma al centro di tutto va posto un cambio di mentalità che rilanci il rapporto comunitario tra utenti, produttori e “distributori” attraverso una visione strategica in grado di governare le nuove tecnologie.

Chi fa politica, associazionismo, impresa, cultura, qualche “modello” strategico e operativo deve averlo, in testa e nel cuore. E deve pensare di realizzarlo nel proprio tempo e nel proprio spazio. E deve sapersi cimentare con la realtà, da quella “fisica”, contingente, a quella 4.0, senza perdere di vista una dimensione “umanista” e “sovrumanista” senza la quale tutto si appiattisce verso l’indifferenziato e il meccanico. Ed è quindi destinato a scomparire.

Parafrasando un vecchio motto degli anni 70-80 della “nuova destra” underground, riferendosi alla democrazia: “La Tecnologia è una cosa troppo bella per lasciarla ai soli Tecnocrati”, sembra essere calzante. Nella neolingua “millennials”, venendo al dunque, oltre al termine (spesso abusato) di start up (confuso con “apertura di nuove imprese”), tra i più gettonati c’è “smart city”, ovvero la città “intelligente” intesa come, “dinamica”, “interconnessa”, “sostenibile”.

Oggi si sperimentano, confusamente, le Community interattive (dal social network ai processi partecipati, più o meno presi in considerazione dai municipi di riferimento ma spesso svuotati di ogni capacità di intervento sul territorio) ed è in questo contesto che la piccola impresa di vicinato (ovvero il commerciante, l’artigiano, il ristorante, il bar) può ancora sperare di sopravvivere all’omologazione tecno-distributiva (Amazon+GDO)

Si chiamano “Reti di Impresa” e sono nuove forme di aggregazione, regolate da una semisconosciuta norma del 2006,  tra produttori e distributori, o tra diverse funzioni della filiera produttiva, o tra professionisti  che, attraverso l’adesione ad un programma comune e condiviso contrattualmente , maturano l’attitudine a generare sinergie con le altri componenti del territorio o della stessa filiera produttiva.

Il quadro strategico a cui dovremmo riferirci è quello di uno sviluppo economico organico che va retto, in teoria e con tante difficoltà nella pratica, da una governance verticale e affidabile localmente per reggere intanto allo tsunami globalista e alla standardizzazione su scala universale.

È essenziale che si parta innanzitutto da una visione (o almeno comprensione) coerente e complessiva dello sviluppo della città e delle aree periferiche, che preveda l’individuazione e la messa in gioco di eccellenze, competenze, ed impegno riconosciuto da tutti i (reali) protagonisti del territorio.

Questa visione strategica dalle molteplici implicazioni organizzative e operative rappresenta una forte scommessa sul futuro e ha l’obiettivo di passare dall’attuale sistema amministrativo impotente, impersonale, quindi corrotto e corruttibile, dove vivacchiano attività produttive allo sbando da ogni punto di vista, alla “Comunità Organica (vogliamo chiamarla così?) del Terzo Millennio”.

La crescita dimensionale delle città e il loro progressivo trasformarsi in grandi agglomerati dove si perde la dimensione dell’“agorà”, rende sempre più concreto il pericolo della perdita di coesione sociale e dell’impoverimento dei momenti di incontro e socializzazione. Una città smart-organica è capace invece di inventare nuove forme di partecipazione e consenso (anche nei consumi) che, coniugando l’utilizzo delle nuove tecnologie e nuove forme sociali (reali, fisiche) di incontro e selezione, siano in grado di rinnovare e ricreare il tessuto dei rapporti umani e le opportunità di confronto e condivisione. Questo diventa il quadro al cui interno le piccole attività commerciali, artigianali e professionali possono trovare humus e sostegno.

La pervasività di  internet e la disponibilità di apparati sempre connessi hanno reso possibile la nascita di nuove forme di consumo, partecipazione e influenza che nascono dal basso. I cittadini possono essere in grado di agire volontariamente e influenzare l’operato delle amministrazioni, ma anche dei servizi privati: valutazione dei servizi, di segnalazione di problemi di degrado urbano, di monitoraggio ambientale. Sono azioni in grado di incidere in misura potenzialmente rilevante sulle amministrazioni, sulle scelte politiche, sui comportamenti degli abitanti, sulla qualità della vita e dei servizi e durante le situazioni di emergenza.

E’ necessario perciò operare a diversi livelli: – definire una vision di quali siano gli obiettivi di medio-lungo periodo che il “territorio” si pone – definire una governance dei processi di sviluppo ”per obiettivi” che sancisca  la collaborazione tra istituzioni, enti pubblici e privati e imprese che operano sul territorio – promuovere adeguata formazione (seria),  lo sviluppo di applicazioni e servizi, sia nel pubblico che nel privato, che siano coerenti e sinergici tra loro (il contrario di quanto si riscontra nella maggior parte delle attuali realtà urbane  e suburbane dove pare che ogni centro di interesse vada per conto suo).

L’aspetto, fortunatamente, più caratterizzante il commercio e le città italiane è tuttavia il loro cuore “antico”: il centro storico, la piazza del quartiere e il patrimonio culturale e le piccole imprese d’eccellenza diffuse ancora resistono: più che un limite verso la loro modernizzazione, questa caratteristica può essere invece una straordinaria occasione per veicolare una forte caratterizzazione identitaria e può (anzi deve) diventare il laboratorio dove sperimentare le tecnologie e le soluzioni più avanzate.

Le tecnologie devono ritornare a essere strumenti (e non fine) e vanno comprese in profondità, cogliendone con chiarezza anche le ombre o addirittura i lati oscuri – peraltro in aumento.

L’approccio non deve essere una pallida imitazione dei modelli americani che partono da un vissuto catastrofica del vivere urbano (caos diffuso, insicurezza sociale, problemi di energia e inquinamento ecc.) e danno alle tecnologie digitali un potere quasi taumaturgico, deve piuttosto diventare l’occasione per riflettere a fondo sul futuro delle nostre città e dei nostri quartieri, riunendo attorno a focus progettuali, competenze e slanci rivoluzionari.

CARLO M. BRESCHI

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